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Milano, Teatro alla Scala – Die Entführung aus dem Serail

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È tempo di riprese al Teatro alla Scala. Continuano ad alternarsi in questi giorni le repliche della Bohème zeffirelliana e quelle del celeberrimo allestimento firmato da Giorgio Strehler di Die Entführung aus dem Serail (ovvero Il ratto dal serraglio) di Mozart. Lo spettacolo, nato per il Festival di Salisburgo nel 1965 dove fu diretto da un poco più che debuttante Zubin Mehta e riproposto nel teatro meneghino nel 1972, 1978 e 1994, conserva intatto tutto il suo fascino, a cominciare dall’eleganza formale delle scene e dei costumi di Luciano Damiani (ripresi rispettivamente da Carla Ceravolo e Sybille Ulsamer), e dalle studiate simmetrie dei movimenti ricreati con perizia da Mattia Testi. L’idea strehleriana (che il disegno luci di Marco Filibeck realizza alla perfezione) è quella di far avanzare i cantanti nel buio del proscenio durante i numeri musicali creando un suggestivo effetto a metà fra il teatro delle figurine e le ombre cinesi.  Il lavoro sulle posture e sulle movenze degli artisti si presenta da subito minuzioso, certosino, senza però sconfinare mai nel calligrafismo. Le grandi quinte mobili che scorrono a spinta incrociandosi velocemente sulla scena sono un trucco vecchio quanto il teatro, ma nella loro funzione di nascondere o rivelare improvvisamente persone e scenari si dimostrano ancora efficacissime. Le trovate che il regista escogita per strappare un sorriso allo spettatore, lungi dallo scadere in siparietti da avanspettacolo, si segnalano per gusto e senso della misura. È vero che in altri contesti non ho mancato di esprimere seri dubbi – magari sotto forma di critiche severe nei confronti di una produzione – sull’opportunità di rappresentare oggi il teatro di Mozart in messinscene settecentesche fortemente ancorate al passato. Tuttavia, in questa specifica situazione (e considerato che non stiamo parlando della trilogia dapontiana) non posso fare a meno di notare quanto uno spettacolo d’impronta tradizionale, se ben congegnato, sia tuttora in grado di assolvere alla funzione di intrattenimento per la quale è stato concepito.

Zubin Mehta – che si ricongiunge a questo allestimento dopo averlo tenuto a battesimo oltre cinquant’anni fa – deve amare profondamente questo Ratto e lo dimostra con una direzione che non solo è impeccabile dal punto di vista della concertazione, ma che rivela con zelo estremo tutti i preziosismi contenuti nella partitura. Il Maestro conduce con gesto parco un’Orchestra del Teatro alla Scala in forma smagliante da cui si diffonde un suono stratificato nella densità, diversificato nelle timbriche delle singole sezioni strumentali, eppure mirabilmente compatto nel suo insieme. Stupende le percussioni, bene in evidenza, che evocano paesi lontani, così come la cantabilità di violini e viole. Nella scelta dei tempi, Mehta si discosta con decisione dalle corse spesso dissennate tanto care a certi direttori, sedicenti filologi, di stampo barocco, privilegiando invece un’agogica prevalentemente morbida e rilassata, ma che si anima con la giusta effervescenza nelle pagine che lo richiedono.

Lenneke Ruiten è cantante elegantissima, la cui sublime musicalità desta in me un’ammirazione incondizionata. Nel ruolo di Konstanze, sopperisce alla tipica dotazione del soprano leggero con un bagaglio tecnico di prim’ordine che le permette di destreggiarsi agiatamente nella difficilissima scrittura, variando di continuo spessore, intensità e accenti. Nella temibile “Ach ich liebte”, la voce sale con facilità fino a re sovracuti sicuri e timbrati. Al secondo atto, “Traurigkeit” veicola lo struggimento con una tale poesia che, dopo le ultime note, Mehta si ferma e si volta con un’espressione tra il perplesso e l’accigliato verso il pubblico “colpevole” di non avere subito tributato all’artista il meritato applauso. Giunta al “Martern aller Arten” la Ruiten avanza in proscenio mentre le luci del Piermarini si accendono per siglare un’esecuzione pressoché ineccepibile del brano in forma di concerto. Non le è da meno, pur in una parte meno onerosa, la Blonde di Sabine Devieilhe. Soprano di coloratura acutissimo, che si inserisce nel solco della più classica tradizione francese, esibisce una vocalità limpida e cristallina e illumina il palco con una presenza fresca e genuina. Nell’aria di presentazione, la cantante dà prova della sua estensione, spingendosi nella stratosfera del pentagramma, dove si cimenta in un’incredibile e lunga filatura sul mi naturale.
Belmonte ha il timbro rotondo e pastoso del tenore Mauro Peter, cantante raffinato cui però nuoce un’emissione scarsamente proiettata. Se la prima aria convince per linea ed espressività, “Ich baue ganz” delude un poco, soprattutto a causa dei passaggi di agilità che risultano laboriosi e incerti. La proiezione non difetta invece al Pedrillo di Maximilian Schmitt, il quale, anzi, possiede squillo e perfino volume considerevole. Tobias Kehrer nei panni di Osmin si distingue per la travolgente caratterizzazione scenica, emergendo nelle parti recitate più che in quelle cantate. La voce – indubbiamente quella di un basso profondo per colore ed estensione – pur mancando di ampiezza, risuona correttamente avanti. In acuto, però, fa capolino qualche spiacevole stimbratura, mentre il registro grave non può dirsi propriamente tonante. Il famigerato re subbasso nell’aria “O, wie will ich triumphieren”, per quanto deboluccio, è comunque presente all’appello.
L’attore Cornelius Obonya è un Selim molto ben schizzato, capace di passare con la massima disinvoltura e in rapida successione dai toni melliflui a quelli furiosi. Simpatico nel suo intervento il servo muto di Marco Merlini.

Teatro alla Scala – Stagione d’Opera e Balletto 2016/2017
DIE ENTFÜHRUNG AUS DEM SERAIL
Singspiel in tre atti K 384
Libretto di Christoph Friedrich Bretzner rielaborato da Johann Gottlieb il giovane
Musica di Wolfgang Amadeus Mozart

Selim Cornelius Obonya
Konstanze Lenneke Ruiten
Blonde Sabine Devieilhe
Belmonte Mauro Peter
Pedrillo Maximilian Schmitt
Osmin Tobias Kehrer
Un servo muto Marco Merlini

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Direttore Zubin Mehta
Maestro del Coro Bruno Casoni

Regia Giorgio Strehler, ripresa da Mattia Testi
Scene e costumi Luciano Damiani, ripresi da Carla Ceravolo e Sybille Ulsamer
Luci Marco Filibeck
“In occasione dei 20 anni dalla scomparsa di Giorgio Strehler e in occasione dei 10 anni dalla scomparsa di Luciano Damiani”
Produzione del Teatro alla Scala

Milano, 27 giugno 2017

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