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Opera di Firenze – Die Zauberflöte

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Dopo aver debuttato alla Fenice di Venezia nell’autunno del 2015, arriva all’Opera di Firenze il nuovo allestimento di Die Zauberflöte firmato dal regista italiano più in voga del momento, Damiano Michieletto, accompagnato dal suo collaudato team: Paolo Fantin per le scene, Carla Teti per i costumi e Alessandro Carletti per le luci.
Non è facile destreggiarsi in un’opera tanto (ab)usata, in cui è stato detto tutto e il suo contrario, ma il materiale di questo Singspiel è talmente multiforme da prestarsi a più piani di lettura, e un bravo regista deve ovviamente tenerlo presente. Sotto questo aspetto, Michieletto costruisce un impianto inattaccabile, ambientando Die Zauberflöte in una scuola, luogo di crescita per eccellenza della nostra società: la vicenda viene dunque vista come racconto di formazione ed emancipazione dei protagonisti adolescenti, i quali si ritrovano in mezzo alla contrapposizione di due sistemi diversi di insegnamento, quello dogmatico e autoritario simboleggiato dalla Regina della Notte, e quello accondiscendente ed empatico di Sarastro. In questo contesto si muovono anche gli altri personaggi docilmente piegati al nuovo concept: Papageno è un bidello, che si adatta alle varie imposizioni ma è anche fedele aiutante dei protagonisti, Monostatos è uno dei tanti bulletti che si trovano in tutte le scuole, mentre le tre dame sono delle suore, a rappresentare la rigidità dell’educazione. L’azione si dipana con estrema naturalezza e coerenza nel nuovo contesto a metà tra il realistico e il simbolico, attenendosi dunque fedelmente alla narrazione del libretto di Schikaneder, del quale viene tralasciato solo l’aspetto massonico a favore di una esposizione più chiara degli altri temi. Michieletto arriva anche a costruire immagini di estrema poesia come il finale in cui la Regina della Notte, rappresentata come una madre nevrotica e isterica, si riappropria, grazie al suo antagonista, della sua infanzia perduta o mai vissuta, ricevendo nuovamente una bambola forse sottratta tanto tempo prima. Molto suggestive ed estremamente funzionali risultano le belle proiezioni a firma di Carmen Zimmermann e Roland Horvath, realizzate come se fossero scritte o disegni di gesso su una lavagna, che campeggia al centro della parete principale della stanza di cui è composta la scenografia.
Rivela qualche perplessità la direzione registica vera e propria degli interpreti, che in alcuni casi non fanno niente di diverso di quello che si vede nei Flauti magici tradizionali, come nella prima scena delle tre dame, le quali ammiccano a Tamino dormiente come si è sempre visto fare. Data poi la dimostrata abilità di Michieletto nel creare immagini, è un vero peccato che spesso non riesca a coordinarle con maggiore effetto sulla musica in modo che sembrino sprigionate direttamente da essa: ad esempio, sul finale dell’Ouverture il giovane Tamino, in un atto di ribellione, cancella la lavagna del sapere dogmatico, ma quello che esce dalla buca pare usato più come una colonna sonora che come motore effettivo dell’azione. Tuttavia questi dettagli non inficiano una regia ben fatta e coerente, come non capita spesso di vedere in ambito fiorentino e non solo.

Se il livello registico è buono, più alterno risulta il versante musicale. Sul podio di una Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino in forma non ottimale, troviamo Roland Böer. Il direttore fornisce una lettura scarna, spolpata di retorica, che finisce per dare un passo teatrale abbastanza spedito, ma che sacrifica in parte i colori della partitura mozartiana. Se da un lato le voci risultano sempre perfettamente sorrette grazie a un suono bilanciato, dall’altra la forza di alcuni contrasti e la ricchezza dell’impasto orchestrale vanno a perdersi in un suono grigiastro poco seducente. Gli interpreti si ritrovano dunque a beneficiare di una orchestra leggera, ma stentano a decollare veramente.

