Torino, Teatro Regio – Samson et Dalila

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Nel mettere in scena Samson et Dalila di Camille Saint-Saëns al Teatro Regio di Torino senza mai cedere alla tentazione di un kitsch hollywoodiano in stile Cecil B. DeMille, il regista argentino Hugo de Ana, oltre a ribadire così il proprio eccellente gusto, realizza uno dei suoi allestimenti forse meno audaci, ma indubbiamente più belli dal punto di vista scenografico. L’apertura del sipario rivela uno scorcio del tempio di Gaza ricreato attraverso un impianto scenico di argentea scolpitura; davanti alle mura che cingono il tempio, l’afflitto popolo di Israele si dispone in simmetrie perfette che richiamano visivamente e cromaticamente l’esercito di terracotta del primo imperatore cinese Qin Shi Huang in un tableau vivant di rara suggestione. Sulle battute iniziali dell’orchestra, infatti, lo spettatore ha come l’impressione di osservare un fondale bidimensionale, quasi un dipinto, che man mano prende vita; l’effetto in questione viene generato dalle proiezioni di Sergio Metalli e dall’incredibile disegno luci di Vinicio Cheli che, rifrangendosi su di un impalpabile velario, ingannano l’occhio dissimulando la terza dimensione del palcoscenico, ovvero la sua profondità. Per i costumi, elaborati e scintillanti, de Ana ripropone la palette che gli è più cara: tonalità prevalentemente fredde, dove i colori virano dal grigio al blu, dall’indaco al viola, passando per tutte le sfumature dell’azzurro. La dominante etnico-stilistica, che di primo acchito potrebbe far pensare a un generico Oriente, mostra in realtà prepotenti influenze persiane e babilonesi, com’è possibile dedurre dalla foggia degli abiti e dalle numerose decorazioni di varia grandezza che adornano le scenografie. Considerando la semplicità del soggetto e la linearità della vicenda, non avrebbe molto senso aspettarsi da parte di de Ana chissà quale coup de théâtre, tuttavia, superata la meraviglia destata da un tale tripudio estetizzante, permane a freddo una sensazione di beata superficialità della quale, si badi bene, non intendo però assolutamente lagnarmi.

Pinchas Steinberg svolge un buon lavoro nel maneggiare una partitura che risulta pregevole almeno per i suoi due terzi. L’introduzione e il conseguente coro degli ebrei in schiavitù, ad esempio, sono pagine di magnifica fattura, per tacere delle arie affidate al personaggio di Dalila, tre brani caratterizzati da atmosfere affatto diverse tra loro e che culminano nella arcinota “Mon coeur s’ouvre a ta voix”, summa di uno stile compositivo e vocale prettamente fin de siècle e decadente. Ciononostante, Steinberg conduce l’opera forgiandone spessore sonoro e dinamiche secondo un’ottica che, a mio avviso, affonda le sue radici più nel Romanticismo di metà Ottocento. Il risultato di tale concezione si traduce in una concertazione spesso lieve, caratterizzata da timbriche quasi traslucide, che se da un lato priva la partitura delle anticipazioni novecentesche ivi contenute (si ascolti quali meraviglie ha potuto partorire il compositore polacco Wojciech Kilar nelle colonne sonore da lui firmate, partendo dalla lezione che Saint-Saëns impartisce ai posteri con il suo preludio), dall’altro possiede l’evidente merito di sostenere e, nel caso specifico della protagonista femminile, di soccorrere il cast vocale.

Mi duole difatti constatare, considerata l’ammirazione che nutro per l’artista, quanto poco Daniela Barcellona abbia in comune con Dalila. Certo, la cantante lavora di bulino su dizione e fraseggio e dimostra di essersi presentata all’appuntamento ben preparata; è questo, però, un grande ruolo per un vero mezzosoprano drammatico, di quelli che hanno nella ricchezza di armonici e nel velluto timbrico, i loro punti di forza. Purtroppo, lo strumento della Barcellona appare oggi affievolito nel volume e impoverito nella rotondità del suono ed è così che, nonostante la leggerezza della bacchetta, questa Dalila stenta a farsi udire in “Printemps qui commence”, mentre nella famosissima aria di seduzione, fa ascoltare disomogeneità nei registri e qualche presa di fiato aggiuntiva che va a frammentare la linea e il legato. Più riuscita l’interpretazione della ferina “Amour! viens aider ma faiblesse” e del successivo duetto con il sommo sacerdote. Oltretutto, nonostante l’evidente impegno da parte del mezzosoprano triestino, ciò che incide negativamente sulla totalità della sua prova è la mancanza di una sensualità che non è solo vocale ma anche scenica.

Il sessantaduenne Gregory Kunde entra in scena, apre bocca ed è subito Sansone. Lo è per la densità del canto, per l’intensità della proiezione, per l’eroicità del fraseggio. Il cantante rinforza e sfuma senza esitazioni, il musicista aderisce alla scrittura con un aplomb inattaccabile, mentre l’interprete attento e partecipe fa dimenticare la laboriosità di certo vibrato. Impagabile, poi, il contrasto tra l’emissione spavalda del prescelto da Dio durante il primo atto e quella dolente e soffocata dell’uomo umiliato e in catene con la quale sostiene il lamento e la preghiera che introducono il terzo atto.

Il baritono Claudio Sgura, nei panni del sommo sacerdote di Dagon, appare in una forma vocale smagliante: la voce è come sempre robusta e l’emissione sicura. Per di più la lingua francese aiuta il cantante a “raccogliere” i suoni e a porgere le frasi con un’eleganza maggiore di quanto non sia solito mostrare in altro repertorio.

Tra le parti di fianco, segnalo l’efficace Abimélech di Andrea Comelli e l’insoddisfacente vecchio ebreo di Sulkhan Jaiani, molto in difficoltà nell’intonare correttamente il suo intervento durante la prima aria di Dalila.

Last but not least, il Coro del Teatro Regio, diretto da Claudio Fenoglio, si copre letteralmente di gloria, grazie alla precisione degli attacchi e alla mirabile compattezza di una bolla sonora in cui le varie sezioni risultano perfettamente bilanciate, come si evidenzia durante il magnetico “Dieu d’Israël” che apre l’opera.

Teatro Regio – Stagione Opera e Balletto 2016/2017
SAMSON ET DALILA
Opera in tre atti e quattro quadri
Libretto di Ferdinand Lemaire
Musica di Camille Saint-Saëns

Dalila Daniela Barcellona
Samson Gregory Kunde
Il sommo sacerdote di Dagon Claudio Sgura
Abimélech, satrapo di Gaza Andrea Comelli
Un vecchio ebreo Sulkhan Jaiani
Un messaggero filisteo Roberto Guenno
Primo filisteo Cullen Gandy
Secondo filisteo Lorenzo Battagion

Orchestra e Coro del Teatro Regio
Direttore Pinchas Steinberg
Maestro del coro Claudio Fenoglio
Regia, scene e costumi Hugo de Ana
Coreografia Leda Lojodice
Video Sergio Metalli
Luci Vinicio Cheli
Nuovo allestimento in coproduzione con il China National Centre for the Performing Arts
Torino, 20 novembre 2016

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