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Opera di Firenze, Cortile di Palazzo Pitti – La traviata

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In una torrida serata fiorentina di metà giugno va in scena la prima ripresa di questa nuova trasferta estiva dell’Opera di Firenze. Ritorna dunque nel cortile di Palazzo Pitti la Traviata ideata lo scorso anno dal regista Alfredo Corno, autore anche dei costumi insieme allo scenografo Angelo Sala.
Corno sposta l’azione a Roma negli anni Sessanta: Violetta è una novella Anita Ekberg contesa tra la vita glamour del jet set internazionale che gravita intorno a Cinecittà, e l’intimità di una relazione ordinaria che non può essere tale; dopo una festa in maschera noiosa come un party de La dolce vita, la protagonista finisce per morire su un asettico lettino d’ospedale, tenuta a distanza da tutti, con la locandina di un suo film tra le mani, “immagine dei miei passati giorni”. Si tratta di una lettura efficace, non forzata, ma che anzi lascia inalterato quel contrasto tra mondo pubblico e privato della vicenda originaria, nonostante alcune piccole incongruenze nei rapporti tra i personaggi (Annina nell’ultima parte diventa una suora infermiera senza un ben chiaro motivo). Le masse risultano comunque ben gestite, come dimostra la festa del secondo atto tra balletti grotteschi del coro e presenze inquietanti e superflue. Il regista infatti prende spunti da vari film di Federico Fellini per costruire una regia tutto sommato tradizionale e con un buon impatto teatrale. Nella ripresa, tuttavia, si notano alcune piccole pecche: gli interpreti si muovono con poca scioltezza, cosa che probabilmente andrà attenuandosi col procedere delle repliche, e alcuni costumi non sono stati rivisti con molta convinzione, come la mise bionda di Violetta nel primo atto, ma sono piccolezze che non intaccano un allestimento ben pensato.

La parte musicale si rivela molto interessante, a partire da Sebastiano Rolli a capo di un’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino in ottima forma. Il direttore sceglie prevalentemente tempi serrati configurando l’opera come una folle corsa della protagonista verso il tragico finale; gli interpreti lo seguono con sicurezza e risultano sempre ben sostenuti dal tappeto orchestrale morbido ma compatto. Sempre attento al rapporto tra buca e palco, Rolli costruisce una direzione molto teatrale, soprattutto nei duetti che si configurano sempre tesissimi e appassionati. Riesce inoltre a mettere in evidenza molti particolari della partitura, senza perdere la visione d’insieme. Appare tuttavia più cauto nella gestione dei pezzi corali, come si nota dal “Si ridesta in ciel l’aurora” poco turbinoso. Il Coro del Maggio Musicale Fiorentino infatti, per quanto sempre preciso e puntuale nei suoi interventi, si dimostra più difficile del solito da tenere insieme, e rischia anche di andare fuori tempo, come nella chiusa dei Mattadori; il danno è comunque scongiurato, e la compagine si riscatta più avanti con altri interventi come un “Ne appellaste? Che volete?” centrato e incredibilmente minaccioso.

Nel cast spicca subito la prova di Claudia Pavone, la quale debutta a Firenze dopo essersi fatta notare proprio come Violetta Valéry nell’allestimento di Alice Rohrwacher che ha girato i teatri lombardi ed emiliani lo scorso autunno. Pur incominciando l’opera un po’ di rimessa, già al Brindisi inizia a fugare qualunque dubbio sfoggiando una linea salda e omogenea e un caleidoscopio di colori con cui riesce a giocare in modo invidiabile. Questo, unito a un fraseggio curatissimo, le permette di costruire un personaggio a tutto tondo, dalle mille sfumature. Emerge una protagonista giovane e irruenta che si consuma e viene consumata senza volerlo, in una lotta disperata contro il mondo che la circonda: esemplare in tal senso l’atto finale, in particolare in “Gran Dio, morir sì giovine”,  in cui ogni parola è l’ultimo disperato tentativo di rimanere attaccata alla vita. Il soprano riesce inoltre a emergere – al di fuori delle arie famose, eseguite comunque con garbo, musicalità e sapienza – riempiendo quelle frasi di passaggio che spesso vanno perse come “Non gradireste ora le danze?” che è ricolma, ad esempio, di una frivolezza tutta esteriore che poche volte si sente. Non manca qualche limite: nel “Follie! Follie!” gli estremi acuti non risultano perfettamente a fuoco, ma si tratta di dettagli che non compromettono una prova vocale buona e sicura. Scenicamente poi le manca un po’ di fluidità e spigliatezza nella parte iniziale, difetto che va scemando nel corso della recita, alla fine della quale risulta difficile non crederle.
A confronto con una tale miniera di colori, l’Alfredo di Alessandro Scotto di Luzio non emerge. Anzi, ne esce opaco, forse a causa del timbro chiaro ma non eccessivamente brillante. Il volume non è di quelli che fanno tremare le sedie, ma la linea è piuttosto omogenea e gli acuti, anche se un po’ fissi, ci sono, compreso il do alla fine di “O mio rimorso! O infamia”. Il tenore tratteggia un personaggio disinteressato, fin troppo sicuro di sé e incurante del mondo che lo circonda.
Più a suo agio sembra Marcello Rosiello nei panni di Giorgio Germont, anch’egli reduce dalle recite lombardo-emiliane dello scorso autunno. La voce è piena, ben sostenuta e si piega a un bel gioco di colori, soprattutto nel duetto con Violetta, tutto reso a suon di frecciatine austere ma significative. Ben fraseggiati e vocalmente a posto risultano il cantabile e la cabaletta del secondo atto, eseguiti con garbo e con la giusta espressione.
Tra i comprimari spicca la Flora di Ana Victoria Pitts, perfettamente a fuoco nei suoi pur brevi interventi, mentre Marta Pluda sa trovare il giusto accento vocale e scenico nella parte di Annina. Il Douphol di Dario Shikhmiri si distingue per fraseggio e piglio attoriale. Monolitico e con una dizione migliorabile risulta il Grenvil di Chanyoung Lee. Corretti gli interventi di Rim Park Gastone, Qianmning Dou Marchese d’Obigny, Leonardo Melani Giuseppe, Nicolò Ayroldi domestico e Nicola Lisanti commissionario.
La recita si conclude con un buon successo di pubblico che tributa applausi a tutti i membri del cast, in particolare a Scotto di Luzio, alla Pavone e ai responsabili della messa in scena.

Opera di Firenze – Cortile di Palazzo Pitti – Stagione estiva 2017
LA TRAVIATA
Melodramma in tre atti. Libretto di Francesco Maria Piave
Musica di Giuseppe Verdi

Violetta Valéry Claudia Pavone
Flora Bervoix Ana Victoria Pitts
Annina Marta Pluda
Alfredo Germont Alessandro Scotto di Luzio
Giorgio Germont Marcello Rosiello
Gastone di Letorières Rim Park
Barone Douphol Dario Shikhmiri
Marchese d’Obigny Qianming Dou
Dottor Grenvil Chanyoung Lee
Giuseppe Leonardo Melani
Domestico Nicolò Ayroldi
Commissionario Nicola Lisanti

Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore Sebastiano Rolli
Maestro del coro Lorenzo Fratini
Regia Alfredo Corno
Scene Angelo Sala
Costumi Alfredo Corno e Angelo Sala
Coreografia Lino Privitera

Luci Alessandro Tutini
Allestimento del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino
Firenze, 16 giugno 2017

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