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Catania, Teatro Greco Romano – Tosca

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Forse. Forse talora occorrerebbe cambiare prospettiva, punto di vista. Lo ricordava Mario Baudino – nel suo “Cartesio” pubblicato su «La Stampa» giusto il giorno della prima – commentando una novità del mercato editoriale francese, Agir et penser comme un chat di Stéphane Garnier, in cui i felini, che Baudelaire considerava «amici della scienza e della voluttà», vengono addirittura considerati come life coach, modelli di vita e d’azione. Ora, sappiamo che i nostri venticinque lettori attendono notizie della Tosca di Giacomo Puccini, che il Teatro Massimo Bellini di Catania ha presentato al Teatro Greco-Romano, nell’ambito di una rassegna estiva che quest’anno va sotto il nome di Anfiteatro Sicilia, finalizzata alla valorizzazione dei siti archeologici e dei teatri di pietra dell’isola. Epperò, per raccontare questa Tosca non sembra possibile prescindere dall’apporto di chi ne è diventato protagonista assoluto e incontrastato: uno splendido esemplare di gatto bianco e nero che l’ha fatta da padrone durante tutta la serata. Con passo morbido e felpato, ha visitato la romanità del capolavoro pucciniano con fare sornione e circospetto, tra ruderi e riflettori, antiche pietre e ottocenteschi fervori: quasi a voler ricordare che in quel teatro – notoriamente impossibile per agibilità e visibilità – i veri intrusi siamo noi, e non certo chi lo abita e ne dispone durante tutto l’anno. E allora è con lui, inconsueto abitatore delle scene, che vogliamo immaginare di parlarne; o meglio: a partire da lui, forse disturbato dall’inconsueto panorama che si è dispiegato ai suoi gelidi, impenetrabili occhi.

Chi era quel gatto? Forse quello del Cheshire? In fondo il teatro è una grande, meravigliosa wonderland, le cui avventure meritano di essere raccontate: non senza quel sorriso (to grin like a cheshire cat…) che dai tempi di Lewis Carroll lo accompagna. Forse tale gli sarà parso il palcoscenico, su cui resistevano frammenti del sontuoso, glorioso allestimento che Raffaele Del Savio aveva firmato per il Bellini nel 2002 (sul podio dirigeva Gustav Kuhn) e che con alterne fortune era stato ripreso già nel 2007, quale omaggio all’astro del compianto Salvatore Licitra, quindi ancora nel 2012. Poco ne ha salvato il regista Renzo Giacchieri: praticamente l’essenziale. Per questo il nostro si aggira, in Sant’Andrea della Valle, tra un palco con il quadro della Maddalena, l’altar maggiore e una statua della Vergine; quindi, dove si vuole Palazzo Farnese, ammira una libreria, un tavolo, un mappamondo e un’agrippina, scampoli di un fasto invero trascurato; fino alla riproduzione in miniatura dell’Arcangelo Michele di Peter Anton van Verschaffelt, sui bastioni di Castel Sant’Angelo.
Forse il suo sguardo non si è spinto in alto, su su fino alle proiezioni che per fortuna dissimulano il prospetto posteriore di palazzo Gravina-Cruyllas: dapprima la cupola di Carlo Maderno della basilica romana, quindi una Giuditta che mozza il capo a Oloferne, infine il più corrivo Cupolone che si staglia su un cielo stellato. Ma circola, il nostro micio, sulla scena. E forse si chiede perché la chiesa sia mèta di così tanti francescani; e soprattutto perché questi abbiano rinunciato ai sandali d’ordinanza, in pro di più eleganti mocassini neri; o ancora perché l’altar maggiore, quando Scarpia decide infine di inginocchiarsi, diventi mobile e si ruzzoli verso di lui, pericolosamente arrestandosi sul ciglio della buca orchestrale. C’era, forse, in tutto questo un recondito significato simbolico (l’ipocrisia del clero che stringe un’alleanza con la politica): ma poteva il nostro micio comprenderlo? No, a lui altro interessa, giustamente. E lo dimostra alla fine del secondo atto, dopo aver ipnoticamente incorniciato il lamento-preghiera di Flora Tosca: quando, morto Scarpia, si aggira intorno al cadavere, magari in cerca degli avanzi della cena interrotta.

E allora si sveli infine il mistero: approfondite ricerche hanno permesso di identificare Cesarina, la gatta del Teatro Greco-Romano: la si cita per prima, perché calamitante, ineludibile, ininterrotta presenza di uno spettacolo ‘estivo’, con tutti i connotati che l’aggettivo comporta. Impettiti al proscenio, interpretano il capolavoro di Puccini il soprano Elena Rossi, che della cantatrice romana è ormai esperta interprete, scenicamente persuasiva, ma che certo non brilla né per ricchezza timbrica né per dimestichezza con il canto di conversazione, che è componente essenziale del dettato musicale; il tenore Enrique Ferrer, di cui si apprezza la generosità, meno la genericità con cui affronta i momenti topici del ruolo, e soprattutto un vibrato a dir poco tellurico; e il baritono Lucian Petrean, al debutto su un palcoscenico italiano, Scarpia dalla voce chiara e dalla pronuncia problematica. Nella schiera dei comprimari merita una menzione l’insinuante, incisivo Spoletta di Aldo Orsolini, che nel panorama comprimariale italiano è una certezza per la precisione e l’evidenza degli interventi. Governa la complessa materia, sul podio, l’interessante bacchetta di Valerio Galli: dal gesto magniloquente, ma capace talora di rintracciare le peculiarità della partitura. Lo si gradisce meno, forse, durante la cantata a Palazzo Farnese, in cui il coro – diretto da Ross Craigmile – fragorosamente sovrasta l’interrogatorio di Scarpia; ma sicuramente in un terzo atto in cui l’opera prende finalmente l’abbrivio, complice una vena descrittiva che si tinge di raffinate valenze pittoriche nella calibrata, soffusa introduzione all’ultimo assolo di Cavaradossi, enunciata dal quartetto di celli capeggiati da Vadim Pavlov e dal nostalgico flauto di Giovanni Roselli.

Peccato, allora, che Cesarina non si chiami Zorba. Perché magari, se avesse avuto le doti di quello di Sepúlveda, avrebbe insegnato a Tosca a volare. Ma quella era, appunto, un’altra storia. E, soprattutto, un altro gatto.

Teatro Greco-Romano – Anfiteatro Sicilia
TOSCA
Melodramma in tre atti su libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa
Musica di Giacomo Puccini

Floria Tosca Elena Rossi
Mario Cavaradossi Enrique Ferrer
Il barone Scarpia Lucian Petrean
Cesare Angelotti Francesco Palmieri
Il sagrestano Alessandro Vargetto
Spoletta Aldo Orsolini
Sciarrone Alessandro Vargetto
Un carceriere Mario Sapienza
Un pastore Marta Consoli/Giuliana Marletta

Orchestra e Coro del Teatro Massimo Bellini di Catania
Coro interscolastico “Vincenzo Bellini”
Direttore Valerio Galli
Maestro del coro Ross Craigmile
Maestro del coro di voci bianche Daniela Giambra
Regia, scene e costumi Renzo Giacchieri
Luci Salvatore Da Campo
Catania, 28 luglio 2017

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