Milano, Teatro alla Scala – Tamerlano

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Prosegue con grande successo il progetto pluriennale di recupero, al Teatro alla Scala, di titoli del repertorio barocco e del Settecento, eseguiti filologicamente su strumenti storici. Dopo aver proposto nel 2016, in forma scenica, l’oratorio Il trionfo del Tempo e del Disinganno e in attesa di assistere, nella prossima stagione, a La finta giardiniera, quest’anno la scelta è caduta su Tamerlano di Georg Friedrich Händel, mai rappresentato sulle tavole del Piermarini. Dramma per musica in tre atti, su libretto di Nicola Francesco Haym, è la sesta opera scritta dal compositore nativo di Halle per la Royal Academy of Music di Londra; la prima rappresentazione avvenne il 31 ottobre 1724 al King’s Theatre di Haymarket, protagonisti i castrati contralti Andrea Pacini (Tamerlano) e Francesco Bernardi detto Senesino (Andronico) e, nei panni di Bajazet, il tenore Francesco Borosini. All’epoca, la triste vicenda era già stata oggetto, molteplici volte, di opere e testi teatrali: dopo aver ispirato Tamburlaine the Great di Christopher Marlowe (1587), Tamerlan, ou La Mort de Bajazet di Jacques Pradon (1675) e Tamerlane di Nicholas Rowe (1702), venne musicata nel 1706 da Alessandro Scarlatti (Il Gran Tamerlano), nel 1711 e nel 1719 da Francesco Gasparini (Il Tamerlano, su parole di Agostino Piovene, e Bajazet, libretto di Ippolito Zanelli e Francesco Borosini). Probabilmente la più tragica fra le composizioni händeliane, priva di diversioni pastorali o all’aria aperta (a differenza, per esempio, di Rinaldo, Alcina o Ariodante, solo per citarne alcune), si avvale di un organico orchestrale relativamente ridotto, mancando ottoni e comprendendo archi, strumenti destinati a realizzare il basso continuo, flauti diritti e traversi.

Nell’edizione scaligera oggi proposta, la storia di lotte di potere e sentimenti negati dalla ragion di Stato è trasposta dalla Bitinia del 1403 alla Russia del 1917 (e non è un caso che tale scelta cada in occasione del centenario della Rivoluzione russa). Così, nell’ottica del regista Davide Livermore, il feroce imperatore dei Tartari Tamerlano è accostabile a un giovane Stalin (il dittatore comunista proveniva dalle regioni caucasiche come il condottiero tartaro); il decaduto sultano dei Turchi Bajazet è lo zar Nicola II deposto dai rivoluzionari; il principe greco Andronico è un mix di Lenin e Lev Trockij, mentre il confidente Leone ricorda, in parte, il santone Rasputin. Molte sono le suggestioni visive provenienti, innanzitutto, dal cinema di Sergej Ėjzenštejn, in particolare dal suo Ottobre, film muto del 1928 commemorativo del decimo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre, in un’estetica basata principalmente sul bianco e nero e dominata da paesaggi nebbiosi e desolati. Durante l’ouverture, vediamo a terra la testa di una colossale statua in bronzo decapitata, forma di damnatio memoriae molto diffusa nei regimi totalitari del XX secolo (e la memoria subito corre all’incipit di Ottobre, con la distruzione del simulacro di Alessandro III, nonché a situazioni più o meno recenti, dall’Iraq di Saddam Hussein alla Libia di Gheddafi). Nell’economia dello spettacolo, di forte impatto teatrale, non mancano, altresì, momenti ironici desunti dalle tecniche cinematografiche (movimenti a rallentatore, fermo immagine, rewind), o altri spiccatamente erotici, come il siparietto velatamente sadomaso del terzo atto con la principessa Irene e due soldati donna. Le scene, firmate da Livermore stesso e da Giò Forma, sono opulente e curate nei minimi dettagli: nel primo atto, il palcoscenico è occupato da un treno coperto di neve con tre vagoni, uno dei quali aperto e riccamente addobbato al suo interno di velluti rossi; nel finale, il convoglio raggiunge una sorta di sontuoso Palazzo d’Inverno devastato dai bolscevichi, dove si svolgono gli altri due atti. Suggestive le luci, sostanzialmente fredde, di Antonio Castro; mai invadenti le proiezioni dinamiche ideate da D-Wok Video design, un susseguirsi di taighe imbiancate, tormente di neve, esplosioni, cieli stellati; di alta fattura i costumi di Mariana Fracasso, in particolare quelli delle due nobildonne, in stile diva del cinema anni Venti e impreziositi da lustrini e pellicce.

