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Livorno, Teatro Goldoni – Manon Lescaut

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Mettere in scena Manon Lescaut non è impresa da poco. Giacomo Puccini infatti compone quello che è considerato il primo capolavoro della sua carriera lasciando la sua creatività libera e senza freni. Ecco quindi una partitura vulcanica e sperimentale dietro una facciata rassicurante, due ruoli protagonisti ingrati per psicologia e note, un libretto di argomento già ampiamente trattato in area francese (vedasi gli analoghi lavori di Auber e Massenet) e rivisto con qualche incongruenza drammaturgica, forse anche per le troppe mani che ci hanno lavorato.

Il Teatro Goldoni di Livorno, insieme a quelli di Pisa e Rovigo, prova dunque a dare vita a questo complesso lavoro a conclusione della propria stagione lirica. I risultati sono altalenanti, a partire dalla regia affidata a Lev Pugliese, il quale firma anche scene e costumi. Il regista romano decide di leggere la vicenda come un grande flashback della protagonista nei suoi ultimi istanti di vita: prima che inizi la musica il sipario si apre dunque sulla landa desolata del finale con Manon e Des Grieux nella classica posa da Pietà, mentre le videoproiezioni sul fondo e alcuni suoni suggeriscono il muoversi del vento e della sabbia; dopo un breve buio inizia l’opera come la conosciamo. La scena è variamente inclinata come a suggerire il deserto del finale e pochi elementi connotano i vari atti: un albero per la piazza di Amiens; sedie, cuscini e tappeti per la casa di Geronte; una pedana verso le quinte per il molo di Le Havre. I costumi, che non spiccano per particolare bellezza, non indicano una ambientazione precisa e oscillano tra le giacche settecentesche e i completi maschili di due secoli più tardi. In tutto ciò gli interpreti si muovono come in tutte le Manon Lescaut messe in terra dalla prima torinese del 1893 a oggi, con masse piuttosto statiche e poca inventiva nei movimenti dei singoli, che anzi risultano lasciati abbastanza a loro stessi. La regia pare insomma essersi limitata a indicare entrate, uscite e movimenti principali del coro e dei cantanti che si trovano quindi da soli a districarsi con la psicologia dei personaggi tra pose stereotipate e duetti poco variati.

Sul fronte musicale, l’Orchestra della Toscana si muove in maniera estremamente compatta sotto la direzione della giovane Beatrice Venezi. I temi conduttori della partitura vengono inquadrati in una buona visione generale, con tempi corretti che non risultano né troppo dirompenti né troppo dilatati. Il direttore fornisce una lettura classica, grandiosa e appassionata, dal suono turgido e prepotente che tuttavia non aiuta molto i cantanti. Le voci infatti risultano spesso coperte quando avrebbero bisogno di maggiore supporto e bilanciamento da parte del podio.

Anche il cast presenta luci e ombre. Donata D’Annunzio Lombardi debutta l’ingrato ruolo della protagonista e disegna una Manon scenicamente credibile, appassionata e intensa, che cerca di variare le intenzioni e le caratteristiche del personaggio durante tutto il suo sviluppo. La voce non è grandissima ma viene usata con una tecnica sicura che fa risaltare il bel registro centrale e quello acuto. Il soprano si trova più a suo agio nei momenti lirici che in quelli maggiormente concitati, come dimostra la buona resa di “In quelle trine morbide”. Più problematico risulta invece il quarto atto, specialmente il “Sola, perduta, abbandonata”, dove a fronte di una notevole partecipazione emotiva, la voce non sempre regge le arcate impervie della melodia pucciniana.
Danilo Formaggia tratteggia un Des Grieux generico e vocalmente poco a fuoco. Il tenore si destreggia bene nel registro centrale, cosa che gli permette di affrontare senza particolari problemi i primi due atti, pur con un fraseggio e un’intenzione poco fantasiosi. Tuttavia gli acuti fissi, assai poco squillanti e corposi, lo mettono estremamente alla frusta nel terzo e quarto atto in cui la linea musicale del personaggio risulta troppo alta per le sue capacità e gli fa guadagnare un “Pazzo son” ben poco memorabile.
Il Lescaut di Leon Kim si rivela una bella sorpresa. Il baritono coreano sfoggia infatti una bella voce corposa e omogenea dal timbro bruno, e riesce a fraseggiare con cura, tratteggiando un personaggio azzeccato. Appare più generico invece il Geronte di Carmine Monaco d’Ambrosia, che recupera una partenza un po’ stentorea procedendo nella recita.
Tra i comprimari spicca soprattutto l’Edmondo ben caratterizzato di Giuseppe Raimondo, tenore dalla voce omogenea e dal bel fraseggio. Risultano ben eseguiti gli interventi di Didier Pieri come Maestro di ballo e lampionaio, di Lorena Zaccaria come Musico e di Alessandro Martinello come Sergente degli arcieri. Alessandro Ceccarini come Oste e Comandante di Marina convince invece più scenicamente che vocalmente. Discreti gli interventi del Coro Ars Lyrica.
Alla recita domenicale, il pubblico non foltissimo e piuttosto rumoroso ha tributato applausi a tutti, con punte di entusiasmo per Kim e la D’Annunzio Lombardi.

Teatro Carlo Goldoni  – Stagione Lirica 2016-2017
MANON LESCAUT
Dramma lirico in quattro atti su libretto anonimo (coautori G. Giacosa, L. Illica, R. Leoncavallo, D. Oliva, M. Praga, G. Puccini, G. Ricordi) dal romanzo Histoire du Chevalier Des Grieux et de Manon Lescaut di Françoise-Antoine Prévost
Musica di Giacomo Puccini

Manon Lescaut Donata D’Annunzio Lombardi
Il cavaliere Renato Des Grieux Danilo Formaggia
Lescaut Leon Kim
Geronte di Ravoir Carmine Monaco d’Ambrosia
Edmondo Giuseppe Raimondo
L’oste – Un comandante di Marina Alessandro Ceccarini
Il Maestro di ballo – Un lampionaio Didier Pieri
Un musico Lorena Zaccaria
Un sergente degli arcieri Alessandro Martinello

Orchestra della Toscana
Coro Ars Lyrica
Direttore Beatrice Venezi
Maestro del Coro Marco Bargagna
Regia, scene, costumi Lev Pugliese
Nuovo allestimento del Teatro Goldoni Livorno
Coproduzione Teatro Goldoni Livorno, Teatro Verdi Pisa e Teatro Sociale Rovigo
Livorno, 12 marzo 2017

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