Chiudi

Catania, Teatro Massimo Bellini – La straniera

Condivisioni

Alaìde come Ofelia. Afflitta dalla sua sindrome, dai suoi turbamenti, dal suo irrefrenabile, tempestoso, melanconico cupio dissolvi. È sulle rive di quel ramo del lago di Carency, che volge verso l’estremo confine settentrionale francese, che il Teatro Massimo Bellini di Catania ha preso stanza per il titolo inaugurale del nuovo cartellone lirico: lì dove Vincenzo Bellini ha ambientato la sua Straniera. Se un’immagine dovessimo isolare, dell’intero spettacolo impaginato dal regista Andrea Cigni, certo non rinunceremmo all’ultima: quando la tragedia incombe, il melos belliniano – di cui quest’opera sembra volutamente, sperimentalmente avara – finalmente trabocca e Alaìde, regina in incognito, sparsa la lunga chioma sul manto nero, si lascia galleggiare tra le onde del lago. È l’acqua, infatti, l’elemento primigenio e unificante dell’imponente, audace dispositivo immaginato dallo scenografo Dario Gessati: uno spazio vuoto, epurato, cosa mentale prima ancora che luogo dell’anima, ora immacolato ora inghiottito dalle tenebre, nel quale laceranti tagli di luce, disegnati da Fiammetta Baldiserri, lasciano sempre intravedere il riflesso del lago presso il quale alberga la misteriosa donna, finalmente paga di «piangere in libertà la sua colpa e le sue sventure.» E allora tutto comincia in un canneto, una sorta di selva oscura dove sembrano smarrirsi dapprima Isoletta e Valdeburgo, quindi soprattutto Arturo di Ravenstel, «giovane ardentissimo», «sempre agitato» perché mosso «da un inquieto istinto», da un romantico mal de vivre che lo fa schubertiano Wanderer e čajkovskijano principe in cerca del suo cigno nero. Solo la natura fa eco all’infinito, incolmabile dolore di queste creature: e si rapprende sul velo di tulle che funge da sipario, nello sguardo spaurito di un cervo inseguito durante una battuta di caccia come nel nero volo di uccelli che migrano in un cielo tormentato da gonfie nubi.

Ma è nel corso del secondo atto che l’acqua invade letteralmente tutto il palcoscenico: nella scena del giudizio, liquido amniotico dal quale riemergono i fantasmi del passato, lavacro purificatore per mondare colpe mai commesse; quindi, appunto, nel quadro finale, quando diventa vitrea, immobile corrente dove giacere in attesa della fine. Ed è proprio nel corso di questo atto, tanto elaborato quanto risolutivo, che il lago diventa protagonista dell’azione: perché si riflette in un gigantesco specchio che – un po’ come nella memorabile Traviata di Svoboda – finalmente restituisce ai personaggi l’identità nascosta e perduta, le mille faville di antichi bagliori corrosi dal tempo, negati dalla storia. Lì Alaìde per l’ultima volta invoca il cielo, perché sia «pietoso» ai suoi voti; lì, pochi istanti dopo, sul cadavere dell’amato, si troverà a sfidarne il furore: e dagli scranni del potere, ora composti in forma di croce latina, spegnerà nell’acqua il fuoco di candele che ardono di rossi, sinistri bagliori. Coniuga nitore formale e fluidità narrativa, la nuova produzione di Cigni, cui il rigore dei geometrici costumi bicromatici, firmati da Tommaso Lagattolla, imprime moderate tracce di atemporalità e ironici accostamenti neogotici – nel trucco marcato in odore di Famiglia Addams. Una più approfondita interazione tra i linguaggi convocati sulla scena – le immagini video spariscono infatti nel secondo atto – avrebbe forse giovato a una concezione più unitaria dello spettacolo.

