Venezia, Teatro La Fenice – Attila

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Opera strettamente legata alla storia del Teatro La Fenice di Venezia – dove viene rappresentata in prima assoluta il 17 marzo 1846 – Attila appartiene a quelli che Giuseppe Verdi definisce i suoi “anni di galera”. È un lavoro ancora discontinuo eppure esemplare nel suo genere, grazie a una stringatezza di racconto e a una concisione di effetti che per molti versi preparano e anticipano la maturità del grande uomo di teatro. Un melodramma strutturato in momenti fulminei dove c’è poco spazio per la maturazione psicologica dei personaggi, ma con una ispirazione melodica e una vitalità intrinseca travolgenti che non mancano di fare presa sul pubblico. A una condizione: che venga affidato a voci di una certa caratura. Del resto, che quest’opera possa essere valorizzata soprattutto dai cantanti non è una novità: i ruoli principali rispecchiano fedelmente la prassi dominante nel melodramma italiano dell’epoca e sono concepiti da Verdi in funzione degli interpreti della prima rappresentazione.

Da questo punto di vista, l’edizione in scena fino al 17 dicembre alla Fenice è una parata di esibizioni vocali ben poco coinvolgenti, anche se alla fine il pubblico applaude con calore. Certo nel caso di Roberto Tagliavini, impegnato nel ruolo di Attila, si è di fronte a un serio professionista. Si tratta di un basso-baritono in possesso di un timbro gradevole e morbido, capace di una emissione omogenea in tutta la gamma: le note gravi, se vogliamo, non hanno particolare spessore, ma Tagliavini ha l’intelligenza di non forzarle mai. Gli acuti, poi, sono facili e timbrati. Si aggiungano il buon gusto, una certa nobiltà espressiva e la credibilità scenica. Tuttavia, bisogna anche dire che il fraseggio e l’accento potrebbero essere più scavati e analitici, ma soprattutto è evidente che il volume poco imponente della voce finisce per ridimensionare l’impatto teatrale dell’interpretazione.
Ancora più discutibile la prova di Vittoria Yeo che interpreta Odabella, una parte scritta da Verdi per i “polmoni d’acciaio” di Sofia Löwe e che richiede un soprano drammatico di agilità, o quanto meno un soprano di forza. L’organizzazione vocale della Yeo non rientra oggettivamene in queste tipologie, anche se ormai sembra che certe classificazioni siano quasi superflue e che tutti possano cantare di tutto. Ma tant’è: nonostante la buona volontà e l’impegno profusi, il soprano coreano non rende credibilmente il personaggio nella sua dimensione pugnace e vendicativa; oltre all’ampiezza vocale, le fanno difetto pure la precisione e il mordente nelle agilità di forza. Intendiamoci, la Yeo sa cantare bene: lo dimostra per esempio quando deve affrontare una pagina di tenero lirismo come “Oh! Nel fuggente nuvolo” dove, nonostante qualche fissità in alto, riesce ad ammorbidire e sfumare i suoni con espressione ed eleganza. Resta il fatto che Odabella richiede una caratura vocale e una tempra drammatica ben diverse da quelle qui esibite.
Nei panni di Foresto c’è invece Stefan Pop, un giovane tenore che si distingue per il materiale vocale importante, la buona estensione, la dizione accurata. Il timbro è abbastanza chiaro, ma non privo di ombreggiature interessanti e potrebbe essere ulteriormente valorizzato da una emissione più ferma. Al centro, infatti, i suoni risultano spesso oscillanti tanto che, a tratti, ne risente perfino l’intonazione. In alto, almeno in questa occasione, si nota una certa disomogeneità: a fronte di qualche emissione centrata e squillante, gli acuti ora sono aperti, ora tendono ad andare “indietro”. C’è ancora da lavorare, insomma, per corroborare la fonazione, ma anche per ottenere un canto più sfumato e una maggiore eleganza nel fraseggio.
Già apprezzato in altre produzioni veneziane, Julian Kim sostiene la parte del generale romano Ezio. Il giovane baritono coreano mette in luce una voce ben timbrata e una emissione abbastanza omogenea, fatta eccezione per qualche acuto un po’ stentoreo e carente di smalto. Si conferma insomma un elemento valido, anche se, al momento, non mi sembra ancora pronto per i grandi ruoli baritonali verdiani. Ezio, tuttavia, è un personaggio che non presenta particolari complessità psicologiche e di carattere e Kim, a conti fatti, si dimostra all’altezza del compito.
Funzionali le presenze di Mattia Denti (Leone) e Antonello Ceron (Uldino). Bene il coro preparato da Claudio Marino Moretti.

