Firenze, Teatro del Maggio – Tosca

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Dopo cinque anni Tosca ritorna sulle scene fiorentine. L’occasione è data dalla nuova produzione firmata da Federico Bertolani, per la chiusura del ciclo “Passione Puccini” che ha animato il mese di settembre al Teatro del Maggio, come una sorta di assaggio per la prossima stagione.
L’allestimento verte su un’idea di fondo semplice ma non scontata: la sottolineatura della morbosità insita, più o meno velatamente, nell’opera pucciniana che apre il Novecento. A evidenziare tale aspetto concorrono in primis le scene firmate da Tiziano Santi: niente basiliche ariose e baroccheggianti, né paesaggi su Roma, bensì una scatola claustrofobica sulle cui pareti si arrampica sempre più una densa tintura nera. Il grande muro di fondo può sollevarsi a metà della sua altezza per rivelare una sorta di corridoio rialzato e illuminato, unica feritoia verso il mondo esterno. Le passioni che animano l’opera vengono così costrette e impossibilitate a trovare sfogo, come a far prigionieri gli stessi personaggi nelle loro spire di morte e voluttà. Solo alla fine, quando la diva viene circondata, dietro di lei si apre un varco quadrato, una via di fuga più ampia: una scala verso il cielo color arancio e uno scorcio dell’ala del famoso angelo di Peter Anton von Verschaffelt; così Tosca, dopo aver fermato i sicari con lo sguardo, sale i gradini e si getta nel vuoto come da copione.
La regia di Bertolani si inserisce infatti nel solco della tradizione, seguendo le indicazioni suggerite dal libretto, ma risulta comunque molto curata nei movimenti dei solisti, che si lasciano trasportare nell’azione senza problemi. Unica trasgressione è la scena del Te Deum in cui Scarpia rimane solo al centro della scatola scenica, di fianco alla statua della Madonna, mentre il coro si affaccia a guardarlo dalle feritoie aperte in mezzo alle pareti, finché lui sugli accordi finali non si inginocchia in mezzo a una luce di taglio per farsi il segno della croce con modi faticosi, quasi forzati, ma carichi di un qualcosa di terribile. L’uso delle luci, anche stavolta a firma di D. M. Wood, fornisce un lieve taglio da cinema espressionista a tutta la narrazione, contribuendo a creare immagini di sicuro effetto.

Estremamente pensata e curata si conferma la direzione. Valerio Galli conferisce la massima attenzione a tutte le pagine, anche a quelle che di solito passano più inosservate: imprime alla partitura un suono sinistro, accompagnando l’uccisione di Scarpia con sonorità aguzze e taglienti, quasi espressioniste. La sua conduzione asseconda dunque il buon passo teatrale della regia, senza lanciarsi in troppi compiacimenti estetici. Questa teatralità risulta a tratti un po’ troppo esibita e alcune volte i cantanti risultano soverchiati dalla mole di suono, ma ciò non inficia comunque una buona prova direttoriale. A parte qualche ottone un po’ preponderante, l’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino offre come sempre una buona prestazione, mentre il Coro e il Coro di voci bianche ben si disimpegnano nel primo atto con un Te Deum piuttosto muscolare ma di effetto.

Nei panni della protagonista troviamo Francesca Tiburzi, soprano dal timbro scuro e seducente. La voce, ben proiettata, possiede una particolare consistenza nella zona centrale. Gli acuti sono sicuri anche se un po’ metallici, mentre le note gravi acquistano corpo nel corso della recita. Dotata di una bella figura e di una presenza scenica spigliata, costruisce un personaggio centrato soprattutto nelle scene di vendetta e gelosia, anche se il fraseggio risulta a tratti un po’ generico.
Stefano La Colla offre un’interpretazione di Mario Cavaradossi molto esteriore. La voce è ampia e il timbro luminoso. Gli acuti sono delle folgori e colpiscono il pubblico fiorentino a tal punto che viene richiesto e ottenuto il bis di “E lucevan le stelle”. Nonostante il pittore amante possa risultare credibile anche con tali caratteristiche, il tenore non si distingue per fantasia nel fraseggio né per varietà di sfumature, rendendo il personaggio un po’ monotono.
Angelo Veccia nei panni di Scarpia emerge soprattutto per la disinvoltura scenica. La vocalità, non certo debordante, impressiona meno rispetto a quella dei suoi due colleghi, ma la linea è omogenea e il baritono canta con correttezza, alternando momenti più sommari a guizzi interessanti durante il secondo atto.
Luciano Leoni è un Angelotti dalla voce sonora ma leggermente grezzo. Nicolò Ceriani fornisce uno strumento consistente al personaggio del Sagrestano, riuscendo a variare bene gli accenti necessari. Ben curato risulta lo Spoletta di Rim Park, mentre Jungmin Kim esegue con precisione gli interventi di Sciarrone. Molto buona anche la resa del Carceriere interpretato da Vito Luciano Roberti.
Al termine della recita, il pubblico festante tributa grandi applausi a tutti, in particolare ai tre protagonisti e al direttore, con punte di vero entusiasmo (e qualche isolato dissenso) per il tenore.

Teatro del Maggio – Passione Puccini
TOSCA
Melodramma in tre atti di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica
Musica di Giacomo Puccini

Floria Tosca Francesca Tiburzi
Mario Cavaradossi Stefano La Colla
Il Barone Scarpia Angelo Veccia
Cesare Angelotti Luciano Leoni
Il Sagrestano Nicolò Ceriani
Spoletta Rim Park
Sciarrone Jungmin Kim
Un carceriere Vito Luciano Roberti

Orchestra, Coro e Coro delle voci bianche del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore Valerio Galli
Maestro del coro e del coro delle voci bianche Lorenzo Fratini
Regia Federico Bertolani
Scene Tiziano Santi
Costumi Valeria Donata Bettella
Luci D. M. Wood
Nuovo allestimento del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino
Firenze, 24 settembre 2017

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