Se la parte visiva della nuova produzione dell’opera si è rivelata ricca di suggestioni, non altrettanto può dirsi in punto musicale, per più di un aspetto deludente, forse anche a causa delle sostituzioni – ben due! – che hanno afflitto l’attesissima première. Opera negletta tra quelle più note del compositore catanese, La Straniera è ritornata infatti sulle scene etnee dopo un’assenza durata oltre tre lustri per una ragione che, da sola, giustificava l’impresa: per l’occasione, infatti, è stata tenuta a battesimo la nuova edizione critica della partitura, di imminente pubblicazione per i tipi di Casa Ricordi, a cura di Marco Uvietta. Dopo la musica strumentale e quella vocale da camera, I Capuleti e i Montecchi e La sonnambula, I Puritani e Adelson e Salvini, un altro tassello si aggiunge adesso all’imponente cantiere filologico che, da un quindicennio a questa parte, sta restituendo tutta la complessità della drammaturgia belliniana, con le sue varianti d’autore, rese finalmente disponibili per scelte più consapevoli e mirate. Di tutte le opere del catalogo belliniano, La Straniera è tra quelle che dispongono di un numero relativamente limitato di ripensamenti: rappresentata per la prima volta alla Scala nel febbraio del 1829, l’opera venne ‘accomodata’ unicamente in occasione della ripresa scaligera del gennaio 1830. Dapprima «precipitato» per l’assenza dell’«angelico suono» della voce del suo artista prediletto, Giovanni Battista Rubini, Bellini decise infatti di introdurre pochi, ma significativi interventi a vantaggio del celeberrimo tenore, essenzialmente a carico dei recitativi e della Scena e Duetto con Valdeburgo. Pur nota al grande pubblico per una ripresa newyorkese del 1993, alla quale aveva partecipato il tenore Gregory Kunde, proprio la seconda versione avrebbe meritato di essere riscoperta: mentre a Catania – forse in maniera più opportuna, considerata la necessità di verificarne la tenuta scenica – si è optato per l’edizione originale del 1829, che dunque ha avuto il merito, se non altro, di essere proposta nella sua integralità.

Non sembra aver tratto particolare giovamento da tanta acribìa critica la concertazione di Sebastiano Rolli, ancipite sull’aspetto forse più problematico della scrittura belliniana, la gestione dei tempi. Alterna, infatti, la lentezza estenuata e a tratti esasperante dei Cantabili – nel Terzetto del primo atto, nell’Aria di Valdeburgo – alla febbrile, fin scomposta irrequietezza delle Strette: mancando qui e lì quella corposità di suono, quel pulsare che ora deve schiudersi all’erompere della melodia, ora frammentarsi in un più serrato discorso drammatico. Rolli si astiene dal definire la tinta della partitura, e predilige invece una pasta sonora levigata, impalpabile, evanescente: che poco sostiene il canto, mettendo a dura prova la respirazione degli artisti; e che soprattutto manca di consistenza, spessore, urgenza emotiva. È una Straniera pudica e quasi in punta di piedi, garbatamente accennata e puntualmente elusa nei suoi snodi essenziali: una prova poco meditata, certo bisognosa di ulteriori approfondimenti. Da qui scaturisce, forse, quel clima di incertezza che coinvolge in primis la compagine corale, titubante nel rispondere alla guida di Ross Craigmile: soprattutto nella sezione maschile, che vistosamente incespica nei sedicesimi ribattuti dell’avvincente Coro di caccia, con cui si inaugura il Finale primo.

Stretto è il legame che unisce la fossa alla scena: non foss’altro che per lo sdoppiamento dello sfortunato personaggio di Isoletta, che ha mietuto ben tre vittime nel corso delle prove. Subentrata solo il giorno della prima, la quarta, Sonia Fortunato, merita di certo l’onore delle armi: prudentemente rimane in buca, dove può consultare la sua parte, mentre sulla scena una figurante – la figura slanciata ed elegante di Nicol Oddo – ne mima il ruolo. Poco è possibile dire di una prova affrettata, se non che emerge la corposità di un consistente materiale vocale, acconcio a disimpegnarsi nel dettato belliniano, soprattutto nella mirabile – quanto temibile – grande Scena ed Aria del secondo atto, in cui è magnificamente assecondata dal fecondo dialogo concertante con il primo flauto di Giovanni Roselli. Nei ruoli di fianco, Alessandro Vargetto è un austero Montolino, mentre Maurizio Muscolino, non fosse per un brevissimo vuoto di memoria, incarna un autorevole Priore degli Spedalieri. Dal canto suo, Riccardo Palazzo tratteggia un insinuante ritratto di Osburgo, che qui s’impone quale oscuro, inquietante motore dell’azione.

