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Milano, Teatro alla Scala – Nabucco

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Il Teatro alla Scala di Milano si avvia alla conclusione della stagione d’opera 2016/2017 e lo fa riproponendo il Nabucco di Verdi nell’allestimento che ha debuttato sulle tavole del Piermarini nel 2013 e che porta la firma alla regia di Daniele Abbado.
Si è molto detto e letto su questa regia concettuale e pretenziosa, il cui intento di traslare la vicenda originale al tempo del secondo dopoguerra, negli anni della Shoah, non sortisce l’effetto desiderato. Si tratta infatti di uno spettacolo noiosamente grigio, incapace di suscitare la benché minima commozione, ma che anzi finisce per annacquare sia lo spirito risorgimentale che sottende la partitura verdiana, sia il peso emotivo dell’Olocausto forzatamente tirato in ballo. I riferimenti dotti o artistici (i monoliti sulla scena riproducono il Memoriale berlinese), come pure le videoproiezioni, ripetitive e insistenti, rimangono confinate al palcoscenico, in un limbo di “prezioso” snobismo intellettuale che, a buon conto, si addice unicamente all’artefice stesso della messinscena.

Nello Santi, classe 1931, porta tutto il suo mestiere sul podio. E nonostante un’agogica improntata perlopiù a tempi solenni, maestosi, e dinamiche tendenti molto spesso a una magniloquente ipertrofia, il veterano della bacchetta sa ancora stupire per coesione dell’insieme e per la cura del dettaglio strumentale. In questo viene naturalmente assecondato e supportato dalla compagine, per la quale, mai come in questo contesto, vale il detto che, in Verdi, l’Orchestra della Scala “si suona da sola”.
Più interlocutorio l’esito raggiunto dal Coro diretto da Bruno Casoni, insolitamente impreciso negli attacchi (segnatamente la sezione maschile), ma almeno convincente nell’amalgama timbrico durante il “Va, pensiero”.

Leo Nucci veste per l’ennesima volta i panni di Nabucco, proseguendo così la sua personale crociata contro l’età che avanza. Certo, oggi l’emissione appare indurita in tutta la gamma: bazzecole, tutto sommato, se si considera lo strumento ancora compatto e dal colore omogeneo. Così come assolutamente fuori dal comune risulta la proiezione del suono, da sempre punta di diamante dell’organizzazione vocale del baritono bolognese. È forse lo stile fin troppo senile – o l’interpretazione piuttosto monocorde, da anni inesorabilmente identica a se stessa – a costituire un déjà vu che oggi si digerisce con una certa fatica. Resta però immutata l’ammirazione nei confronti di un cantante che, dopo decenni di carriera ad altissimo livello, è tuttora capace di proporsi al pubblico senza scendere a compromessi con la scrittura dei grandi ruoli per baritono verdiano.
Diverso è il caso della Abigaille di Anna Pirozzi, subentrata a Martina Serafin dopo le prime quattro recite. Nel pieno della maturità di mezzi, e dopo aver sostenuto questa temibile parte in numerose produzioni nelle ultime stagioni, il soprano conferma allo stato attuale di possedere in realtà ben poco delle mostruose caratteristiche vocali richieste al drammatico di agilità. C’è magari il temperamento, c’è sicuramente lo slancio. E ci sono gli acuti che, pur centrati, da soli non bastano. Fin dalle prime battute, evidenzia un registro grave poco sonoro, quasi inconsistente, mancanza che si fa sentire per tutta la durata di un’opera dove gli affondi sotto al rigo richiesti al personaggio non si contano. Compita con diligenza un ruolo che oggi può dire di conoscere bene (e con il ruolo, alcuni dei trucchi per uscire indenne dalle trappole che nasconde), ma la sua non è mai la voce di Abigaille. Come per la Lady Macbeth torinese di qualche tempo fa, è inevitabile osservare quanto una chiara voce di soprano lirico, sebbene dotata, abbia pochissimo da spartire con tessiture di tal fatta.
Nemmeno Mikhail Petrenko ha la caratura necessaria per Zaccaria, come dimostrano i numerosi tentativi di ingrossare, onde renderla più autorevole, una vocalità di basso in natura esigua e disuguale. Stefano La Colla è un Ismaele di bella voce, soprattutto nei centri, ma il passaggio al registro acuto suona costretto e perciò poco fluido. Note liete invece dalla Fenena di Annalisa Stroppa che si segnala già a partire dal terzetto al primo atto per uno strumento di buona ampiezza e per un timbro autenticamente mezzosopranile, venato di screziature vellutate; il suo arioso sul finale brilla per definizione e intensità. Oreste Cosimo ed Ewa Tracz, entrambi allievi dell’Accademia di perfezionamento del Teatro alla Scala, sono rispettivamente un Abdallo sicuro e incisivo e una Anna di voce tornita e sovrastante nei concertati. Censurabile per approssimazione e sfocature varie il Gran Sacerdote di Giovanni Furlanetto.

Teatro alla Scala – Stagione d’Opera e Balletto 2016/2017
NABUCCO
Dramma lirico in quattro parti
Libretto di Temistocle Solera
Musica di Giuseppe Verdi

Nabucco Leo Nucci
Ismaele Stefano La Colla
Zaccaria Mikhail Petrenko
Abigaille Anna Pirozzi
Fenena Annalisa Stroppa
Gran Sacerdote di Belo Giovanni Furlanetto
Abdallo Oreste Cosimo
Anna Ewa Tracz

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Direttore Nello Santi
Maestro del coro Bruno Casoni
Regia Daniele Abbado
Scene e costumi Alison Chitty
Luci Alessandro Carletti
Video Luca Scarzella
Movimenti coreografici Simona Bucci
Produzione Teatro alla Scala, Royal Opera House, Lyric Opera of Chicago, Gran Teatre del Liceu
Milano, 7 novembre 2017

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