Juan Francisco Gatell dipinge un Tamino elegiaco, estremamente convincente. La voce chiara e corposa su tutta la linea gli permette di articolare bene nei centri ed eseguire acuti sicuri e  proiettati. Nonostante qualche difficoltà coi tempi nell’entrata, esegue con estrema sicurezza e con una splendida messa in voce l’aria Dies Bildnis ist bezaubernd schön. Si distingue inoltre per spigliatezza e credibilità scenica, favorita in questo caso dal giovanile physique du rôle.
Alessio Arduini dal canto suo costruisce un ottimo Papageno grazie all’articolato fraseggio e alla musicalità spiccata, a cui si uniscono una buona pronuncia del tedesco e una innata baldanza attoriale. Il baritono veneto ha dalla sua una voce dal timbro caldo e corposo, sapientemente dosata e ben emessa, ed esegue le sue arie con disinvoltura e proprietà d’accento.
Più ordinaria appare la prova di Goran Jurić come Sarastro. Dotato di una linea salda e omogenea, con un bel registro grave, il basso risolve le due arie del secondo atto con autorevolezza ma con un fraseggio piuttosto generico.
Ekaterina Sadovnikova disegna una Pamina poco più che funzionale. Il soprano esibisce qui una voce dalle inflessioni timbriche asprigne, che prende corpo e morbidezza soprattutto in alto, ma non riesce mai a brillare come dovrebbe, neanche nei momenti topici; anche l’aria Ach ich fühl’s risulta alla fine poco più che ben eseguita.
Più convincente appare invece la Regina della Notte di Olga Pudova, che a fronte di un mezzo esiguo, riesce a farsi valere sia nel registro medio, su cui insiste molto la prima aria O zittre nicht, che in quello acuto e sopracuto, eseguendo correttamente le agilità previste. Tuttavia il personaggio risulta un po’ sfuggente, a causa di un fraseggio non particolarmente fantasioso e una personalità non dirompente.
Giulia Bolcato si distingue per una Papagena ben caratterizzata, eseguendo con giusto piglio il duetto col suo amato. Marcello Nardis disegna invece un Monostatos un po’ macchiettistico ma che concorda con l’idea registica, e riesce a non soccombere nella complessa scrittura della sua aria.
Le tre dame interpretate da Heera Bae, Cecilia Bernini e Veta Pilipenko si disimpegnano nei propri ruoli con compattezza e coesione, senza che nessuna prevalga sopra le altre. Si segnalano poi i brevi ma buoni interventi di Philip Smith (Oratore), Oliver Puerckhauer (Primo sacerdote e secondo armigero) e Cristiano Olivieri (Secondo sacerdote e primo armigero).
I tre genietti Solisti del Münchner Knabenchor si distinguono più per la disinvoltura scenica che per l’esecuzione canora, mentre il Coro del Maggio Musicale Fiorentino esegue lodevolmente i brevi interventi a lui deputati.
Il numeroso pubblico risponde bene a questo nuovo allestimento e tributa a tutti un bel successo, con punte di entusiasmo per la Pudova, Arduini, Gatell, e la Sadovnikova.

Opera di Firenze – Stagione 2016/2017
DIE ZAUBERFLÖTE
Singspiel in due atti KV 620
Libretto di Emanuel Schikaneder
Musica di Wolfgang Amadeus Mozart

Sarastro Goran Jurić
Tamino Juan Francisco Gatell
Regina della Notte Olga Pudova
Pamina Ekaterina Sadovnikova
Papageno Alessio Arduini
Papagena Giulia Bolcato
Monostatos Marcello Nardis
Prima Dama Heera Bae
Seconda Dama Cecilia Bernini
Terza Dama Veta Pilipenko
Oratore Philip Smith
Primo sacerdote/Secondo armigero Oliver Puerckhauer
Secondo sacerdote/Primo armigero Cristiano Olivieri
Fanciulli Solisti del Münchner Knabenchor

Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore Roland Böer
Maestro del Coro Lorenzo Fratini
Regia Damiano Michieletto
Scene Paolo Fantin
Costumi Carla Teti
Luci Alessandro Carletti
Video design Carmen Zimmermann/Roland Horvath
Nuovo allestimento in coproduzione con il Teatro La Fenice di Venezia
Firenze, 25 marzo 2017

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