Venezia, Teatro La Fenice – Norma

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I decenni che hanno preceduto l’avvento della Callas sono considerati un periodo buio per il belcanto. Non senza ragione. Basta ascoltare qualche incisione d’epoca per rendersi conto che la filologia era estranea alle prassi esecutive: il melodramma barocco veniva assimilato al dramma musicale, e Rossini e il repertorio preverdiano in genere erano serviti in salsa verista.
Proviamo tuttavia a immaginare, in una specie di “ritorno al futuro”, un melomane degli anni Trenta o Quaranta catapultato all’improvviso nella realtà teatrale del nostro tempo. Scoprirebbe, è vero, interpreti stilisticamente avveduti e, in alcuni casi, provvisti perfino di una solida preparazione musicologica. Ma che cosa penserebbe di certi tenorini che al suo tempo avrebbero al massimo calcato i teatri di provincia come comprimari e che oggi godono invece di fama planetaria? Che direbbe di certe soubrette che si improvvisano soprani drammatici di agilità o mezzosoprani?
Dovremmo spiegargli che la nostra è l’epoca del virtuale e che se possono essere virtuali il sesso, lo spazio e la realtà, a maggior ragione possono esserlo le voci in rapporto alle difficoltà di determinati ruoli. Non esiste una cantante per Norma? Fa niente. La si trova lo stesso e se il temperamento è scarso e la voce passa a stento l’orchestra, si potrà sempre dire che si tratta di un’interpretazione in chiave lirica e che mancano le alternative. Finendo così per legittimare – con l’avvallo pure di qualche critico – un’esecuzione fiacca e adulterata.

Di Norme virtuali se ne sono ascoltate diverse negli ultimi lustri. Tramontata l’era delle epigone callasiane, attualmente il ruolo è pressoché inavvicinabile. Non esiste cantante a livello internazionale in grado di restituirlo a tutto tondo e l’impressione, anzi, è che si stia ritornando in piena era pre-callasiana. In altre parole, dobbiamo accontentarci di professioniste volenterose, che “funzionino” nella migliore delle ipotesi.
In questo contesto, la Norma di Mariella Devia va trattata come un caso a sé stante. Intanto perché il discorso riguarda la maggiore belcantista italiana degli ultimi decenni: un esempio di longevità vocale più unico che raro, una dimostrazione che lo studio costante, la professionalità, le scelte oculate di repertorio e il rispetto di se stessi, alla fine ripagano. Poi perché la Devia ha messo il ruolo in repertorio nel 2013, a quarant’anni esatti dal debutto sulle scene, ritenendo che solo allora la sua voce fosse finalmente matura e pronta a sostenerlo. Non un colpo di testa, insomma, ma una scelta ben ponderata da parte di un’artista consapevole.
Il punto è che, per quanto tecnicamente prodigiosa, la vocalità della grande cantante non si può oggettivamente ascrivere né alla tipologia del soprano drammatico di agilità, né alla nobiltà dello stile “sublime-tragico” che, a detta dello stesso Vincenzo Bellini, rappresentava la cifra della prima interprete dell’opera, Giuditta Pasta, in grado di passare agevolmente dalla tessitura del contralto a quella sopranile.

Ecco allora che La Devia, come accade anche nell’edizione in scena (fino al 18 settembre) al Teatro La Fenice di Venezia, affronta i momenti più passionali e drammatici dell’opera senza esibire l’ampiezza vocale, la forza di penetrazione negli acuti, il pathos declamatorio e le agilità mordenti che si richiedono a una sacerdotessa furente per amore, e dunque a una Norma espressivamente completa. È anche vero, però, che diversamente da altri soprani odierni – molto più giovani di lei – la Devia non bara mai, non si nasconde dietro a una presunta “liricizzazione” del personaggio, canta tutto quello che la scrittura vocale di Bellini prevede, senza trucchi e mezzucci per arrivare a fine recita.
Se la tecnica è solidissima, d’altro lato l’espressione e gli accenti risultano sempre giusti e accurati in tutte le situazioni, grazie anche a un infallibile senso dello stile. Certo, nelle invettive furenti la voce non tuona e nelle note gravi i suoni non hanno la pienezza desiderabile (si nota qua e là un ricorso a emissioni aperte e schiarite). In compenso, nei cantabili il legato è impeccabile, i fiati sono eccezionalmente lunghi e manovrati a regola d’arte, il ventaglio dei colori, degli assottigliamenti e dei rinforzamenti ancora appagante. Considerati i 43 anni di attività e le difficoltà di un ruolo che è ormai la bestia nera dei soprani odierni, la Devia ne esce a testa alta e si fa ancora una volta ammirare. E il pubblico, come prevedibile, la applaude con entusiasmo.

