Genova, Teatro Carlo Felice – Don Carlo

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«L’Escurial (mi si perdoni la bestemmia) non mi piace. È un ammasso di marmi… ma nell’insieme vi manca il buon gusto. È severo, terribile come il feroce sovrano che l’ha costruito» Queste le impressioni di Giuseppe Verdi in una lettera del 1863 sul monastero dell’Escorial, anteriore di quattro anni alla prima assoluta di Don Carlos, avvenuta a Parigi l’11 marzo 1867. Si direbbe che l’impianto scenico pensato da Maurizio Balò, scenografo e costumista in questo Don Carlo genovese, coprodotto con la Fondazione Teatro Regio di Parma e l’Auditorium de Tenerife “Adán Martín”, abbia fatto tesoro delle impressioni del compositore.
La scena è dominata da un marmo di gelido colore bianco che trasmette un senso di oppressione e di glaciale monumentalità, e sembra schiacciare ogni umanità e sentimento. Si ha l’impressione di stare costantemente dentro a una tomba, si percepisce la sopraffazione di qualche cosa che sovrasta e non si riesce a spiegare. Al bianco dominante della scena, si contrappongono il nero dei costumi degli appartenenti all’entourage di Filippo II (quasi fossero costantemente in lutto), il giallo dei crisantemi spesso presenti e che adornano anche la scena della Canzone del velo, il rosso del Grande Inquisitore.
Il regista, Cesare Lievi, espone le sue idee nelle interessanti note contenute nel programma di sala: il gelo della Corte, un sovrano che regna in apparenza perché a regnare davvero è un altro potere, quello della Chiesa, il tentativo di introdurre attraverso il Marchese di Posa la storia in un mondo che la rifiuta ostinatamente, chiuso com’è in se stesso e nel suo lutto impermeabile e protettivo. Rimane da verificare se queste intenzioni, che offrono una plausibile chiave di lettura del capolavoro verdiano, trovino riscontro alla prova dei fatti.

È fuor di dubbio che Don Carlo sia un’opera cupa, in cui l’incombere del potere occulto e feroce della Santa Inquisizione, la congiura, l’ombra del sospetto, il senso di colpa e del peccato hanno un ruolo determinante. Ma non è solo questo. Rendere troppo evidenti tali aspetti, palesarli all’estremo, fa praticamente perdere il senso di mistero che l’opera ha in sé e che sarebbe sicuramente più efficace se rappresentato con mano più leggera e sfumata. La scena dei folti immensi abeti e la canzone saracena dovrebbero rappresentare uno squarcio di serenità che in questo allestimento non si realizza appieno: le dame sono vestite a lutto, recano in mano mazzi di crisantemi e sono recalcitranti alla proposta di Tebaldo di abbandonarsi per un attimo alla serenità, tanto che solo Eboli riesce a “forzarle” a seguire la canzone del velo. Non funziona la rinuncia alla scena dei giardini della regina, ambientata in luogo chiuso, bianchissimo, con un’enorme finestra sul fondo dietro la quale si scorgono ombre sinistre, così che quando Carlo parla di “notte gentil e di profumo dei fior” si palesa un’evidente incoerenza.
Non si può negare che il regista abbia lavorato sui personaggi: gli interpreti non sono mai lasciati a se stessi. È altrettanto vero che Verdi, in uno dei momenti chiave dell’opera – il lungo e complesso incontro tra Filippo e il marchese di Posa – “umanizza” il feroce sovrano che perdona a Rodrigo di avere osato con lo sguardo di penetrare il suo soglio. Ma questa umanizzazione è nella musica: Filippo non può e non deve perdere la sua regalità, il suo distacco, il suo essere Re. Non può rimproverare Posa per le sue idee innovative picchiettandogli la fronte. Non può sulle ultime battute del duetto, quando Rodrigo si inginocchia e bacia la mano al Re, sollevarlo e abbracciarlo fraternamente, da vecchio amico. Nella musica c’è l’umanizzazione di Filippo, ma c’è anche, e non secondaria, la solennità del momento e la definizione ben distinta dei ruoli. Non funziona neppure, durante il recitativo “Ella giammai m’amò”, l’idea di fare apparire Elisabetta (o forse la sua immagine proiettata nella mente di Filippo) che si dirige verso la scrivania del Re, poi si siede al centro della scena e alle parole «Io la rivedo ancor contemplar triste in volto il mio crin bianco» scoppia in un’isterica risata per eclissarsi infine dietro le quinte. Funzionali e drammaturgicamente corrette la scena del carcere e il finale dell’opera.

Valerio Galli concerta e dirige la più monumentale tra le opere di Verdi con stile, eleganza, senso del teatro e attenzione al rapporto orchestra-palcoscenico. Qualche volta il suono sovrasta le voci, è vero, ma l’organico orchestrale di Don Carlo è importante e sempre di un grand-opéra si tratta, seppure in questa occasione si rappresenti la versione italiana in quattro atti del 1884. Peccato davvero per alcuni scompensi in orchestra, nella sezione ottoni non sempre a fuoco. Dignitosa la prestazione del coro istruito da Franco Sebastiani, cui manca l’imponenza che la seconda scena del secondo atto richiederebbe nell’inno di esultanza al più grande dei Regi.

