Verona, Arena Opera Festival 2016 – Il trovatore

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Come ultimo titolo del 94° Festival areniano viene riproposto (fino al 26 agosto) l’allestimento de Il trovatore firmato da Franco Zeffirelli. Dal punto di vista scenografico, si tratta dello spettacolo di tradizione più bello visto a Verona negli ultimi decenni: un capolavoro.
Formidabile il colpo d’occhio iniziale. Il palcoscenico è incorniciato ai lati da due colossali guerrieri colti nell’attimo di uccidere l’avversario. Al centro, una in fila all’altra, spiccano tre grandi torri istoriate di scudi, lance, banderuole, mentre un sipario mobile – anche questo fatto di armi e stendardi – definisce e delimita la varietà degli ambienti.
In questo modo Zeffirelli evoca immediatamente il clima bellico e corrusco in cui è immerso il capolavoro di Verdi, favorendo allo stesso tempo rapidi cambi di scena e la continuità del racconto (l’opera è interrotta da un solo intervallo). Gli spazi guerreschi si alternano ad aperture su una livida distesa di rocce antracite, mentre le gradinate areniane, grazie a un suggestivo gioco di luci, si tingono ora del rosso che simboleggia il fuoco, il sangue e la violenza, ora del blu-azzurro della purezza e dell’armonia, destinate nondimeno a soccombere. Ghiaccio e fuoco in continua contrapposizione rendono appieno la dimensione del Trovatore come opera di perenni conflitti, come teorema sull’impossibilità dell’amore che nasce dal contrasto insanabile di pulsioni.

Lo spettacolo procede con ritmo incalzante e riserva colpi di teatro di grande effetto: il primo quando, sotto gli occhi degli spettatori, si materializza di colpo il campo degli zingari; il secondo – memorabile – quando la torre centrale si apre come un libro trasformandosi in una cappella gotica lucente d’oro. Naturalmente Zeffirelli non bada al risparmio, specie nelle scene di massa: sfilano guerrieri, sbandieratori, cavalli, interminabili processioni di altari, ceri, monache e incappucciati (alla faccia della crisi delle vocazioni). La tendenza all’accumulo si accompagna ai colori sgargianti dei costumi di Raimonda Gaetani e all’insistito colore gitano delle coreografie di El Camborio, riprese da Lucia Real, per le quali vengono ripescate le danze della versione parigina del 1857.
Va da sé che nel gestire uno spettacolo così pieno di eventi sarebbe fondamentale l’intervento di Zeffirelli in prima persona, e invece la ripresa della regia in questo caso lascia a desiderare: rispetto all’edizione originale, i movimenti di massa non sono così precisi, non tutto risulta pulito e sotto controllo. La stessa recitazione dei singoli, già in partenza impostata sui binari rassicuranti della tradizione, risulta un po’ troppo generica e convenzionale.

Sul piano esecutivo, l’alternanza di concitazione drammatica e abbandono lirico – i due poli intorno a cui Verdi costruisce l’opera – non sempre risulta ben calibrata nonostante la presenza di un direttore prestigioso come Daniel Oren, del quale ricordavo un Trovatore areniano dai tempi lenti, a tratti quasi ipnotici, tali da mettere in difficoltà i cantanti in alcune arie.
Questa volta la conduzione è invece strettamente commisurata alle possibilità e ai limiti delle voci. I limiti del tenore e del soprano, in particolare, determinano una certa speditezza nello stacco dei tempi, l’abbassamento di mezzo tono della “pira” e, purtroppo, anche il taglio antifilologico di tutti i “da capo”. Ne viene che quando cantano Manrico e Leonora il versante intimistico-amoroso non ha i respiri, le sfumature e il languore indispensabili. Ma è chiaro che Oren non ha alternative.
Le cose vanno meglio quando si tratta di imprimere i ritmi serrati e le tinte corrusche che evocano l’atmosfera battagliera e il clima notturno e ferrigno tipico di molte pagine della partitura. Insomma, al direttore israeliano va riconosciuto il merito di tenere in mano lo spettacolo e di condurlo alla fine con attenzione e sensibilità, limitando i danni.

