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Milano, Teatro alla Scala – Falstaff

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Seconda produzione import dall’edizione 2013 del Festival di Salisburgo, arriva al Teatro alla Scala – con ben altro esito rispetto al Don Carlo – il Falstaff ideato da Damiano Michieletto.
L’enfant terrible della regia d’opera ambienta questo Falstaff ai giorni nostri, all’interno della Casa di riposo per musicisti “Giuseppe Verdi” di Milano e proietta l’intera vicenda in una dimensione onirica. L’anziano protagonista, un artista lirico dal passato glorioso, è uno dei numerosi ospiti della struttura. Al levare del sipario, Falstaff appare sdraiato su un divano, mentre si gode un sonnellino mattutino dal quale il personale di servizio cerca invano di destarlo. Mentre gli altri ospiti si avviano verso la sala da pranzo lasciandolo solo, il sonno si fa più profondo ed è così che, in piena fase REM, la psiche di Falstaff inizia a dar vita allo stuolo di figure che popolano il libretto di Arrigo Boito. I personaggi si materializzano in abiti tardo-ottocenteschi (quindi coevi al compositore) facendo il loro ingresso dalle grandi vetrate della residenza, oppure apparendo magicamente da sotto il palco tramite l’ausilio di botole, e incominciano ad aggirarsi per la scena. La storia si sviluppa in bilico tra il sogno e il reale, i ricordi più remoti si mescolano e talvolta si fondono a quelli più recenti. Il regista conduce la narrazione presentandola attraverso quadri che, come le libere associazioni di una mente girovaga, sembrano disgiunti fra loro. Ed è forse questo l’unico limite all’idea, geniale, di Michieletto: l’impossibilità, da parte di uno spettatore che non abbia alcuna dimestichezza con l’argomento, di cogliere lo sviluppo della vicenda e la concatenazione degli eventi. Ma per chi invece conosce bene il capolavoro verdiano, il divertimento e lo stupore sono assicurati. Le idee sono tante. Fenton e Nannetta, ad esempio, sono il ricordo giovanile di una coppia attempata che mima sulla scena i loro duetti d’amore. Quickly si presenta al cospetto di Falstaff con le sembianze della vivandiera della residenza, recando due cloche che nascondono ghiotte pietanze e mettono nel sacco il godereccio seduttore. Il monologo “Mondo ladro. Mondo rubaldo. Reo mondo!”, condotto dal protagonista quasi come fosse uno sfogo davanti al ritratto di un Verdi silenzioso interlocutore, assume tutto il peso del vissuto, della nostalgia del tempo perduto e del disincanto che inevitabilmente vengono con l’età e l’esperienza.
Il comparto tecnico è mirabolante. Paolo Fantin ricostruisce l’interno della Casa Verdi con incredibile dovizia di dettagli. La scenografia si giova delle luci di Alessandro Carletti come pure dei video firmati da Roland Horvath, una miscela addirittura stupefacente nell’ultima scena, dove l’illuminazione ultravioletta e baluginante valorizza le proiezioni della vegetazione. Sempre sul pezzo Carla Teti, che con il suo lavoro porta in scena costumi assai fedeli al vero e mutuati da epoche distanti fra loro più di cento anni.

