Martina Franca, Festival della Valle d’Itria 2017 – Margherita d’Anjou

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Titolo di punta della 43ª edizione del Festival della Valle d’Itria, Margherita d’Anjou di Giacomo Meyerbeer è andata in scena, per la prima volta in epoca moderna, nel cortile di Palazzo ducale a Martina Franca, accolta da giudizi contrastanti e da sonore contestazioni del pubblico. Indirizzate, queste ultime, al giovane regista sudafricano Alessandro Talevi, che proprio a Martina fece il suo debutto italiano nel 2013 con Crispino e la Comare. Ma se allora critica e pubblico apprezzarono il suo lavoro, lo stesso non può dirsi per questo Meyerbeer.

Anzitutto, va detto che l’opera è musicalmente davvero molto bella: si tratta di un melodramma semiserio, su libretto di Felice Romani, col quale il compositore tedesco, poi naturalizzato francese, debuttò alla Scala nel 1820 ed è evidente lo sforzo per presentarsi su cotanto palco con una partitura adeguata. Il soggetto è ambientato nel corso della Guerra dei Trent’anni ma, come spesso accade per i melodrammi, la dimensione epica e militare lascia spazio ai sentimenti e ai drammi privati dei protagonisti. In questo caso, in estrema sintesi, si tratta di un trono e di un amore persi e ritrovati, con tanto di lieto fine a ritmo di un bellissimo Rondò che, stranamente, non è affidato al soprano che dà il titolo all’opera, bensì all’altra primadonna, il mezzosoprano Isaura. L’opera conta anche su ampie pagine di spiccato virtuosismo e altre di vasto respiro corale, con l’aggiunta di un personaggio buffo, Michele Gamautte, una sorta di Dulcamara ante litteram, che vivacizza anche i momenti più tesi. Sempre ispirata sotto il profilo melodico e raffinata nell’orchestrazione, la scrittura risente chiaramente del modello rossiniano ma lo declina nel segno di una peculiare sensibilità pienamente ottocentesca e in diverse pagine porta già evidenti i segni della grandezza del suo autore.

Come risolve tutto ciò la regia di Talevi? Ambientando oggi la vicenda, nella Londra della Fashion Week, con la protagonista che è sì una regina, ma della moda, e si muove tra sfilate e glamour, con coro e figuranti che a un certo punto si ritrovano pure abbigliati da punk anni Ottanta. Questo accade nel primo atto, perché nel secondo tutto si svolge entro una Spa esclusiva dove Margherita si è rifugiata insieme al figlio. Tale impostazione registica, ampiamente spiegata nelle note di sala, ci pare tuttavia riuscita solo a metà. Nel senso che non tutto ciò che il libretto dice rientra in modo coerente entro questo schema. Talevi ha anche dei meriti (ad esempio valorizza in modo intelligente il basso buffo Gamautte, così come sono di indiscutibile suggestione le scene in cui il coro vaga nella foresta che fa da fondale alla scena) ma, a conti fatti, complica invece che semplificare. A parziale discolpa del regista va anche detto che la drammaturgia dell’opera è molto debole e non aiuta (pare che Romani, per sua stessa ammissione, non si fosse applicato in modo particolare su questo lavoro).

Sul fronte musicale le cose non vanno come dovrebbero. La direzione di Fabio Luisi, pur se rivela una solida consapevolezza stilistica e valorizza la fine strumentazione, pecca in ritmo e incisività: i tempi sono sovente lenti e affaticano i cantanti.

La protagonista Giulia De Blasis ha studiato a fondo il personaggio e si impegna per restituirlo con varietà di accenti e sfumature; tuttavia il timbro è talvolta spigoloso e fatica nella coloratura. Va meglio nel secondo che nel primo atto e il pubblico le tributa un meritato, caloroso applauso al termine della magnifica aria con violino concertante con cui si apre la seconda parte dell’opera. Il tenore Anton Rositskiy, interprete del ruolo del Duca di Lavarenne, ha un bel materiale vocale su cui però deve lavorare ancora in termini di pulizia dell’emissione e di pronuncia italiana. I migliori sono parsi così il baritono buffo Marco Filippo Romano, dal timbro ampio e omogeneo e dalla disinvolta presenza scenica, e il mezzosoprano Gaia Petrone, bella voce morbida e interprete sensibile. Non perfettamente a fuoco il basso Laurence Meikle (Belmonte), pur se con una voce di interessante colore scuro, mentre adeguato è parso il contributo di Bastian Tomasi Kohl nei panni del “cattivo” Glocester; bene i comprimari, alcuni dei quali impegnati con l’Accademia di Belcanto “Rodolfo Celletti”, e il coro del Teatro Municipale di Piacenza guidato da Corrado Casati. Efficaci le scene e belli i costumi di Madeleine Boyd, con le ottime luci di Giuseppe Calabrò.

43° Festival della Valle d’Itria – Palazzo ducale
MARGHERITA D’ANJOU
Melodramma semiserio in due atti di Felice Romani
Musica di Giacomo Meyerbeer
Prima rappresentazione assoluta in forma scenica in tempi moderni

Margherita Giulia De Blasis
Edoardo Arcangelo Carbotti
Duca di Lavarenne Anton Rositskiy
Isaura Gaia Petrone
Riccardo, Duca di Glocester Bastian Thomas Kohl
Carlo Belmonte Laurence Meikle
Michele Gamautte Marco Filippo Romano
Gertrude Elena Tereshchenko*
Bellapunta Lorenzo Izzo
Orner Diello Hoxha*
Un Uffiziale Massimiliano Guerrieri*

Orchestra Internazionale d’Italia
Coro del Teatro Municipale di Piacenza
Direttore Fabio Luisi
Maestro del coro Corrado Casati
Regia Alessandro Talevi
Scene e costumi Madeleine Boyd
Lighting designer Giuseppe Calabrò
Coreografie Riccardo Olivier
Nuovo allestimento del Festival della Valle d’Itria
*Accademia del Belcanto “Rodolfo Celletti”
Martina Franca, Cortile di Palazzo Ducale, 29 luglio 2017

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