Nel cast delude anzitutto Hui He, che nel 2013, sempre in Arena, era riuscita a tenere in piedi il personaggio di Leonora nonostante sparse asprezze e forzature negli acuti. Questa volta il deficit sotto il profilo vocale è troppo pesante e non può essere compensato dalle qualità di un timbro indubbiamente ricco e corposo in zona centrale, né dalle intenzioni espressive, destinate giocoforza a non andare a segno. È evidente che i frequenti cali di intonazione nel registro acuto, la difficoltà di gestire i fiati e l’affaticamento generale dipendono, oltre che da limiti tecnici mai del tutto risolti, anche dal superlavoro e dalla frequentazione di ruoli troppo onerosi per la vocalità del soprano cinese.

Problemi di tenuta vocale penalizzano pure Marco Berti nei panni di Manrico. I mezzi, a partire dal timbro e dal volume, ci sarebbero, ma anche nel suo caso l’affaticamento incide sul rendimento complessivo. Il tenore è troppo preoccupato di tenere sotto controllo l’emissione e l’intonazione (che gli sfugge soprattutto nell’aria del terzo atto) per fraseggiare e interpretare veramente. Il risultato è un canto sempre a spada tratta, stentoreo, pesante nell’accento, difficoltoso nel legato, poco adatto a restituire il carattere lirico-poetico e appassionato del personaggio. Quanto alla “pira”, abbassata di tono, Berti riesce a farla divampare per modo di dire.

Chi si difende bene in palcoscenico è invece Violeta Urmana. Non siamo di fronte a una delle tante Azucene areniane con la voce spezzata in due tronconi: la vocalità è ancora salda e ben gestita, si percepisce solo qualche forzatura negli estremi acuti. Il fraseggio è estraneo a tentazioni veriste e, per quanto l’esecuzione di “Stride la vampa” non risulti molto chiaroscurata, in “Condotta ell’era in ceppi” la dimensione introspettiva e allucinata del personaggio viene restituita con indubbia efficacia drammatica. Una Azucena incisiva, insomma, di grande temperamento, mai scomposta o sopra le righe.

Positiva anche la prova di Artur Ruciński, che delinea un Conte di Luna di notevole impatto: la voce risulta brunita, ben timbrata nel registro medio-grave, manovrata a regola d’arte nei fiati, eccezionalmente lunghi in alcuni passi dell’aria del secondo atto. Qui, ben sostenuto dalla direzione di Oren, Ruciński si fa valere anche come interprete, fraseggia con adeguato abbandono, varietà di sfumature e accento. Quando occorre, s’intende, è un Conte adeguatamente protervo e incisivo. L’unica pecca è che gli acuti non sempre hanno la stessa timbratura del registro centrale.

Sergey Artamonov canta con una voce di basso un po’ chiara, non è ineccepibile nel racconto iniziale di Ferrando, ma nell’insieme si fa accettare. Modeste, infine, le parti di fianco.
Gran successo di pubblico.

Arena di Verona – Festival 2016
IL TROVATORE
Dramma in quattro parti
Libretto di Salvatore Cammarano e Leone Emanuele Bardare
Musica di Giuseppe Verdi

Il Conte di Luna Artur Ruciński
Leonora Hui He
Azucena Violeta Urmana
Manrico Marco Berti
Ferrando Sergey Artamonov
Ines Elena Borin
Ruiz Antonello Ceron
Un vecchio zingaro Victor Garcia Sierra
Un messo Cristiano Olivieri

Orchestra, Coro, Corpo di ballo e Tecnici dell’Arena di Verona
Direttore Daniel Oren
Maestro del coro Vito Lombardi
Regia e scene Franco Zeffirelli
Costumi Raimonda Gaetani
Coreografia El Camborio ripresa da Lucia Real
Maestro d’armi Renzo Musumeci Greco
Coordinatore del Corpo di ballo Gaetano Petrosino
Direttore allestimenti scenici Giuseppe De Filippi Venezia
Verona, 6 agosto 2016

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