Genova, Teatro Carlo Felice – Turandot

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Accade sovente che le regie moderne, alternative, introspettive, psicoanalitiche, comunque nuove, invecchino in fretta. Per contro spettacoli collaudatissimi, in scena da decenni, mantengono intatti la sorpresa, il fascino e la magia del debutto. È quanto accade con l’allestimento di Turandot, ultimo spettacolo d’opera della stagione 2016/17 della Fondazione Teatro Carlo Felice, nato proprio per le scene genovesi nel 1993 e ripreso nel 1996, 2003, 2012. Un allestimento tradizionale che non manca gli appuntamenti più attesi dal pubblico: lo sfarzo e l’imponenza della scenografia ideata da Luciano Ricceri, la ricchezza  e l’attenzione al particolare nei costumi disegnati da Elisabetta Montaldo, l’abbondanza di mimi e comparse, i movimenti dei numerosi personaggi in scena. La regia è di Luciano Montaldo, nome tra i più prestigiosi del teatro operistico e non, ripresa per l’occasione da Fausto Cosentino. Il pubblico genovese apprezzò moltissimo questo allestimento nel 1993 e, a distanza di ventiquattro anni, l’entusiasmo non è venuto meno: l’accoglienza ancora una volta è davvero trascinante. Siamo di fronte a una scena fissa, una grande struttura su tre livelli con scalinate laterali e arcate al centro, che non si modifica mai, anche se leggendo le didascalie del libretto di Adami e Simoni si nota come gli ambienti per i tre atti dell’opera dovrebbero essere leggermente diversi. Tuttavia l’impianto scenico supplisce con efficacia a questa “licenza” e si ha l’impressione di assistere all’opera così come Puccini e i suoi librettisti la immaginarono. Uno spettacolo più che gradevole e di buon gusto.

La parte musicale ha invece esiti alterni. Turandot è opera di grandi sonorità, è vero, ma è soprattutto opera di colori, di timbri, di nuances, di suggestioni. Giuseppe Acquaviva dà una lettura monolitica della partitura, ne predilige l’aspetto più impetuoso, più esteriore e spettacolare a scapito di tutto il resto. Sia chiaro che Acquaviva tiene testa alla complessità del lavoro pucciniano e non perde d’occhio l’esigenza di unire orchestra e palcoscenico; tuttavia si ha l’impressione che manchi (ancora) qualcosa di importante, di decisivo per poter parlare di “interpretazione”. Buona la prova del coro guidato da Franco Sebastiani, anche se si percepisce qualche piccola difficoltà nella sezione femminile, soprattutto nel secondo atto. Ben assolve il suo compito il Coro di voci bianche diretto da Gino Tanasini.

Il ruolo della Principessa di Gelo è affidato a Norma Fantini. È cantante di esperienza e si sente; risolve senza problemi le insidie della non lunga, ma insidiosa parte. Si nota poco una lieve oscillazione del suono nel registro centrale, mentre quello acuto è sicuro e ben proiettato. Il personaggio deve certamente maturare: non si percepisce ancora una reale trasformazione da principessa crudele a donna innamorata. In ogni caso, una prova più che dignitosa.
Serena Gamberoni è un’ottima Liù: mai sdolcinata, mai piagnucolosa, consapevole di sé e del suo ruolo. Canta con proprietà e grande gusto, non delude il pubblico nei suoi momenti cruciali, sa porgere il suono e dosarne gli effetti al momento opportuno.
Rudy Park è un Calaf fisicamente imponente e vocalmente difficile da definire. C’è indubbiamente il registro acuto, anche se ha perso leggermente lo squillo e la perentorietà di qualche anno fa. C’è un timbro scuro e brunito che può ben adattarsi al Principe Ignoto. Manca l’interpretazione, mancano il legato e la morbidezza. La sensazione è quella di un Principe piuttosto grezzo, poco o per nulla nobile. Per dovere di cronaca, si deve segnalare che il pubblico gli ha tributato grandi applausi, ottenendo il bis della celeberrima Nessun dorma nel terzo atto.
Il terzetto dei ministri (Ping Vincenzo Taormina, Pong Marcello Nardis, Pang Blagoj Nacoski), ben amalgamato dal punto di vista della recitazione, non si discosta da un’accettabile routine sul versante musicale, mentre il Timur di Mihailo Šljivić è vocalmente poco presente ma credibilissimo dal punto di vista scenico.
Una menzione particolare merita il veterano Max René Cosotti, emissione perfetta, voce che corre e interprete calibratissimo nel pur breve ruolo di Altoum. Alessio Cacciamani è un Mandarino giustamente deciso e tribunizio, con voce ben emessa e ben posizionata. Completano il cast Alla Gorobchenko e Simona Marcello –  le ancelle della Principessa – e Giampiero De Paoli nella breve apparizione del Principe di Persia.

Teatro Carlo Felice stracolmo, nonostante la bella giornata estiva e le temperature esterne davvero elevate che non hanno fermato l’entusiasmo e le ovazioni del pubblico per tutti gli interpreti.

Teatro Carlo Felice – Stagione lirica 2016-2017
TURANDOT
Dramma lirico in tre atti e cinque quadri. Libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni
Musica di Giacomo Puccini

Turandot Norma Fantini
Altoum Max Renè Cosotti
Timur Mihailo Šljivić
Calaf Rudy Park
Liù Serena Gamberoni
Ping Vincenzo Taormina
Pang Blagoj Nacoski
Pong Marcello Nardis
Un Mandarino Alessio Cacciamani
Il principe di Persia Giampiero De Paoli
Prima ancella Alla Gorobchenko
Seconda ancella Simona Marcello

Orchestra, Coro e Coro di Voci bianche del Teatro Carlo Felice di Genova
Direttore Giuseppe Acquaviva
Maestro del coro Franco Sebastiani
Maestro del Coro di Voci bianche Gino Tanasini
Regia Giuliano Montaldoripresa da Fausto Cosentino
Scene Luciano Ricceri
Costumi Elisabetta Montaldo Bocciardo
Luci Luciano Novelli
Coreografia Giovanni Di Cicco
Allestimento Fondazione Teatro Carlo Felice di Genova
Genova, 18 giugno 2017

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