Catania, Teatro Massimo Bellini – Salome

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All’alzarsi del sipario – uno degli incipit più folgoranti dell’intera storia del teatro musicale, quello di Salome di Richard Strauss, tornata sulle scene del Teatro Massimo Bellini di Catania dopo trent’anni esatti di assenza – la prima sensazione è quella di trovarsi davanti a una sorta di strano asteroide, forse un pianeta circondato da un anello, illuminato dalla luna: il riferimento a 2001: Odissea nello spazio, che peraltro annoverava Also sprach Zarathustra come tema principale della colonna sonora, appare a tutta prima evidente e quasi scontato. Bastano pochi istanti per acclimatarsi alla suprema eleganza dell’impianto scenico di Pier Luigi Pizzi, che della luminosa, perlacea chiarìa lunare fa la chiave di volta per declinare, sulla scena come nei costumi, tutte le sfumature del grigio, dall’argento al carbone, in uno scintillare prezioso eppur sobrio, contenuto, limpidamente estetizzante. Su un piano fortemente inclinato – come l’inesorabile precipitare degli eventi del dramma – è tutto un gioco di astratte simmetrie: in posizione zenitale, la sfera della luna è perfettamente in asse con il foro di apertura della cisterna ove è imprigionato Jochanaan, autentico motore immobile dell’azione. La luna si specchia in un foro che è irresistibile buco nero, bocca spalancata su un mitico altrove di leggenda.

Corre veloce, l’incanto di una sera sulla terrazza della reggia di Herodes: con un compunto Paggio (Sonia Fortunato) a frenare gli ardori di uno svettante Narraboth (Michael Heim), che nei riflessi dell’astro notturno intercetta la bellezza di Salome con una voce che si piega, duttile, a raccontare la passione, lo slancio, il tormento. Ed è proprio lei a raggiungere la scena: Salome, principessa di Giudea, cui Jolana Bubnik Fogašová subito imprime un taglio capriccioso eppur imperioso, complice una vocalità sicura nel registro acuto, talora screziata, non sempre omogenea, ma com’è giusto che sia per accrescere l’appeal di una presenza inquietante e avvolgente. Vuole vedere a tutti i costi Jochanaan, parlargli, comprenderne le misteriose profezie, forse anche toccarlo: quasi presagendo i primi segnali di un amore morboso e impossibile. Ed è proprio la sua apparizione a risultare folgorante.
Perché Jochanaan è interpretato da Sebastian Holecek, personalità d’eccezione perché presenza vocale prima ancora di comparire in scena, vox clamans che echeggia portentosa, forte di un timbro brunito, pastoso, torrenziale, pronto a invadere la scena, ad abitare la sala, a scavare le coscienze: «deine Stimme ist wie Musik in meinen Ohren», «la tua voce è musica per le mie orecchie», dirà Salome, al contrario di Herodias («Die Stimme dieses Menschen macht mich wahnsinnig»), che per la stessa voce rischia di diventare pazza. Tetragono a ogni tentativo di seduzione, il personaggio biblico è monolitico, impressionante per ampiezza e proiezione dello strumento. Ma forse c’è di più. Perché Pizzi evita di farlo venir fuori dalla bocca della cisterna, lo lascia intrappolato fino alla cintola nella scabra, scivolosa montagnola che lo circonda. E allora il cortocircuito è inevitabile: è impossibile non pensare alla Winnie degli Happy Days di Samuel Beckett, anche lei ‘bloccata’, sepolta viva eppure pronta ad accogliere l’ennesimo «heavenly day», un altro giorno divino che il Signore le manda. Identica è l’attesa di un futuro messianico, identica la forza di persuasione di chi dissimula il dolore: e come Beckett destruttura le convenzioni della conversazione di una coppia piccolo-borghese, così Pizzi lavora sull’incapacità di comunicazione dell’unico, perverso duetto d’amore dell’opera, con Salome che si aggira come una mantide intorno alla preda, irrequieta, resistibile ape regina pronta a colpire la sua vittima.

Officia questi giorni, queste ore felici la fervida bacchetta di Günter Neuhold, che con l’orchestra dipana un vortice tumultuoso e ribollente eppur compatto, dilatando le sonorità ma garantendo al tempo stesso un ritmo teatrale travolgente e, soprattutto, un’unità di tono, così difficile da mantenere lungo tutto l’arco dell’opera. È una Salome che non ammette momenti di requie e cadute di tensione, la sua, e che trova il suo vertice nell’interludio orchestrale che segna il passaggio tra terza e quarta scena: passaggio riepilogativo, certo, ma traboccante di una passione selvaggia, repressa, come delle inesorabili risoluzioni a venire; forse più che nella celeberrima Danza dei sette veli, in cui è la ricerca del suono a farla da padrona, con una sonorità rutilante, lussureggiante, vorticosa. Tutti sembrano adeguarsi a questa lettura, a questa ebbrezza perfettamente controllata.

