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Milano, Teatro alla Scala – Concerto per i 150 anni di Arturo Toscanini

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Il 25 marzo 1867 nasceva, a Parma, una delle bacchette più prestigiose del Novecento, Arturo Toscanini. In occasione del 150° anniversario, il Teatro alla Scala ha deciso di ricordarlo con la mostra “Arturo Toscanini. La vita e il mito di un maestro immortale”, presso il Museo Teatrale alla Scala e, soprattutto, con un concerto straordinario, che ha visto sul podio Riccardo Chailly. Per tre volte direttore musicale del teatro milanese, dove si adoperò per riformare il modo di rappresentare l’opera, tornato in Italia dall’esilio statunitense degli anni della seconda guerra mondiale, l’11 maggio del 1946 Toscanini diresse lo storico concerto di riapertura della Scala ricostruita. A lui il teatro meneghino deve molto: per esempio, a poco a poco impose un sistema in cui solisti, coro, orchestra, direzione, scene, costumi e luci assumevano tutti la massima importanza; modernizzò e rese internazionale il repertorio, rappresentando per la prima volta a Milano opere e composizioni di Puccini, Mascagni, Giordano, Cilea, Boito, Franchetti, Wagner, Strauss, Debussy, Sibelius, Elgar; fece installare un moderno impianto elettrico e approntare il golfo mistico e, nel 1921, impose una completa revisione della Scala.

Dopo l’Inno di Mameli – in sala era presente infatti il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella – la serata è iniziata nel nome di Ludwig van Beethoven, con la Sinfonia n. 7 in la magg. op. 92. Nata tra 1811 e 1812 ed eseguita in prima assoluta l’8 dicembre 1813 nella sala dell’Università di Vienna, come scrisse Richard Wagner “questa Sinfonia è l’apoteosi stessa della danza, è la danza nella sua essenza più sublime”. Alla guida dell’Orchestra del Teatro alla Scala, con mano ferma Chailly ha prediletto una lettura solida, nitida, compatta e militaresca nelle sonorità, dove i piano e pianissimo quasi scompaiono: una Settima enfatica, di forte impatto teatrale, energetica e scattante nelle dinamiche, veloce nei tempi scelti dal maestro, una sorta di ballo dionisiaco caratterizzato da rigoglioso vitalismo. Ben delineati i quattro movimenti, tenuti assieme da un’esecuzione appassionata e fluida. Nel primo, Poco sostenuto – vivace, si sono subito ascoltati suoni lussureggianti e vigorosi, improntati a ritmi rapidi; luminoso, di una malinconia neoclassica, l’Allegretto, nonostante i toni elegiaci, da marcia funebre, della partitura; incandescente è parso il terzo movimento, Scherzo. Presto, contraddistinto da tonalità brillanti e giocose, ma pur sempre corpose; una vera esaltazione bacchica è, infine, l’Allegro con brio, vorticoso ultimo giro di vite all’esuberanza della composizione, tenuto solidamente sotto controllo dalla bacchetta di Riccardo Chailly.

Dopo l’intervallo, cambio di programma con la proposta dello Stabat Mater e del Te Deum dai Quattro pezzi sacri di Giuseppe Verdi. Composti tra 1895 e 1897, su spinta dell’editore Ricordi i due brani vennero pubblicati assieme all’Ave Maria (1889) e alle Laudi alla Vergine (1886) con il titolo complessivo, appunto, di Quattro pezzi sacri; la prima italiana avvenne a Torino, il 26 maggio 1898, diretta da Arturo Toscanini. Protagonista indiscusso di entrambi è il coro; in questa occasione, in forma smagliante il Coro del Teatro alla Scala, guidato con inappuntabile precisione e dedizione da Bruno Casoni, ha cantato con musicalità e coesione, come se fosse un’unica, tonante voce pastosa, alternando momenti di impressionante forza (quale, a titolo esemplificativo, l’incipit “Stabat Mater dolorosa, juxta crucem lacrymosa”, simile a una ferita di cocente espressività) ad altri di maggiore raccoglimento intimo (i due semplici segmenti di canto gregoriano “Te Deum laudamus, te Dominum confitemur”, emersi in pianissimo e con estrema dolcezza dalla penombra). In questo caso, dal podio si è optato per tempi più solenni, maggiormente dilatati e ieratici, in linea con l’afflato mistico di ambedue i pezzi, e per sonorità sempre dense ma con qualche morbidezza in più. Puntuale il breve intervento, nel Te Deum, del soprano Céline Mellon, solista dell’Accademia di Perfezionamento per Cantanti Lirici del Teatro alla Scala, vocalità garbata e adamantina, giustamente supplicante e delicata nel “In te, Domine, speravi”.

A chiusura di serata, la Cantica: Inno delle Nazioni per tenore, coro e orchestra, dalla marcata connotazione europea, commissionata al Cigno di Busseto per l’Esposizione Universale di Londra del 1862, dopo la rinuncia di Gioachino Rossini per motivi di salute. Su versi, a tratti alquanto retorici, di Arrigo Boito, la composizione inneggia a una nuova era di pace, alla fratellanza universale e alla sconfitta del “bïeco fantasma della guerra”, per proseguire con l’accostamento delle melodie degli inni nazionali inglese, francese e italiano che porta alla trionfale conclusione. Chailly ha qui staccato battute solenni e veementi, propendendo per un suono più marziale, di piglio sanguigno e a effetto. Nei panni del Bardo, il tenore Francesco Meli: in possesso di una voce smaltata, piena, è venuto a capo con destrezza della difficile tessitura, nonostante qualche segno di stanchezza e affaticamento nel registro medio-grave; curato ed efficace il fraseggio.
Al termine, un pubblico folto ed entusiasta ha tributato a tutti gli interpreti, in particolare a Riccardo Chailly, un festante successo, con applausi scroscianti e prolungati, ricambiati dalla riproposta, come bis, di una parte dell’Inno delle Nazioni.

Teatro alla Scala
Concerti straordinari 2016/2017
150° anniversario della nascita di Arturo Toscanini

Ludwig van Beethoven
Sinfonia n. 7 in la magg. op. 92

Giuseppe Verdi
Da Quattro pezzi sacri:
Stabat Mater
Te Deum

Cantica: Inno delle Nazioni per tenore, coro e orchestra

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Direttore Riccardo Chailly
Maestro del Coro Bruno Casoni
Tenore Francesco Meli
Voce sola Céline Mellon
Milano, 25 marzo 2017

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