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Firenze, Teatro Goldoni – Didone abbandonata

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L’opera di Leonardo Vinci, compositore dalla vita rocambolesca vissuto tra 1690 (data incerta in quanto non si conosce neanche il luogo di nascita) e il 1730, è ultimamente oggetto di un meritato recupero da parte di teatri e case discografiche. Basti pensare che il suo ultimo lavoro, Artaserse, è stato oggetto nel 2012 di una incisione e una serie di recite tenute a Nancy con un cast che riuniva alcune delle migliori voci controtenorili oggi sulla piazza, come Philippe Jaroussky, Franco Fagioli e Max Emanuel Cencic, sotto la direzione di Diego Fasolis.
L’Opera di Firenze ha dunque deciso di inserirsi in questo filone recuperando la Didone abbandonata, dramma per musica su libretto di Pietro Metastasio, andata in scena la prima volta al Teatro delle Dame di Roma il 14 gennaio 1726 e ripresa poi a Vienna nello stesso anno. Il poeta romano aveva scritto tale libretto nel 1724 per Napoli, dove era stato musicato da Domenico Sarro; tuttavia egli collaborò strettamente con Vinci per questa nuova messa in musica, in modo da adattarsi al cast romano, composto interamente da voci maschili (nella Roma del tempo alle donne era infatti vietato calcare i palcoscenici).
Il risultato è un’opera in cui viene mantenuta per la maggior parte l’alternanza tra recitativo e aria tipica del teatro metastasiano, eccezion fatta per alcuni pezzi come il finale, in cui, al posto di un’aria conclusiva, troviamo una sorta di grande scena tragica composta da cinque recitativi accompagnati di Didone che si prepara all’immolazione. La storia è infatti quella della fine del soggiorno di Enea presso la corte di Cartagine, ripresa ovviamente da Virgilio, con alcuni cambi di nomi (la sorella di Didone da Anna diventa Selene) e aggiunte di personaggi come il re dei Mori Iarba, pretendente alla mano della regina, e il suo confidente Araspe. Il libretto si sviluppa così in versi di alto valore poetico tra intrighi e amori non corrisposti, secondo formule tipiche dell’opera seria italiana del tempo, fino al gran finale in cui Didone, abbandonata da tutti, si immola con la sua stessa città in fiamme.

A districarsi in questo libretto dai numerosi intrecci è stata chiamata Deda Cristina Colonna, che ha già firmato allestimenti di opere barocche in alcuni importanti teatri e festival europei. La regista-coreografa e i suoi collaboratori realizzano un allestimento lineare, rimanendo fedeli alla drammaturgia del libretto. La scena scarna di Gabriele Vanzini è composta su un lato da una scala con una sfinge di ispirazione più settecentesca che egizia, e sull’altro da una serie di tubi innocenti montati come a formare il perimetro di un edificio chiuso, mentre sul fondale bianco vengono proiettati attraverso giochi di ombra e di luce alcuni modellini di edifici classici o figure di guerrieri e navi. I costumi di Monica Iacuzzo tendono a diversificare i personaggi appartenenti alla corte di Didone, incluso Enea, da Iarba e Araspe, provenienti da un regno diverso; mentre i primi infatti presentano un abbigliamento classico, quasi romano, gli altri due sono vestiti come dei barbari arricchiti, con abiti scuri e borchiati.
Su questa dicotomia si basa anche tutto il gioco registico dei movimenti che vedono i cartaginesi atteggiarsi con grandezza e imperiosità, con movenze più pausate e “occidentali”, mentre Iarba è tratteggiato come una sorta di selvaggio che mostra i denti, spinge tutti e si muove spesso in modo viscido, quasi come fosse un serpente. Questo aspetto e i gesti spesso stereotipati danno l’idea di un lettura vagamente superficiale dello splendido libretto metastasiano, che offrirebbe invece un maggior scavo drammaturgico dei personaggi. Le arie vengono inoltre risolte più o meno come un gran concerto in costume in cui i protagonisti si muovono prima a destra, poi a sinistra, oppure salgono le scale, senza che siano spinti da una vera motivazione. Nonostante questa impostazione un po’ rinunciataria, gli interpreti si gettano pienamente dentro la regia, rendendo comunque lo spettacolo gradevole.

