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Festival di Salisburgo 2017 – Aida

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Sold out in tutte le sue recite già da gennaio, Aida era forse lo spettacolo più atteso di questa nuova edizione del Salzburger Festspiele targata Markus Hinterhäuser, nuovo sovrintendente del prestigioso festival austriaco. Il titolo di Verdi mancava, infatti, dalle tavole del Grosses Festspielhaus dall’agosto del 1980 quando, diretti da Herbert von Karajan, si esibirono fra gli altri Mirella Freni, José Carreras, Piero Cappuccilli e Ruggero Raimondi; grande era quindi l’interesse, dopo 37 anni di assenza, per svariati motivi, fra attesi debutti e graditi ritorni.

Riccardo Muti è nuovamente a Salisburgo per dirigere un’opera in forma scenica (l’ultima è stata Macbeth nel 2011), alla guida dei Wiener Philarmoniker. Dalla sempre impeccabile compagine viennese il maestro ottiene un suono pieno e corposo, di puro smalto, screziato di tenui preziosismi e nuances delicate; grazie alla giustapposizione tra sonorità muscolari e altre maggiormente eteree e trasparenti, ne scaturisce una lettura di forte impatto, travolgente, di piglio deciso, senza però mai scadere nel bandistico. Variegata è poi l’agogica dei tempi: a momenti dilatati e di ampio respiro quale, per esempio, il terzetto del primo atto, si contrappongono altri più spediti e rapinosi, risultando così una direzione alquanto dinamica e attenta a non sovrastare i cantanti, intensamente umana.

Shirin Neshat, artista iraniana dedita soprattutto alla fotografia e alla video art, firma qui la sua prima regia d’opera, concependo uno spettacolo essenziale e minimal, dove si mescolano fra di loro Oriente e Occidente, in un Egitto atemporale privo di orpelli kitsch. La scena di Christian Schmidt è dominata da un grandioso cubo bianco in muratura dalle pareti scabre che, via via, si compone e scompone in due parti cave e gira su se stesso su di una pedana ruotante. Accanto a trovate suggestive, quali le proiezioni sul poliedro di video dinamici raffiguranti le acque increspate del Nilo nel terzo atto o, quando Aida canta “Numi, pietà del mio soffrir!”, di donne e uomini mediorientali (nei suoi lavori la Neshat esamina spesso le condizioni sociali all’interno della cultura islamica, con particolare attenzione al ruolo della donna), altre sono parse più scontate e tradizionali, in special modo la gestualità e la recitazione degli artisti, di frequente relegati al proscenio. Emozionante, nel secondo atto, la scena del trionfo: durante i ballabili il cubo – aperto e con all’interno, seduti su tribune, i vincitori egizi – , girando mostra sul retro prigionieri etiopi di ogni età, ammassati contro il muro e con lo sguardo malinconico e impaurito verso la platea. Di alta fattura ed estremamente curati i costumi di Tatyana van Walsum: vaporosi e giocati sulle cromie dell’azzurro i due indossati da Aida; ampi e impalpabili quelli di Amneris – ben cinque di diversi colori, giallo, rosso, blu elettrico, bianco, nero -, con lunghi strascichi; Radamès indossa una divisa militare di foggia ottocentesca; i sacerdoti sono abbigliati come preti slavo-ortodossi; gli uomini e le donne del coro vestono come Ottomani del XIX secolo. Gli abiti delle due rivali in amore sono, inoltre, impreziositi da sfarzosi gioielli di Swarovski, main sponsor dell’allestimento. Suggestive e atmosferiche le luci di Reinhard Traub; dal sapore ancestrale le coreografie firmate da Thomas Wilhelm, ballate con energia e vitalismo da ballerini scalzi e a petto nudo, col viso mascherato da inquietanti bucrani.

Entrambi i protagonisti, ormai di casa a Salisburgo, debuttano i rispettivi ruoli. Aida è Anna Netrebko: la diva russa si distingue per una vocalità debordante, avvolgente, morbida nell’emissione e abbastanza omogenea; se le note alte suonano sempre sfolgoranti e carnose, quelle basse sono a tratti intubate e opache. Servendosi di suggestive mezzevoci e grazie a una buona tenuta dei fiati e dei filati, nonché a una recitazione credibile e carismatica, il soprano delinea una schiava etiope sofferta ma, al contempo, intensa e appassionata, nobile nel portamento. Ineccepibile la resa della romanza “O cieli azzurri”, dove la Netrebko tende a sfumare e alleggerire i suoni, meritandosi fragorosi applausi a scena aperta.
Accanto a lei, Francesco Meli: diciamo subito che rimarranno delusi tutti coloro che si aspettano un Radamès stentoreo e vigoroso. In possesso di una voce di buon volume, fresca e solare, che corre bene nell’ampia sala salisburghese, sin dalla celeberrima “Celeste Aida”, coronata da una raffinatissima smorzatura di suono, il tenore incarna un guerriero schiettamente lirico e giovanile, introspettivo e sentimentale ma non per questo meno convincente. A tale eleganza contribuiscono anche la cesellatura nel porgere la parola, il sapiente utilizzo di pianissimi e un buon controllo del registro acuto.
Ekaterina Semenchuk è Amneris, personaggio da lei già affrontato molteplici volte. Strumento vocale incisivo, timbricamente chiaro (quasi sopranile), il mezzosoprano russo emerge per una dizione nitida e per un’interpretazione espressiva e volitiva (nonostante in parte penalizzata dalla staticità della regia); gli acuti sono sfavillanti e torrenziali, in particolare il la che conclude la Scena del Giudizio del quarto atto, si avverte però la tendenza a gonfiare eccessivamente, in alcuni punti, i gravi.
Piace l’Amonasro virile e regale di Luca Salsi, dal physique du rôle altero e dal fraseggio pregnante, scolpito nella pietra, dalla vocalità solida e ben proiettata.
Dmitry Belosselskiy è un Ramfis autoritario, incisivo nell’emissione e granitico nel portamento, rispecchiando appieno la figura del capo dei gran sacerdoti. Convincente Roberto Tagliavini nei panni ieratici e compiti del Re; puntuale la Gran Sacerdotessa di Benedetta Torre, dalla voce pastosa e sostenuta; corretto Bror Magnus Tødenes (Un messaggero).
Inappuntabili e potentemente efficaci gli interventi del Konzertvereinigung Wiener Staatsopernchor, guidato con maestria da Ernst Raffelsberger.
Teatro esaurito e franco successo di pubblico, con circa dieci minuti di roboanti applausi e ovazioni per Riccardo Muti, Anna Netrebko, Francesco Meli, Ekaterina Semenchuk e Luca Salsi.

Salzburger Festspiele 2017
AIDA
Opera in quattro atti su libretto di Antonio Ghislanzoni
Musica di Giuseppe Verdi

Il Re Roberto Tagliavini
Amneris Ekaterina Semenchuk
Aida Anna Netrebko
Radamès Francesco Meli
Ramfis Dmitry Belosselskiy
Amonasro Luca Salsi
Un messaggero Bror Magnus Tødenes
La Gran Sacerdotessa Benedetta Torre

Wiener Philarmoniker
Konzertvereinigung Wiener Staatsopernchor
Direttore Riccardo Muti
Maestro del Coro Ernst Raffelsberger
Regia Shirin Neshat
Scene Christian Schmidt
Costumi Tatyana van Walsum
Luci Reinhard Traub
Direttore della Fotografia Martin Gschlacht
Coreografia Thomas Wilhelm
Drammaturgia Bettina Auer
Salisburgo, Grosses Festspielhaus, 19 agosto 2017

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