La direzione di Riccardo Frizza riesce a sintonizzare adeguatamente fraseggio e colori orchestrali con la variegata temperatura drammatica dell’opera. I climi espressivi risultano così ben diversificati: a prevalere sono senz’altro lo scatto cabalettistico, i tempi serrati, le accensioni “risorgimentali”, ma non manca il senso dell’afflato epico e del respiro maestoso, né l’attenzione per l’effusione lirica e l’atmosfera delle pagine più raccolte ed elegiache. Solo a tratti gli accompagnamenti e certe sonorità sembrano quasi non tenere conto del peso contenuto e dell’espansione ridotta di alcune voci.

L’allestimento nasce da una coproduzione con il Comunale di Bologna, dove è stato presentato lo scorso gennaio, e il Teatro Massimo di Palermo. Daniele Abbado nella sua lettura registica sottolinea giustamente il carattere politico di Attila, contestando così indirettamente i tentativi insensati di una parte della musicologia, soprattutto anglosassone, di ridimensionare il rapporto tra le opere del primo Verdi e lo spirito risorgimentale. Quello che interessa al regista, in particolare, è mettere l’accento sulle contraddizioni politiche e il segnale pessimistico che, nella sua ottica, emergono in questo lavoro: gli “eroi” che dovrebbero esprimere lo spirito nazionale e unitario sono contraddittori, portati agli intrighi, cinici, mentre il nemico, Attila, è leale e portatore di ideali nobili: parla di Dio, anima, giustizia.
Assunto condivisibile, ma che Abbado traduce sulla scena restando un po’ troppo sul generico. L’impianto di Gianni Carluccio, che firma anche i costumi (con Daniela Cernigliaro) e le luci, è claustrofobico, quasi sempre immerso nell’oscurità: richiama l’interno di una nave, con pareti scrostate e arrugginite. Pochi gli arredi scenici: qualche vela, un’abside, una grande campana, enigmatici torsi scultorei antropomorfi, più una serie di corde che scendono dall’alto e alle quali, alla fine, viene legato Attila prima di essere trafitto da Odabella. Tutto procede per simbolismi, mentre i costumi – le divise e i cappotti militari visti in tanti allestimenti – sono moderni ma non collocabili in un periodo e in un contesto geografico definiti. Non c’è il risorgimento, e non c’è nemmeno un riferimento preciso all’attualità. Mancano inoltre la natura, il senso del soprannaturale, e mancano soprattutto un approfondimento della recitazione e una diversificazione dei personaggi. Tutto è indeterminato e atemporale, e ognuno alla fine può interpretare questa cornice opprimente e il senso di decadenza che incombe sullo spettacolo come meglio crede.

Teatro La Fenice – Stagione lirica e balletto 2016/17
ATTILA
Dramma lirico in un prologo e tre atti
libretto di Temistocle Solera e Francesco Maria Piave
dalla tragedia Attila, König der Hunnen di Zacharias Werner
Musica di Giuseppe Verdi

Attila Roberto Tagliavini
Ezio Julian Kim
Odabella Vittoria Yeo
Foresto Stefan Pop
Uldino Antonello Ceron
Leone Mattia Denti

Orchestra e coro del Teatro La Fenice
Direttore Riccardo Frizza
Maestro del coro Claudio Marino Moretti
Regia Daniele Abbado
Scene e light designer Gianni Carluccio
Costumi Gianni Carluccio e Daniela Cernigliaro
Movimenti coreografici Simona Bucci
Nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice in coproduzione
con Teatro Comunale di Bologna e Teatro Massimo di Palermo
Venezia, 9 dicembre 2016

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