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Milano, Teatro alla Scala – Concerto della BRSO diretto da Mariss Jansons

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Un evento importante per il Teatro alla Scala è il concerto che domenica 5 febbraio ha visto sul podio Mariss Jansons, unica tappa italiana della tournée della prestigiosa Symphonieorchester des Bayerischen Rundfunks (BRSO), che, da fine gennaio, si è già esibita sui palcoscenici di Vienna, Parigi, Breslavia, Katowice e che, nei prossimi giorni, suonerà a Lussemburgo e Amsterdam.
Già lo scorso anno l’Orchestra sinfonica della Radio Bavarese si era esibita al Piermarini, guidata sempre dal suo direttore principale Jansons, proponendo con successo la Sinfonia n. 7 in do magg. op. 60 “Leningrado” di Dmitrij Šostakovič.
In questo nuovo tour la scelta è caduta su di un repertorio totalmente diverso, su quello che potrebbe essere considerato – a torto o a ragione – il canto del cigno di tutta la civiltà sinfonica e della Mitteleuropa, preludio all’atonalità espressionista e alla Klangfarbenmelodie: la Sinfonia n. 9 in re maggiore di Gustav Mahler.
Composta tra 1908 e 1910 ed eseguita postuma, il 26 giugno 1912 a Vienna, al Großer Musikvereinsaal (la celeberrima Goldener Saal dei Concerti di Capodanno), questa sinfonia è una sorta di estrema meditazione sul percorso spirituale dell’esistenza umana. Il tema del rapporto con la morte è una costante nel lavoro del compositore nativo di Kaliště, ma si accentua nelle sue ultime opere, in particolare in Das Lied von der Erde, nella Nona Sinfonia e nell’incompiuta Decima: tutte e tre nascono da una profonda riflessione pervasa dal pensiero dell’imminente fine, sia nel contenuto, sia nella forma musicale, tanto che il musicologo austriaco Hans Ferdinand Redlich le ha riassunte nella definizione «Trilogia della morte». Lo spirito di nichilismo della sinfonia è ben sintetizzato dalle parole scritte, nell’autunno del 1912, da Alban Berg alla moglie: “È l’espressione di un amore inaudito per questa terra, del desiderio di vivere in pace con la natura e di poterla godere fino in fondo, in tutta la sua profondità, prima che giunga la morte. Perché essa arriva senza scampo. […] E di nuovo, per l’ultima volta, Mahler si rivolge verso la terra – non più alle lotte e alle azioni, di cui si sbarazza […] bensì soltanto ormai completamente alla natura. Come e quanto a lungo vuole godere ancora delle bellezze della terra! Lontano da ogni fastidio, egli vuole mettere casa nell’aria libera e pura dello Semmerin, per respirare a pieni polmoni questa aria, la più pura di questa terra, con respiri sempre più profondi, perché questo cuore, il più splendido che mai abbia pulsato tra gli uomini, possa espandersi sempre di più, prima di dover cessare di battere.”
L’orchestra bavarese, fondata nel 1949 da Eugen Jochum, si è distinta per un colore denso e compatto, di puro smalto, non scevro però da raffinatezze timbriche e sfumature pastello; il tutto, sorretto da una tecnica ferrea. Come già anticipato, a guidarlo c’era il lettone Mariss Jansons, classe 1943, suo direttore stabile dal 2003. Con gesto dolce e preciso, trattenuto e mai enfatico, ma all’occorrenza energico, Jansons ha diretto in maniera impeccabile, alla ricerca continua della perfezione esecutiva e di un suono limpido e levigato.
Ben delineati i quattro movimenti. Nel primo, il monumentale Andante comodo, giocato sull’alternanza maggiore-minore, si sono giustapposte sonorità brillanti e accese, frenetiche e tese, a oasi di delicato lirismo, maggiormente soffuse; zone grigie e intime hanno fatto da contraltare a veri e propri squarci di luce, tonici e taglienti come sciabolate.
Il secondo movimento, Im Tempo eines gemächlichen Ländlers, un’isola di disarmata (e disarmante) schiettezza nell’oceanica impaginazione narrativa mahleriana, è stato improntato a un gusto prettamente popolare e “basso”, dove è emerso prepotentemente il tema del valzer balzano: grottesco e parodico nella tonica, leggero e spensierato nelle sonorità.
Maggiormente solenne e veemente è parso, invece, il terzo, Rondo-Burleske (Allegro assai), impetuoso e rapinoso nella Burlesca, fiero nei contrappunti, caratterizzato però in alcuni punti da tempi eccessivamente dilatati.
Vero acme della sinfonia è il quarto e ultimo movimento, un abbandono mistico tout court, il celebre Adagio (Sehr langsam und noch zurückhaltend). Qui si sono ascoltate armonie cesellate che, via via, si sono fatte sempre più impalpabili, eteree; il suono si è rarefatto, si è spento quietamente, morendo letteralmente e lasciando il campo a un assordante, spirituale silenzio.
Pubblico partecipe e successo entusiasta, con ripetute ovazioni per gli strumentisti della BRSO e il maestro Jansons.

Teatro alla Scala
Concerti straordinari 2016/2017

Gustav Mahler
Sinfonia n. 9 in re maggiore

Symphonieorchester des Bayerischen Rundfunks
Direttore Mariss Jansons
Milano, 5 febbraio 2017

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