Venezia, Teatro Malibran – Il medico dei pazzi

Condivisioni

Il teatro italiano non ama la commedia: o è tragico o è farsesco. Non a caso, dopo Rossini, ha finito per riconoscersi nel melodramma, dove la tragedia si trasforma talvolta in delirio retorico o eccidio truculento. Una delle poche eccezioni alla regola, Falstaff, è forse l’opera di Verdi meno amata. Così come non sono amate né rappresentate, se non in area triveneta, le pregevoli operine di Wolf-Ferrari che, muovendosi proprio sulla scia di Falstaff, è tra i pochi ad avere portato sulle scene del Novecento uno stile musicale da commedia o, in altri termini, un teatro di conversazione musicale. Il discorso vale a maggior ragione per l’opera contemporanea, dove il senso della commedia, la leggerezza e l’ironia sono merci quasi introvabili.
Giorgio Battistelli, che alle spalle ha già un catalogo di oltre 30 titoli operistici, talvolta ispirati a soggetti cinematografici (Teorema, Prova d’orchestra, Miracolo a Milano, Divorzio all’italiana), è tra i rari compositori odierni a cimentarsi con l’elemento comico. Lo fa anche in uno dei suoi ultimi lavori, Il medico dei pazzi, andato in scena per la prima volta all’Opéra national de Lorraine di Nancy nel 2014 e ora proposto dalla Fenice in una nuova produzione accolta con cordiale successo al Teatro Malibran di Venezia.

Si tratta di una “azione musicale napoletana” il cui libretto, in dialetto partenopeo, è stato liberamente ricavato dallo stesso compositore da una commedia di Eduardo Scarpetta del 1908, O miedico d’e pazze. Anche in questo caso non mancano i riferimenti e le suggestioni cinematografiche, posto che il copione di Scarpetta, ispirato a sua volta a un vaudeville d’oltralpe, è stato portato sul grande schermo da Mario Mattioli nell’omonimo film con Totò del 1954.
Il protagonista è Don Felice Sciosciammocca, sindaco benestante di un paesino di provincia che arriva a Napoli con la moglie Concetta per incontrare il nipote Ciccillo. Lo zio crede che il ragazzo, da lui mantenuto agli studi, si sia laureato in medicina e abbia aperto un ospedale psichiatrico, ma Ciccillo è in realtà uno sfaccendato e i soldi li ha sperperati al gioco e con le donne. Così, con l’aiuto dell’amico Michelino, il nipote fa credere a zio Felice che la pensione in cui alloggia sia una clinica e che i suoi eccentrici clienti siano malati di mente. Di qui un divertente gioco degli equivoci che fa leva sulle situazioni paradossali e i colpi di scena in cui viene a trovarsi il candido Sciosciammocca, che scambia per matti pericolosi gli ignari ospiti della pensione. Un fuoco di fila di comicità che si muove dunque sul sottile confine tra realtà e finzione, normalità e follia, destinato ovviamente al lieto fine: una volta scoperto l’inganno, Ciccillo sarà perdonato e tornerà al paese con gli zii.

Battistelli condensa i tre atti di Scarpetta in un atto unico di un’ora e mezza, diviso a sua volta in quattordici scene che si susseguono senza soluzione di continuità. Per favorire il ritmo teatrale, sfoltisce i dialoghi, elimina qualche scena di colore e anche alcuni personaggi. Dopo di che, crea un singolare connubio tra il mondo della commedia popolare e la musica colta contemporanea.
Priva di riferimenti tonali, la partitura ha di fatto una struttura ciclica: si apre e si chiude con un coro basato sulle reiterazioni di parole in odore di nonsense rossiniano (“Oh Cappuccino! Caffè macchiato, latte macchiato, cappuccino chiaro, cappuccino scuro, caffè ristretto, doppio…”), in cui si allude alla proverbiale incapacità degli italiani di ordinare al bar un semplice caffè.
La vocalità è varia e differenziata a seconda dei personaggi: prevede parti cantate, passaggi di canto/parlato e momenti di recitazione pura. Nonostante Battistelli utilizzi l’organico di un’orchestra classica e punti a una scrittura strumentale nelle intenzioni asciutta e ricca di dettagli cameristici, a conti fatti si ha una sensazione di ridondanza e, non di rado, anche di una certa pesantezza sonora in rapporto all’articolato “canto di conversazione” affidato alle voci. Pure il gioco parodistico delle citazioni verdiane da Otello e Traviata risulta piuttosto insistito e ripetitivo. La partitura è costruita insomma con intelligenza e sapienza, ma la musica – a dispetto dei propositi di Battistelli – sembra mancare proprio di leggerezza e ironia. Solo nel finale, dove sono evidenti i rimandi al Falstaff, si respira un’atmosfera comica più pertinente e sia le sonorità strumentali che le linee vocali risultano finalmente in accordo con le regole della commedia.