Sostituendo l’indisposta Daniela Schillaci, è stata Francesca Tiburzi, che le sarebbe subentrata in alcune repliche, ad avere l’onere di interpretare Alaìde. Provvista di forte temperamento, l’artista bergamasca sfoggia un interessante timbro scuro, screziato, certo indicato per quel repertorio ‘sfogato’, cui il ruolo appartiene. Molto, tuttavia rimane ancora da fare sotto il profilo tecnico, per evitare certi suoni intubati, che conferiscono incongrua drammaticità al dettato; come per quanto concerne l’intonazione, sovente periclitante. In difficoltà sin dall’ampio vocalizzare fuori scena, che ne anticipa la sortita, parca nell’uso di filature, per il momento non esibisce una coloratura adeguata – praticamente inesistenti sono le variazioni della fiammeggiante cabaletta finale – e che, quando accennata, talora tende a snaturare alcune preziosità della scrittura belliniana, su tutte l’interrogativo inabissarsi del tetracordo dorico da cui muove il Finale primo. Ne emerge tuttavia un’interpretazione partecipe e accorata, tale da rendere giustizia agli aspetti più esteriori del personaggio, intensamente vissuto.

Più composta e attendibile la partecipazione dei due interpreti maschili. Enrico Marrucci veste i panni di Valdeburgo: e se forse gli nuoce una certa genericità della presenza scenica, che si vorrebbe più aristocratica, pure conquista per il bel colore di un suggestivo timbro baritonale, la morbidezza dell’emissione e la linea del legato con cui intona la sua Aria «Meco tu vieni, o misera», il sobrio rigore di un’eleganza mai enfatica, né eccessiva. A Emanuele D’Aguanno spetta il compito di dimostrare quanto la scrittura di Arturo – scritto per Domenico Reina, tenore certo meno importante del mitico Rubini – non sia affatto facile o di minor rilievo. L’assenza di arie solistiche, infatti, si rivela il frutto di una precisa scelta drammaturgica, che ne fa un eroe inquieto e irrequieto, volubile e angosciato. Il timbro adamantino e il fraseggio esemplare, unito a un invidiabile physique du rôle, permettono al tenore di cogliere l’importanza strategica dell’arioso – a partire dalla nostalgica malìa del primo, «Eri tu dunque un tempo» – che diventa dimensione privilegiata per esprimere la modernità sperimentale della Straniera. D’Aguanno imprime dolcezza e rimpianto alla mirabile mezza voce del Cantabile «Ah! se tu vuoi fuggir», enunciato a fior di labbra; furore ed empito cavalleresco negli accenti della singolar tenzone, che esplode nel Finale primo; disperazione e speranza nel Duetto con il baritono. Possiede, insomma, tutta la foga, ma anche tutto il composto ritegno di chi, sfuggito dalle maglie del canto fiorito rossiniano, si affaccia sul ciglio dell’incipiente stagione romantica.

Perché il naufragar è dolce in questo lago, laggiù in Bretagna, sulle rive dell’antico maniero di Carency.

Teatro Massimo Bellini – Stagione lirica 2017
LA STRANIERA
Melodramma in due atti su libretto di Felice Romani
Musica di Vincenzo Bellini
Edizione critica a cura di Marco Uvietta (Casa Ricordi, Milano)

Alaìde (la Straniera) Francesca Tiburzi
Il signore di Montolino Alessandro Vargetto
Isoletta Sonia Fortunato (Nicol Oddo)
Arturo Emanuele D’Aguanno
Il barone di Valdeburgo Enrico Marrucci
Il priore degli Spedalieri Maurizio Muscolino
Osburgo Riccardo Palazzo

Orchestra e Coro del Teatro Massimo Bellini di Catania
Direttore Sebastiano Rolli
Maestro del coro Ross Craigmile
Regia Andrea Cigni
Scene Dario Gessati
Costumi Tommaso Lagattolla
Luci Fiammetta Baldiserri
Catania, 21 gennaio 2017

Download PDF
Privacy Policy Connessi all'Opera - Tutti i diritti riservati / Photo credit: "National Centre for the Performing Arts - Beijing, China" di Xi Liao Pen, 2012