Bologna, Teatro Comunale – Lucia di Lammermoor

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Da qualche tempo, Michele Mariotti, direttore principale del Teatro Comunale di Bologna, dirige nella città felsinea due titoli d’opera a stagione, spesso abbinati a nuove produzioni. Quest’anno la prima scelta è ricaduta sulla strana accoppiata La Voix Humaine/Cavalleria rusticana dello scorso aprile, ma per il secondo titolo si è tornati a quello che è considerato il repertorio di elezione del maestro pesarese, e cioè il primo Ottocento italiano. Elezione o no, la sua prova in Lucia di Lammermoor è di quelle da ricordare.

Il direttore offre della partitura una lettura curatissima ed estremamente teatrale. Ogni intervento orchestrale è meditato e pensato in funzione del dramma scenico e risulta finalizzato a sottolineare azioni e sentimenti dei personaggi. Se ciò è vero nelle arie più note, lo è ancora di più nei momenti di passaggio, che acquistano qui un’evidenza raramente sentita, come dimostra l’introduzione al duetto tra i fratelli o il “S’avanza Enrico” prima della cabaletta finale di Lucia. Gli apici si toccano con una scena della torre tempestosa, estremamente gotica, e una pazzia dai tempi dilatatissimi, atti a produrre un effetto di allucinazione estremo e sconcertante. Mariotti ha inoltre il pregio di respirare con gli interpreti sul palco, sempre ben sostenuti dall’orchestra; la sua è una direzione tesa a mantenere un insieme compatto, in una visione che dà a questo repertorio tutta la potenza scenica che merita. Tuttavia ha anche il compito non facile di tenere insieme una Orchestra del Teatro Comunale non sempre irreprensibile. Nel preludio infatti la compagine segue il podio con difficoltà e gli ottoni non risultano sempre perfettamente a fuoco, ma la prestazione migliora durante la recita e gli eventuali sbandamenti vengono recuperati con maestria dalla bacchetta. Il Coro del Teatro Comunale, preparato da Andrea Faidutti, si destreggia bene nei suoi interventi.

Il cast si rivela funzionale e adeguato. Nella parte di Lucia, Irina Lungu, pur presentando un timbro un po’ monocromo, canta nell’insieme molto bene, grazie a una tecnica salda che mette in luce il bel registro medio-alto e che le permette di risolvere egregiamente i passaggi di agilità. Qualche limite emerge quando la scrittura si fa più bassa, cosa che non capita di rado, e il soprano è dunque costretto a fare i conti con un registro grave poco corposo. Non è interprete analitica, ma risolve la parte con garbo e senza tentare prodezze eccessive che rischierebbero di metterla alla corda, eseguendo dunque variazioni ben pensate.
In quanto ad approfondimento interpretativo, l’Edgardo di Stefan Pop è degno compagno della protagonista. Il tenore infatti si impone soprattutto per il mezzo vocale: il bel volume, il timbro gradevole, gli acuti squillanti e una linea salda e omogenea, sono i maggiori pregi della sua performance, anche se non mancano alcune intuizioni di fraseggio. Tuttavia a fronte di un “Tombe degli avi miei” a fuoco, “Tu che a Dio spiegasti l’ali” risulta troppo esteriore e con qualche difficoltà nella zona alta.
Markus Werba tratteggia un ottimo Enrico. Vocalmente può sembrare una parte al limite delle sue possibilità, e infatti all’inizio arranca dietro la scrittura donizettiana. Nondimeno ritorna presto in carreggiata con una voce timbrata e ben emessa, e una musicalità indiscutibile. Oltre alle qualità vocali, impressionano la cura del fraseggio e l’espressività, che permettono al baritono di costruire un personaggio credibile.
Evgeny Stavinsky nei panni di Raimondo, pur facendosi annunciare indisposto a metà opera, dispiega una voce di basso morbida e di bel volume. Esegue con precisione e pulizia le sue arie, mettendo in evidenza un buon fraseggio. Gli manca solo una maggiore incisività nei momenti più concitati, ma la sua prova è senza dubbio da ricordare.
Alessandro Luciano fornisce a Arturo il suo timbro chiaro di tenore leggero ed esegue con correttezza i suoi interventi. Scenicamente spigliata e di buona presenza vocale risulta la Alisa di Elena Traversi, così come appaiono convincenti gli interventi di Gianluca Floris come Normanno.

Se la parte musicale si presenta adeguata, quella visiva solleva più di qualche perplessità. La scenografia di Maurizio Balò rappresenta un salone un po’ asettico con grandi finestre attraverso cui si vede un bosco molto mediterraneo, con apparizioni di improbabili fontane berniniane. I costumi di Silvia Aymonino e le luci di Linus Fellborn sono gli unici elementi che rimandano a una Scozia tenebrosa degli anni Trenta del Novecento. Da parte sua, la regia di Lorenzo Mariani nuota tra una convenzionalità semplicistica e soluzioni di dubbio gusto. I personaggi sono tratteggiati in modo convenzionale, con poche sfaccettature, e anche la recitazione degli interpreti non brilla. Ad esempio, nella lettura di Mariani, Enrico risulta un fratello estremamente rabbioso: stacca la testa al cervo appena cacciato (evidente simbolo di malvagità) e non ha paura di sfiorare l’incesto, evitato grazie all’intervento di Raimondo che gli punta un revolver alla nuca. Queste trovate peregrine portano anche a effetti tragicomici, come quello del finale, durante il quale vediamo ondeggiare sopra Edgardo e gli astanti il cadavere di Miss Ashton, che nella scena precedente era morta svenendo come in tutte le Lucie di tradizione, senza alcuna traccia di impiccagione; non solo il pubblico ride, ma non si tratta neanche di un’idea originale in quanto già vista in un allestimento realizzato a Orange nel 2006 da Paul-Emile Fourny. Non manca qualche spunto interessante: i due rivali che si fronteggiano all’inizio del sestetto o la protagonista che si punta una pistola al mento mentre il confidente la convince a sposare Arturo. Non bastano comunque pochi momenti riusciti a salvare uno spettacolo condotto in modo convenzionale, in alcuni punti approssimativo e assai poco convincente.
Il pubblico piuttosto folto del Comunale tributa grandi applausi durante e alla fine della recita, con punte di vero entusiasmo per Mariotti e i due protagonisti.

Teatro Comunale di Bologna – Stagione 2016/2017
LUCIA DI LAMMERMOOR
Dramma tragico in tre atti e due parti
Libretto di Salvatore Cammarano
Musica di Gaetano Donizetti

Lord Enrico Ashton Markus Werba
Miss Lucia Ashton Irina Lungu
Sir Edgardo di Ravenswood Stefan Pop
Lord Arturo Bucklaw Alessandro Luciano
Raimondo Bidebent Evgeny Stavinsky
Alisa Elena Traversi
Normanno Gianluca Floris

Orchestra, Coro e Tecnici del Teatro Comunale di Bologna
Direttore Michele Mariotti
Maestro del Coro Andrea Faidutti
Regia Lorenzo Mariani
Scene Maurizio Balò
Costumi Silvia Aymonino
Luci Linus Fellborn
Nuova produzione del Teatro Comunale di Bologna con ABAO Bilbao, Slovak National Theatre e Teatro Carlo Felice di Genova
Bologna, 22 Giugno 2017

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