Alla testa dell’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino, ovviamente a ranghi ridotti data la natura dell’opera e le piccole dimensioni del Teatro Goldoni, si distingue Carlo Ipata, specialista di musica barocca e fondatore dell’ensemble Auser Musici. Il direttore si rivela grande conoscitore della materia e dirige con piglio sicuro, senza mai eccedere, calibrando bene gli strumentisti e dando giusto sostegno agli interpreti sul palco. Sa creare oasi liriche di notevole intensità come l’accompagnamento dell’aria di Didone “Se vuoi ch’io mora”, e imporre anche un ritmo più sostenuto come la marcetta che funge da ingresso per Iarba e Araspe.
Il cast è dominato dalla Didone di Roberta Mameli. Il soprano romano, che già si era distinta a Firenze come Gilade nel Farnace vivaldiano del 2013, mantiene le promesse date in quell’occasione. La voce è salda e ben emessa, le agilità ben risolte, con acuti taglienti e d’impatto. Il fraseggio, accurato, dà l’idea di uno scavo psicologico del personaggio condotto con acume e intelligenza, soprattutto nei recitativi in cui risalta così pienamente la parola metastasiana, e conferisce al personaggio tutte le sfaccettature che le convengono. I punti maggiormente riusciti risultano l’aria “Se vuoi ch’io mora” del secondo atto, in cui la voce sfuma in piani e pianissimi malinconici e sensuali allo stesso tempo, e il finale, nel quale il soprano dimostra tutto il suo piglio di interprete e domina la scena creando una Didone regale, ma pienamente partecipe dei suoi sentimenti.
Il ruolo di Enea è ricoperto da Carlo Allemano. Dotato di una voce solida che riempie ottimamente il teatro, il tenore si rivela prodigo di finezze e dall’acuto facile. Tratteggia un personaggio dal piglio eroico, ma che si abbandona agevolmente agli sdilinquimenti amorosi, trovando dunque un giusto equilibrio tra le varie componenti psicologiche dell’eroe, pur con qualche amnesia palese nei recitativi.
Il controtenore Raffaele Pe interpreta Iarba, il cattivo di turno. La voce contraltina presenta dei centri ben corposi e acuti sicuri allo stesso tempo, dimostrando una emissione omogenea. Le agilità di cui sono cosparse le sue arie sono sempre fluide e i recitativi risultano ben curati. L’interprete inoltre si distingue per la presenza scenica, prestandosi interamente al gioco registico.
Buona è la Selene di Gabriella Costa, sia interpretativamente che vocalmente, con una voce smaltata e omogenea e dagli acuti  ben emessi.
Discreto è l’Araspe del mezzosoprano Marta Pluda, sempre precisa e convincente sia nelle sue poche arie che nei recitativi. Un po’ più monocorde risulta invece l’Osmida di Giada Frasconi, che prende però vigore nelle salite all’acuto.

Il pubblico si è dimostrato attento e interessato, tributando applausi convinti a tutti gli interpreti, in particolar modo a Roberta Mameli, Raffaele Pe, Carlo Allemano e Carlo Ipata.
Il buon esito di queste recite fa sperare in ulteriori riprese di opere di Vinci, che si dimostrano perfettamente dialoganti con il nostro tempo, e nella continuazione da parte dell’Opera di Firenze di riprese di lavori e compositori dimenticati, come è nel DNA dell’istituzione fiorentina.

Opera di Firenze, Teatro Goldoni – Stagione 2016/2017
DIDONE ABBANDONATA
Dramma per musica in tre atti su libretto di Pietro Metastasio
Musica di Leonardo Vinci
Prima rappresentazione in tempi moderni
Edizione a cura di Auser Musici
Trascrizione dall’autografo a cura di Gioele Gusberti e Alessio Bacci
Revisione musicale di Carlo Ipata

Didone Roberta Mameli
Enea Carlo Allemano
Iarba Raffaele Pe
Selene Gabriella Costa
Araspe Marta Pluda
Osmida Giada Frasconi

Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore Carlo Ipata
Regia Deda Cristina Colonna
Scene Gabriele Vanzini
Costumi Monica Iacuzzo
Luci Vincenzo Raponi
In coproduzione con il Teatro Verdi di Pisa
Firenze, 10 gennaio 2017

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