Si rivelano presenze di pregio l’Herodes di Arnold Bezuyen, che domina l’impervia scrittura di hohen Tenor senza eccessi grotteschi e isterici, ma anzi capace, talora, di scivolare in uno Sprechgesang utilizzato esclusivamente a fini espressivi; accanto alla lineare, irreprensibile Janice Baird, che con una voce più scura, rispetto alle sue recenti interpretazioni wagneriane, adesso affronta il personaggio di Herodias: con la grandiosità di un declamato perentorio e autoritario ma sempre regale, sontuoso, solenne. Li circondano una corte di personaggi, quasi sempre all’altezza dei rispettivi compiti, ma con risultati degni di menzione per le penetranti, incisive presenze dei cinque Ebrei (Iurie Ciobanu, Enzo Peroni, Aldo Orsolini, Andi Fruh, Alessandro Busi), e per l’impegno – orientato su più fronti – dell’imponente, autorevole Roman Polisadov. Tutti a far da corona all’interessante Salome di Jolana Bubnik Fogašová, che non risparmia forze né energie per tratteggiare il ritratto di una donna passionale e determinata: con una costruzione del ruolo in crescendo, attenta a caratterizzare un fraseggio ora martellante ora carnale, fino alla scena finale, dominata con sicurezza e intelligenza interpretativa. Forse le manca una maggior ricchezza di armonici, un più significativo affondo nel registro grave, che rende meno credibile e imperiosa la richiesta della testa di Jochanaan; ma Salome è un ruolo di cui non tutto – e non sempre – può essere restituito, ed è legittimo valorizzare gli aspetti che maggiormente si attagliano a una vocalità che fa affidamento sugli scarti di registro, su una sensualità ferina e ferita, ostinata e insinuante.

Proprio su questi elementi si fonda una Danza dei sette veli in cui Pizzi – con il valido supporto degli arabeschi coreografici disegnati da Federico Ruiz – non scopre ma evoca, sottolinea, delinea le forme di un corpo che tre elegantissimi porteurs esaltano nel suo verginale candore, unica nota di bianco a contrastare le sfarzose dorature Jugendstil dei costumi dei monarchi – autentico viluppo vischioso e catturante nello strascico di Herodias, una sorta di coda che arriva a inglobare, e fin quasi imprigionare un giovane del suo seguito. Non fosse per l’inerme, desolante fissità delle luci, sempre uguali e immutabili, si segue e si insegue il vaporoso gioco di un velo, nuvola bianca che irretisce lo sguardo del Tetrarca per volteggiare sopra l’occhio scuro della cisterna: dove finirà per precipitare e riavvolgersi – accentuando così l’ambivalenza sull’effettivo beneficiario della Danza – lasciando svettare Salome in un lineare, semplice, efficacissimo abito rosso. Perché, una volta ottenuta la testa di Jochanaan, anche lei verrà irretita, risucchiata da quel buco nero, all’interno dell’antro oscuro da cui rimbombava la voce del Profeta: e al momento dell’ultimo, interminabile, appassionato bacio sarà dentro la cisterna-tumulo, già mezzo sepolta, pronta ad assaporare l’amaro sapore dell’amore. Come Winnie, adesso, può finalmente godere di un giorno felice, di un giorno veramente felice: l’ultimo, l’estremo, l’unico.

Teatro Massimo Bellini – Stagione lirica 2017
SALOME
Dramma musicale in un atto dall’omonimo dramma teatrale di Oscar Wilde
Musica di Richard Strauss

Herodes Arnold Bezuyen
Herodias Janice Baird
Salome Jolana Bubnik Fogašová
Jochanaan Sebastian Holecek
Narraboth Michael Heim
Ein Page der Herodias Sonia Fortunato
Erster Jude Iurie Ciobanu
Zweiter Jude Enzo Peroni
Dritter Jude Aldo Orsolini
Vierter Jude Andi Fruh
Fünfter Jude Alessandro Busi
Erster Nazarener Roman Polisadov
Zweiter Nazarener Giovanni Monti
Erster Soldat Roman Polisadov
Zweiter Soldat Daniele Bartolini
Ein Kappadozier Alessandro Busi
Ein Sklave Giovanni Monti

Orchestra del Teatro Massimo Bellini di Catania
Direttore Günter Neuhold
Regia, scene e costumi di Pier Luigi Pizzi
Assistente alla regia e progetto luci Massimo Gasparon
Movimenti scenici Federico Ruiz
Catania, 21 maggio 2017

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