Sul versante dei cantanti si segnala l’ottimo Filippo II di Riccardo Zanellato: voce di bellissimo colore, interprete pertinente, misurato, mai enfatico e sempre attento al canto (anche l’esclamazione “Soccorso alla regina” viene risolta nella musica, come è giusto che sia).
Stupisce la prova eccezionale di Giovanna Casolla nella parte della Principessa d’Eboli. Considerata la lunga e onerosa carriera, è comprensibile che si percepiscano disagi nelle note più basse, o qualche fiato di troppo in alcuni passi di agilità. Ma il registro acuto è ancora svettante, intonato, sicuro; l’interprete maiuscola in ogni frase: ascoltarla in «Sì, son io che v’accusai» nella confessione ad Elisabetta, suscita davvero una grande emozione.
Franco Vassallo mostra qualche cedimento, pur confermandosi un ottimo Rodrigo, nobile e fiero: la voce, non potentissima, è di bel colore e il fraseggiatore non delude nei momenti clou del suo ruolo.
Grande musicalità e senso stilistico vanno riconosciuti a Marco Spotti, il Grande Inquisitore: personaggio presente fisicamente in poche scene, ma che domina la vicenda in tutto il suo sviluppo. A lui è richiesta perentorietà scenica e vocale, caratteristiche che sono in parte mancate alla prova di Spotti la cui voce, pur emergendo dal pesante ordito orchestrale, non riesce a imporsi sino in fondo.
Aquiles Machado è Don Carlo. Ruolo tutt’altro che facile, non è gratificato da una vera grande aria, e anche quella di sortita, “Io la vidi e il suo sorriso”, passa piuttosto inosservata. Eppure Verdi riserva a questo personaggio alcune tra le più belle frasi scritte per il registro tenorile. Machado canta in maniera corretta e risolve senza evidenti problemi le insidie del ruolo. Tuttavia risulta piuttosto monocorde e si ha l’impressione che la sua interpretazione non sia del tutto compiuta. È di certo un Don Carlo poco convinto anche nei suoi momenti più eroici.
Anche Svetla Vassileva è cantante dall’onerosa carriera. Le va riconosciuto un perfetto physique du rôle e la sua è una bellissima Elisabetta. Il timbro sarebbe ancora luminoso e di bel suono, tuttavia la voce non è fermissima, ha perso elasticità e mostra parecchia tensione. Convince abbastanza nelle mezze voci, ma arriva molto stanca a “Tu che le vanità”, dove non riesce a dare il giusto risalto alle frasi essenziali per la definizione del personaggio. Molto meglio il duetto finale con Don Carlo, dove trova accenti più convincenti.
Di ottimo livello Mariano Buccino nel ruolo del frate e di Carlo V, Marika Colasanto nella parte di Tebaldo, Didier Pieri nel doppio ruolo del Conte di Lerma e dell’Araldo Reale. Un po’ in difficoltà la voce dal cielo di Silvia Pantani, che comunque viene a capo di una parte piccola ma difficile dal punto di vista vocale. Molto ben amalgamati e musicalissimi i deputati fiamminghi di Riccardo Crampton, Ettore Kim, Roberto Maietta, Enrico Marchesini, Daniele Piscopo e Stefano Rinaldi Miliani.
Teatro pieno e grande successo per tutti, con punte di autentico entusiasmo per Giovanna Casolla al termine di “O don fatale”, salutata dal pubblico con una meritata ovazione.

Teatro Carlo Felice – Stagione lirica 2016/2017
DON CARLO
Opera in quattro atti. Libretto di Achille De Lauzières Angelo Zanardini

Musica di Giuseppe Verdi

Filippo II Riccardo Zanellato

Don Carlo Aquiles Machado
Rodrigo Franco Vassallo

Il Grande Inquisitore Marco Spotti

Un frate/Carlo V Mariano Buccino

Elisabetta Svetla Vassileva
Eboli Giovanna Casolla
Tebaldo Marika Colasanto
Conte di Lerma/Un araldo reale Didier Pieri
Voce dal cielo Silvia Pantani
Deputati fiamminghi Ricardo Crampton, Ettore Kim, Roberto Maietta, Enrico Marchesini, Stefano Marchisio, Daniele Piscopo, Stefano Rinaldi Miliani

Orchestra e Coro del Teatro Carlo Felice di Genova

Direttore Valerio Galli

Maestro del coro Franco Sebastiani
Regia Cesare Lievi
Scene e Costumi Maurizio Balò
Luci Andrea Borelli
Allestimento in coproduzione tra Fondazione Teatro Carlo Felice, Fondazione Teatro Regio di Parma e Auditorio de Tenerife “Adán Martìn”

Genova, 30 aprile 2017

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