In buca suonano l’Orchestra del Teatro alla Scala su strumenti storici e I Barocchisti della RSI-Radiotelevisione Svizzera, sapientemente guidati da Diego Fasolis. Il maestro adotta una versione che non segue l’originale del 1724, ma si piega alle esigenze sceniche e artistiche, tagliando i recitativi indicati dal Sassone come opzionali, inserendo un’aria da baule con tromba per Tamerlano tratta dall’Amadigi di Gaula, “Sento la gioia”, al posto della meno pregnante “Bella gara”, e sostituendo la scena settima del terzo atto con Recitativo e Aria di Leone “Principessa infelice, infido Tamerlano […] Nel mondo e nell’abisso”, estrapolati dalla partitura del 1731. Con gesto nitido, Fasolis propende per una lettura rigorosa, essenziale, estremamente meticolosa, sempre attenta ad assecondare e agevolare i cantanti; le sonorità sono pulite e ben delineate, le dinamiche a tratti prudenti, con una nota di merito per le parti di maggiore emotività, cesellate con raffinatezza e respiro elegiaco. Centrati gli interventi al cembalo delle stesso Fasolis, Andrea Marchiol e Paolo Spadaro.

Nei panni del protagonista brilla il controtenore Bejun Mehta. Con una vocalità luminosa e omogenea, timbricamente chiara e squillante, non voluminosa ma ben proiettata ed estesa, delinea un Tamerlano sadico e violento, energico nella recitazione e fluido nella coloratura, come ampiamente dimostrato nelle arie “Vo’ dar pace”, “Sento la gioia” e “A dispetto d’un volto ingrato”, quest’ultima affrontata con piglio gagliardo.
Accanto a lui, il Bajazet pieno di umanità ed emozione dell’intramontabile Plácido Domingo: a dispetto dell’età avanzata, le note centrali risuonano ancora calde e avvolgenti, quelle alte abbastanza sicure; la presenza scenica è poi magnetica e autoritaria, il portamento nobile e fiero, il recitare carismatico (da manuale la gran scena del suicidio), declamando Domingo con grande espressività e intelligenza. Pur tuttavia, nel corso della serata si avvertono alcuni errori e vuoti di memoria e un affaticamento nelle agilità, poco fluenti e a volte stentate.
Sugli scudi l’Andronico combattuto e idealista di Franco Fagioli: voce controtenorile non debordante di colore ambrato, screziata di sensuali sfumature bronzee nel registro medio-grave, cristallina in acuto, si impone per la scioltezza nel legato e nelle ornamentazioni, emesse con facilità e, nei da capo, variate con gusto e perizia. Travolgente la resa delle arie “Benché mi sprezzi”, “Cerco in vano di placare” e “Più d’una tigre altero”, interpretate con passionalità dolente e rabbia.
Il soprano Maria Grazia Schiavo è una Asteria volitiva e, al contempo, dolce: si distingue per lo strumento vocale di buon peso, a tratti asprigno in acuto, per la tecnica salda e la recitazione tutta fuoco e temperamento. Piace qui ricordare le arie “Se non mi vuol amar”, affrontata con malinconia, e “Se potessi un dì placare”, dal ritmo più sostenuto e battagliero.
Dopo le parti en travesti di Cecilio, l’Enfant e Cherubino, torna a Milano una beniamina del pubblico scaligero, Marianne Crebassa, finalmente in abiti femminili, dando vita a una Irene sexy e ammiccante. In possesso di una vocalità morbida nell’emissione, dalla tinta quasi sopranile, il mezzosoprano francese impersona con eleganza e spirito il doppio ruolo di ambasciatrice e principessa di Trabisonda, emergendo nelle due arie “Par che mi nasca in seno” e “Crudel più non son io”. Nobile e composto, infine, il Leone del baritono Christian Senn, vocalmente vigoroso e spigliato.
Teatro quasi esaurito e franco successo, con numerosi applausi a scena aperta e, a fine recita, prolungata e festante accoglienza per tutti gli artisti.

Teatro alla Scala – Stagione d’Opera e Balletto 2016/2017
TAMERLANO
Opera in tre atti su libretto di Nicola Francesco Haym da Agostino Piovene
Musica di Georg Friedrich Händel

Tamerlano Bejun Mehta
Bajazet Plácido Domingo
Asteria Maria Grazia Schiavo
Andronico Franco Fagioli
Irene Marianne Crebassa
Leone Christian Senn

Orchestra del Teatro alla Scala su strumenti storici e “I Barocchisti” della RSI-Radiotelevisione Svizzera
Direttore Diego Fasolis
Maestri al cembalo Diego Fasolis, Andrea Marchiol, Paolo Spadaro
Regia Davide Livermore
Scene Davide Livermore e Giò Forma
Costumi Mariana Fracasso
Luci Antonio Castro
Video Videomakers D-Wok
Nuova produzione Teatro alla Scala
Milano, 22 settembre 2017

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