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Bergamo, Teatro Sociale – Che originali!, Pigmalione

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Nella raccolta cornice del Teatro Sociale di Bergamo è in scena, per il Donizetti Opera della Fondazione Donizetti, un dittico davvero insolito: la farsa per musica di Gaetano Rossi Che originali!, musicata da Giovanni Simone Mayr, e Pigmalione, scena drammatica in un atto di Antonio Simeone Sografi su musica di Gaetano Donizetti.
L’opera di Mayr, rappresentata per la prima volta al Teatro San Benedetto di Venezia nel 1798, viene qui eseguita secondo la versione originale a cura di Maria Chiara Bertieri, ricostruita avvalendosi del materiale coevo derivato dal manoscritto autografo, tutt’ora disperso. Il titolo donizettiano invece, composto nel 1816, vide la sua prima esecuzione assoluta al Teatro Donizetti di Bergamo soltanto nel 1960, ed è oggi proposto in una nuova edizione revisionata a cura di Alessandro Murzi.

A rendere gustosa quest’accoppiata di rarità concorre, in primis, il bello spettacolo firmato da Roberto Catalano (regia), Emanuele Sinisi (scene), Ilaria Ariemme (costumi) e Alessandro Andreoli (luci); nell’ottica del team registico, le due vicende sono intimamente collegate fra loro e sono una il superamento dell’altra. Don Febeo, protagonista della farsa di Mayr, fonda la propria vita sulla consapevolezza di un sapere che non ha, ostenta un’arte inesistente, ed è visto come un novello Narciso che antepone se stesso e le proprie ossessioni (la musica) alle esigenze dei familiari, piegando il mondo che lo circonda al proprio volere; lo scultore Pigmalione, all’opposto, dà vita a un prodotto che incarna un’idea autentica, è deluso dall’umanità e dalla realtà ed è alla ricerca di un’ispirazione al fine di scovare un’autenticità. Nella farsa di Mayr, Roberto Catalano richiede una recitazione volutamente comica ed enfatica, leziosa e a tratti grottesca, così da rendere appieno l’immagine di una società fatta di vizi portati all’estremo, fondata sulla bugia e sul travestimento, sull’illusione, mentre nell’atto unico donizettiano i personaggi recitano in maniera più misurata e drammatica. La scena di Emanuele Sinisi vede l’interno di un salotto dalle pareti chiare, delimitato ai lati da leggeri tendaggi bianchi e occupato da pochi elementi, un baule, qualche libro, spartiti musicali e un clavicembalo dal quale verrà estratto un poster effigiante il maestro Semiminima (divertente omaggio al Mozart di Tom Hulce, protagonista della pellicola Amadeus di Miloš Forman). La parete di fondo è dominata da un’enorme riproduzione di una tela monocroma con tagli di Lucio Fontana, il celeberrimo Concetto spaziale. Attese; in realtà, il dipinto ricopre uno specchio magico (rimando all’acqua nella quale Narciso contempla la propria immagine), che nasconde una stanza più piccola, dalle pareti bianche traslucide, dove vive rintanato Pigmalione, intento a osservare con distacco e studiare la vita dei protagonisti di Che originali!, demiurgo in cerca di stimoli creativi. La camera di Pigmalione è un vero e proprio studio d’artista, a tratti simile a una prigione opprimente, costellata di manufatti artistici “aggrediti” e “feriti” in ottone lucidato, bronzo e terracotta che richiamano alla memoria le sculture spaziali di Fontana; sul fondo, il locale è chiuso da un ulteriore specchio, attraverso il quale Pigmalione contempla l’idea primigenia della statua femminile Galatea. Dichiaratamente sopra le righe i costumi di Ilaria Ariemme per la composizione di Mayr, dai colori sgargianti e pop, con inserti in glitter dal sapore camp, ispirati a suggestioni provenienti dalle creazioni della stilista Elsa Schiaparelli e dai film di Wes Anderson; sobri quelli donizettiani, di taglio novecentesco e giocati sulle cromie del bianco e del nero, scultoreo quello immacolato di Galatea. Efficaci e atmosferiche le luci di Alessandro Andreoli, dalle tonalità calde nella prima parte, fredde e asettiche nella seconda. Tra i vari momenti riusciti dello spettacolo, piace qui ricordare il toccante finale di Pigmalione, con il protagonista che si inginocchia di fronte a Galatea e la abbraccia in un’affettuosa stretta paterna, mentre l’illuminazione si affievolisce e il vetro sul fondo è bagnato da incessanti gocce di pioggia.