Ambrogio Maestri, dopo centinaia di recite nei panni del protagonista, canta Falstaff con la stessa nonchalance con cui una persona qualsiasi ciarlerebbe delle condizioni climatiche con il vicino di casa. Tuttavia, proprio a causa di tale estrema rilassatezza, alcune frasi risultano quasi “buttate”, nell’essere affidate a un’esecuzione troppo in odore di parlato e pure infarcita di qualche “caccola” di polverosa tradizione. È verosimile che, sentendosi privato di tutti i fronzoli e i vezzi scenici storicamente associati al personaggio, il baritono pavese cerchi di sopperire a quanto percepito come “nudità visiva” con un’interpretazione abbastanza incline alla caricatura. Queste mie osservazioni, comunque, costituiscono ben poca cosa davanti a un timbro qualitativamente superiore e a una vocalità tanto generosa, capace, esempio fra tutti, di riempire letteralmente il Piermarini durante quella “cavalcata delle valchirie” che accompagna le frasi “in quest’addome c’è un migliaio di lingue che annunciano il mio nome! […] Quest’è il mio regno. Lo ingrandirò”. Rimarchevole, come sempre, la presenza scenica coadiuvata dal simpatico physique du rôle.
Massimo Cavalletti ripropone il suo navigato e robusto Ford, del quale mi piace sottolineare, in questa occasione, il maggiore sforzo nel valorizzare colori e fraseggio, talvolta a scapito dell’uniformità nell’emissione. Il registro acuto, difatti, mi è parso meno fulgido rispetto allo standard cui il baritono lucchese mi aveva abituato nelle precedenti interpretazioni scaligere di questo personaggio. Viceversa, l’atteggiamento scenico e vocale continua a costituire la piacevole summa di virilità e concretezza che ben ricordavo.
Francesco Demuro (Fenton) incomincia la recita con qualche incertezza che si ripercuote sulla tenuta della linea, soprattutto in alto, ma cresce in corso d’opera fino a comporre una poetica “Dal labbro il canto estasiato vola”, aria in cui il tenore fa valere le ragioni di un legato dal sapore antico e di un’elegante espressività.
Vocalmente e scenicamente efficacissima la coppia Bardolfo/Pistola formata dal giovanissimo tenore Francesco Castoro e dal basso Gabriele Sagona. I due artisti sono in possesso di voci che, ciascuna nel proprio registro, risultano timbrate e ben proiettate. Sagona, in particolare, delinea con l’alterigia di portamento che gli è propria, un furfante composto e al contempo magnetico.
Del Dr. Cajus schizzato da Carlo Bosi, non posso non ribadire lo squillo davvero impressionante con il quale questo bravissimo caratterista scocca ogni parola, facendola giungere chiarissima in ogni dove.

Del quartetto femminile, la migliore in campo risulta essere la Nannetta di Giulia Semenzato. Soprano leggero intonatissimo, dalla vocalità soave, e capace di squisite messe di voce in corrispondenza dei la bemolle durante le schermaglie amorose con Fenton. Impeccabile anche l’esecuzione dell’aria “Sul fil d’un soffio etesìo”.
Carmen Giannattasio, al contrario, dovrebbe prestare maggior attenzione nell’intonare i cromatismi (“Ma il viso tuo/mio su me/lui risplenderà”). Anche se il soprano si disimpegna con decoro in un ruolo, quello di Alice, che certamente non può essere assunto come modello per una valutazione approfondita delle caratteristiche vocali e tecniche di una cantante, nella sua prova emergono alcune evidenti disomogeneità timbriche e d’emissione. I tratti e la figura, invece, sono assolutamente deliziosi.
Brava Annalisa Stroppa nella misura in cui l’ingrata parte di Meg le concede di emergere. Molto meno bene funzionano le cose nella Quickly di Yvonne Naef, la quale, probabilmente non al massimo della forma (si sono uditi un paio di colpi di tosse durante i suoi interventi), evidenzia grossolani buchi nell’emissione e, ahimè, si allinea alle “orchesse” di certa vetusta tradizione nelle famigerate note gravi dei vari “reverenza!”.

Zubin Mehta opta per un’orchestra a ranghi ridotti, al fine di privilegiare una lettura volutamente intima, basata sulla ricerca della tinta malinconica e, in tal senso, particolarmente adatta alla concezione registica. Ma a parte il suono ovunque bello, la direzione, nella sua metronomica correttezza, manca di linfa vitale e di teatralità. Le agogiche sono perlopiù dilatate, mentre il gesto parco, davvero minimo, del direttore indiano non sembra venire sempre perfettamente compreso da chi sta sul palcoscenico.
Inappuntabile la professionalità dell’Orchestra del Teatro alla Scala e del Coro preparato da Bruno Casoni. 

Teatro alla Scala – Stagione d’Opera e Balletto 2016/2017
FALSTAFF
Commedia lirica in tre atti. Libretto di Arrigo Boito
Musica di Giuseppe verdi

Sir John Falstaff Ambrogio Maestri
Ford Massimo Cavalletti
Fenton Francesco Demuro
Dr. Cajus Carlo Bosi
Bardolfo Francesco Castoro
Pistola Gabriele Sagona
Mrs. Alice Ford Carmen Giannattasio
Nannetta Giulia Semenzato
Mrs. Quickly Yvonne Naef
Mrs. Meg Page Annalisa Stroppa

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Direttore Zubin Mehta
Maestro del Coro Bruno Casoni
Regia Damiano Michieletto
Scene Paolo Fantin
Costumi Carla Teti
Luci Alessandro Carletti
Video Roland Horvath
Produzione Salzburger Festspiele
Milano, 5 febbraio 2017

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