Accoglienze molto cordiali sono riservate agli altri interpreti, che si fanno apprezzare per l’impegno e la buona volontà, ma non dispongono della solidità tecnica e della consapevolezza stilistica della protagonista. Roxana Constantinescu, che l’anno scorso aveva già cantato alla Fenice in un paio di recite di Norma, ripropone la sua Adalgisa molto animata nell’espressione e negli accenti, dal timbro non particolarmente caratterizzato ma funzionale al ruolo. L’emissione è poco levigata e, rispetto all’anno scorso, si notano più tensioni e forzature negli estremi acuti.
Nei panni di Pollione Roberto Aronica può contare sulla gradevolezza e pienezza del timbro, ma evidentemente non si muove nel suo repertorio d’elezione. Nonostante la discontinuità qualitativa delle emissioni, gli va comunque riconosciuto lo sforzo, quando necessario, di alleggerire i suoni e sfumare il fraseggio.
Quanto a Simon Lim, giovane basso coreano ormai di casa alla Fenice, è un Oroveso convincente per la vocalità corposa, ben timbrata, e la sostanziale correttezza. Proprio perché si tratta di un cantante interessante e con molte potenzialità, si consiglia a Lim di fare attenzione alla scelta del repertorio e di approfondire la dimensione stilistica dei ruoli affrontati.
Completano il cast le presenze di Anna Bordignon (Clotilde) e Antonello Ceron (Flavio).

Dal podio, Daniele Callegari cerca di restituire con equilibrio l’intensità drammatica e gli affetti teneri che si fondono nella musica di Bellini, in bilico tra nuove istanze romantiche e retaggi neoclassici di una civiltà ormai al tramonto. Non tutto è ineccepibile: il carattere marziale e cerimoniale di alcune pagine è risolto con una certa frettolosità, a tratti si vorrebbero più vitalità e vigore. Nondimeno, siamo di fronte a una esecuzione tutto sommato efficace dal punto di vista narrativo, oltre che in regola dal punto di vista filologico.

Passando alla parte visiva, l’allestimento è quello proposto dalla Fenice nel 2015 e firmato integralmente da Kara Walker, l’artista statunitense famosa per le silhouette nere stagliate su fondo bianco, dietro la cui apparente gioiosità si scoprono situazioni di crudeltà e sopraffazione: l’orrore dello schiavismo e la violenza della guerra di secessione americana, ma anche i pregiudizi razziali e di genere del mondo contemporaneo. Tecniche e tematiche che si riversano puntualmente in questa messinscena, nata da una collaborazione della Fenice con la Biennale Arte di Venezia.
La vicenda, anziché nella Gallia all’epoca della conquista romana, è ambientata in una colonia africana alla fine dell’Ottocento. Norma e Oroveso sono l’anziano capo e la sacerdotessa di una tribù che cerca di opporsi all’occupazione di una potenza europea.
Si capisce che per la Walker la civiltà occidentale si fonda su atti di violenza, su una volontà di devastazione e morte. Che l’artista sia in sintonia con i dettami del politicamente corretto e con quella che Robert Hughes ha definito “la cultura del piagnisteo”, è evidente anche nella scelta di non ricorrere alla tecnica del blackface per il trucco di interpreti e coristi: niente facce o corpi dipinti di nero, in scena tutti sono bianchi.
Il compito di evocare l’Africa è affidato ad alcuni fondali che, attraverso le sagome nere tipiche dell’artista, riproducono intrecci di vegetazione tropicale, lineamenti di volti femminili, tramonti e paesaggi lunari. Al centro della scena, inoltre, il profilo di una gigantesca maschera svolge la funzione di un accumulo di rocce. I costumi definiscono ulteriormente sia l’immaginario colonialista che quello tribale, anche se alcuni (penso alle lunghe vesti rosse indossate dai guerrieri africani) hanno un effetto involontariamente comico.
A prescindere dall’efficacia o meno di certe soluzioni visive, il punto è che la tragedia “barbarica” concepita dalla Walker resta appunto un concept: voglio dire che siamo di fronte a una specie di installazione, a una performance artistica dove la regia è di fatto rinunciataria, dove l’immobilismo è diffuso e la recitazione convenzionale. Niente di quello che si vede ci ricorda che il capolavoro di Bellini è anche drammaturgia, tragedia lirica, teatro.

Gran Teatro La Fenice – Stagione Lirica e Balletto 2015/2016
NORMA
Tragedia lirica in due atti. Libretto di Felice Romani
dalla tragedia di Alexandre Soumet
Musica di Vincenzo Bellini

Pollione Roberto Aronica
Oroveso Simon Lim
Norma Mariella Devia
Adalgisa Roxana Constantinescu
Clotilde Anna Bordignon
Flavio Antonello Ceron

Orchestra e coro del Teatro La Fenice
Direttore Daniele Callegari
Maestro del coro Marino Moretti
Regia, scene e costumi Kara Walker
Regista assistente Charles Fabius
Light designer Vilmo Furian
Venezia, 27 agosto 2016

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