Nell’edizione proposta al Malibran convincono tanto l’esecuzione che l’allestimento. La regia e le scene su due livelli di Francesco Saponaro danno vita a uno spettacolo vivace e fantasioso, che si dimostra in piena sintonia ritmica con la musica di Battistelli, arrivando perfino a compensarne qua e là la carenza di levità e sense of humour. La vicenda è ambientata alla fine degli anni Cinquanta, come si desume, oltre che dai bei costumi di Carlos Tieppo, dalle fotografie in bianco e nero di una Napoli invasa dagli insediamenti urbani tipici del boom economico. C’è anche una parete che richiama i décollage di Mimmo Rotella, che con le sue caratteristiche locandine strappate proprio in quegli anni contribuisce ad animare la sperimentazione in campo artistico. Non mancano precise citazioni cinematografiche, come L’oro di Napoli e Ieri oggi e domani di Vittorio De Sica. È il ritratto di una città, insomma, che inizia a perdere la propria memoria, preda dei palazzinari e popolata da una nuova borghesia in ascesa. Felice Sciosciammocca viene così presentato come un Pulcinella umanizzato che assume le sembianze borghesi di Pappagone, l’indimenticato personaggio televisivo creato da Peppino De Filippo. Ma anche il lavoro sui restanti ruoli è accurato e originale: la recitazione di tutti i cantanti risulta infatti vivace e carica di ritmo teatrale.

Considerato che tutti sono precisi musicalmente e abili nella caratterizzazione, si potrebbe elogiare il cast in blocco. Va precisato però che qualcuno si segnala più di altri per la completezza del ritratto vocale. È il caso di Marco Filippo Romano che, oltre a imporsi per il simpatico tratteggio scenico, asseconda la vocalità camaleontica dello zio Felice con buona tenuta anche nei passaggi in cui la linea è fitta di salti ampi e dissonanti. Ed è il caso di Filippo Fontana, ben timbrato e corretto nella parte di Raffaele, e anche di Milena Storti che sostiene con disinvoltura la vocalità nevrotica di Amalia Strepponi. Positiva pure la prova di Loriana Castellano, che si confronta con la scrittura altrettanto nervosa e frastagliata di Concetta.
Sergio Vitale, nei panni di Ciccillo, si dimostra a suo agio in zona medio-grave ma denota qualche incertezza nel reggere i passaggi dove la tessitura è più acuta. Gli altri sono funzionali ai rispettivi ruoli: Giuseppe Talamo (Michelino), Maurizio Pace (Errico), Matteo Ferrara (Luigi), Damiana Mizzi (Rosina), Arianna Donadelli (Bettina/Carmela), Clemente Antonio Daliotti (Carlo).
Deciso nelle intenzioni e nel gesto, Francesco Lanzillotta controlla con precisione l’eterogenea partitura di Battistelli e ne sottolinea le tensioni ritmiche, il dinamismo e la tavolozza variegata di colori, mantenendo sempre vivo ed efficace il rapporto fra orchestra e scena.

Teatro Malibran – Stagione lirica e balletto 2015/16 Teatro la Fenice
IL MEDICO DEI PAZZI
Azione musicale napoletana
Libretto e musica di Giorgio Battistelli
liberamente adattato dalla omonima commedia di Eduardo Scarpetta

Rosina Damiana Mizzi
Bettina/Carmela Arianna Donadelli
Concetta Loriana Castellano
Amalia Milena Storti
Ciccillo Sergio Vitale
Michelino Giuseppe Talamo
Errico Maurizio Pace
Felice Marco Filippo Romano
Luigi Matteo Ferrara
Raffaele Filippo Fontana
Carlo Clemente Antonio Daliotti

Orchestra e coro del Teatro La Fenice
Direttore Francesco Lanzillotta
Maestro del coro Claudio Marino Moretti
Regia e scene Francesco Saponaro
Costumi Carlos Tieppo
Light designer Cesare Accetta
Nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice
Venezia, 15 ottobre 2016

Download PDF