Sul podio della volenterosa, seppur perfettibile Orchestra dell’Accademia del Teatro alla Scala, si distingue Gianluca Capuano. Il maestro, noto a livello internazionale soprattutto per aver diretto Cecilia Bartoli in Norma, La Cenerentola, Ariodante e La donna del lago, propende in ambo i titoli per una lettura estremamente filologica e cesellata, caratterizzata da tempi perlopiù serrati e di forte presa teatrale, adottando sonorità brillanti e leggere, mai soverchianti rispetto al palcoscenico, improntate a brio e leggerezza.

Protagonista di Che originali! è il Don Febeo del baritono Bruno de Simone: vero mattatore in scena, emerge per una vocalità ben proiettata, a volte opaca nei gravi, per una tecnica solida e una dizione nitida e fantasiosa, con una grande abilità nei sillabati. Impeccabile il tenore Leonardo Cortellazzi nei panni di Don Carolino: in possesso di una voce schietta, di bel timbro solare, luminosa in acuto, dipinge con ironia un innamorato goffo e maldestro, ma mai caricaturale. Il mezzosoprano Chiara Amarù, Donna Aristea, figlia di Don Febeo con la mania per i libretti di Metastasio, si distingue per uno strumento vocale omogeneo e timbricamente scuro, morbido nell’emissione. L’altra figlia di Don Febeo, l’ipocondriaca Donna Rosina, è interpretata dal soprano Angela Nisi, scenicamente ben calata nella parte della malata immaginaria, vocalmente solida a parte qualche acuto difficoltoso. Omar Montanari è un Biscroma spigliato ma mai macchiettistico, dalla voce baritonale ben tornita e timbricamente chiara, curato nel fraseggio. Deliziosa la Celestina del soprano Gioia Crepaldi, vocalità non debordante e puntuta nelle note alte; aitante e sonoro il Carluccio del basso-baritono Pietro Di Bianco. Nel rôle-titre donizettiano giganteggia Antonino Siragusa, in possesso di uno strumento vocale tenorile gagliardo e di buon volume, sicuro e facile all’acuto, intriso di pathos nel recitare. Accanto a lui, piace la Galatea del mezzosoprano Aya Wakizono, fisicamente slanciata e aggraziata, dalla voce vellutata e risonante. Al termine, caloroso successo per tutti gli interpreti.

Teatro Sociale – Donizetti Opera 2017
CHE ORIGINALI!
Farsa per musica di Gaetano Rossi
Musica di Giovanni Simone Mayr
Edizione della versione originale a cura di Maria Chiara Bertieri

Don Febeo Bruno de Simone
Donna Aristea Chiara Amarù
Don Carolino Leonardo Cortellazzi
Donna Rosina Angela Nisi
Biscroma Omar Montanari
Celestina Gioia Crepaldi
Carluccio Pietro Di Bianco

PIGMALIONE
Scena drammatica di Antonio Simeone Sografi
Musica di Gaetano Donizetti
Revisione sull’autografo a cura di Alessandro Murzi

Pigmalione Antonino Siragusa
Galatea Aya Wakizono

Orchestra dell’Accademia Teatro alla Scala
Direttore Gianluca Capuano
Regia Roberto Catalano
Scene Emanuele Sinisi
Costumi Ilaria Ariemme
Luci Alessandro Andreoli
Nuovo allestimento e produzione Fondazione Donizetti
Bergamo, 3 dicembre 2017

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