Verona, Teatro Filarmonico – Turandot

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Come nel Settecento, anche il teatro musicale odierno vive di produzioni “alla moda”. Con una differenza: oggi le mode e le contaminazioni con altre espressioni artistiche arrivano all’opera in ritardo di decenni. È stato così per il minimalismo, nato negli anni Sessanta e approdato sui palcoscenici lirici quando in campo artistico e musicale era ormai morto e sepolto. Ma il minimalismo applicato agli allestimenti operistici, dove peraltro è già in declino, è servito quasi sempre come foglia di fico utile a occultare la penuria di mezzi o di idee.
Ora c’è un’altra parola magica che sta facendo breccia tra registi, scenografi, critici: concettuale. Pure questa riferibile a una corrente artistica nata verso la metà degli anni Sessanta. Fino a pochissime stagioni fa nessuno la usava in teatro, molti addetti ai lavori non sapevano nemmeno cosa significasse: ora invece viene utilizzata a sproposito. Infatti, il concettuale non serve tanto a nascondere la mancanza di idee, quanto a esibire idee astruse, contorcerle e cucirle addosso alle opere, soprattutto nelle cosiddette note di regia che affliggono sempre più spesso i programmi di sala. E poco importa se la traduzione visiva di quelle spiegazioni non ha niente a che fare con la vicenda e la drammaturgia dell’opera inscenata. L’idea, per chi si atteggia a concettuale, è più importante del prodotto finito.

Ciò premesso, nel leggere alcune considerazioni di Filippo Tonon, regista e scenografo della Turandot di Giacomo Puccini che ha inaugurato con successo la stagione 2016/17 del Teatro Filarmonico di Verona, si era avuto il sospetto di una lettura concettuale dell’opera che tendesse addirittura a una dematerializzazione dell’allestimento. Cerco di semplificare l’assunto. Tonon spiegava di voler riprodurre in scena la situazione della mente umana imprigionata in traumi da cui è difficile uscire: un’allusione al meccanismo che blocca Turandot in una “coazione a ripetere” destinata a interrompersi solo con la soluzione degli enigmi da parte di Calaf. Salvo poi riprendere una volta scoperto il nome del Principe Ignoto ed essere definitivamente vinta dalla consapevolezza di sé e da un scelta dettata dal libero arbitrio. Il tutto creando uno spazio scenico “con pochissimi elementi che cambiano, che vanno e vengono, proprio per dare quel senso di disagio e di cambiamento continuo di una mente che vuole auto-ingannarsi”. Oltre che a un’impostazione concettuale, o pseudo tale, si poteva pensare anche a un’interpretazione di taglio psicanalitico.
All’atto pratico, invece, quanto si vede in questo allestimento proveniente dall’Opera Slovena di Maribor non ha niente di contorto e indecifrabile: l’allusione ai meccanismi della mente e ai disturbi ossessivo-coattivi affiora in modo vago solo nel terzo atto, dove la superficie di tre pannelli quadrangolari neri è percorsa da file di led luminosi che sembrano riferirsi a volute cerebrali.
Per il resto, Tonon non si discosta da una impostazione tradizionale, anche se aggiornata, e pur utilizzando elementi scenici essenziali riesce a ottenere un bell’impatto spettacolare. I tre praticabili mobili, spostati da figuranti, sono funzionali alla creazione di spazi scenici evocativi di atmosfere fiabesche e di fantasia che si attengono al carattere esotico della vicenda: i richiami all’immaginario cinese sono affidati a pochi arredi scenici e soprattutto ai pregevoli costumi di Cristina Aceti. La regia di Tonon è ben gestita sia nelle scene di massa che nei movimenti e nella recitazione degli interpreti, anche quando concentra lo spazio drammaturgico all’interno delle strutture quadrangolari, dando vita quasi a dei tableau vivants. Non manca nemmeno un tocco zeffirelliano: penso al gruppetto di danzatrici che si dimenano attorno all’imperatore, spesso ruotando su se stesse. Al di là delle dichiarazioni, insomma, uno spettacolo ben realizzato e che il pubblico ha dimostrato di gradire.

Sul podio dell’Orchestra dell’Arena di Verona c’è Jader Bignamini. La sua direzione asseconda il passo teatrale con energia e vigore soprattutto quando si tratta di sottolineare i momenti drammatici e la cornice rituale entro cui si consuma la favola: le sonorità, in questo caso, sono ridondanti e aggressive, a volte magari anche un po’ pesanti e fragorose, il che non è certo un aiuto per le voci. In compenso, in altri momenti Bignamini non perde di vista le finezze e le magie impressionistiche dell’orchestrazione pucciniana, sottolineando a dovere anche il carattere grottesco di alcune scene.
Nel cast, Tiziana Caruso è una Turandot imperiosa e tagliente nelle intenzioni espressive, non priva di qualche momento efficace. Tuttavia la tessitura altissima della parte la mette in difficoltà nel settore acuto, dove le emissioni risultano molto spesso calanti, anche per la tendenza a scurire e a forzare i suoni nel registro centrale.
Nei panni di Calaf c’è Walter Fraccaro, che non è un campione di eleganza e sfumature nel fraseggio. Nemmeno l’emissione è impeccabile: alcuni suoni infatti risultano nasaleggianti. Nondimeno si tratta di un solido professionista, in possesso di un settore acuto ancora saldo e squillante, capace di mandare in visibilio il pubblico che lo costringe a bissare “Nessun dorma”. Con i tempi che corrono, una garanzia.
Il compito di restituire il toccante lirismo richiesto a Liù è affidato a Donata D’Annunzio Lombardi, che del personaggio coglie forse più la straordinaria forza d’animo che la fragilità emotiva e la dimensione patetica. Una prova comunque credibile e impreziosita dall’abilità nel ricorrere a piani e pianissimi levigati.
Carlo Cigni si conferma un valido Timur sia nella vocalità che nel fraseggio, mentre il trio dei dignitari tiene la scena con efficacia e vede spiccare in particolare Federico Longhi (Ping); funzionali i contributi di Massimiliano Chiarolla (Pong) e Luca Casalin (Pang). Tra le parti di fianco si distingue il pregevole mandarino di Nicolò Ceriani.

Teatro Filarmonico – Stagione Lirica 2016/2017
TURANDOT
Dramma lirico in tre atti e cinque quadri
Libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni
Musica di Giacomo Puccini

Turandot Tiziana Caruso
Imperatore Altoum Murat Can Güvem
Timur Carlo Cigni
Calaf Water Fraccaro
Liù Donata D’Annunzio Lombardi
Ping Federico Longhi
Pang Luca Casalin
Pong Massimiliano Chiarolla
Mandarino Nicolò Ceriani
Il Principe di Persia Salvatore Schiano Di Cola

Orchestra, Coro, Tecnici dell’Arena di Verona
Direttore Jader Bignamini
Maestro del coro Vito Lombardi
Regia, scene e luci Filippo Tonon
Costumi Cristina Aceti
Direttore allestimenti scenici Giuseppe De Filippi Venezia
Verona, 18 dicembre 2016

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