Torino, Teatro Regio – La bohème

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Per celebrare il centoventesimo anniversario dalla prima messinscena assoluta de La bohème di Giacomo Puccini – avvenuta proprio qui a Torino il 1° febbraio 1896 – il Teatro Regio si affida ad Àlex Ollé regista e storico componente del collettivo de La Fura dels Baus. Ollé afferma che “dalla prima dell’opera di Puccini sono passati più di cento anni e il mondo di oggi assomiglia poco alla romantica Parigi del XIX secolo. Le città sono diventate entità inaccessibili, nelle quali il mondo della bohème – inteso oggi come movimento artistico incarnato dai più giovani – si diluisce nel sottobosco sociologico delle periferie, spesso degradate, e quasi sempre abitate dalla grande diversità culturale scaturita dal fenomeno contemporaneo della migrazione intercontinentale. In questa città inabbordabile – in qualche quartiere massificato – è dove noi situiamo La bohème. Un luogo nel quale possano convivere artisti di ultima generazione, provenienti da ogni angolo del pianeta, insieme a personaggi marginali, lavoratori sfruttati che sfiorano la soglia di povertà, giovani donne disposte a tutto pur di poter sopravvivere nella megalopoli… una popolazione interclassista, multirazziale, multiculturale. Un luogo, in fondo, nel quale non risulti impossibile né inverosimile trovare gli stessi personaggi che compaiono nell’opera di Puccini”.
Ed è così che in questo allestimento, il regista decide di lasciarsi alle spalle qualsiasi riferimento alla francité, per far assumere alla vicenda una connotazione universale: la storia si trasferisce dalla Parigi di fin de siècle a quella che potrebbe essere la periferia di una qualunque metropoli dei giorni nostri. Giganteschi praticabili in metallo rievocano efficacemente quei palazzoni i cui nuclei abitativi, simili ad alveari, ospitano la più varia umanità. Lo spettatore, potendo godere di una prospettiva privilegiata, segue lo svolgimento dell’opera quasi come fosse James Stewart ne La finestra sul cortile di Alfred Hitchcock: per lui non ci sono muri a celare i principali accadimenti, come pure le numerose controscene escogitate dal regista catalano. I personaggi, oggi come allora, sono giovani spiantati: Mimì si arrabatta come può con lavoretti di sartoria, Rodolfo scrive, Marcello è un artista di strada che dipinge murales, e così via. L’attualizzazione della vicenda, perciò, nulla toglie allo spirito originale del romanzo di Murger da cui Puccini trasse ispirazione e, in quest’ottica, lo spettacolo di Ollé funziona alla perfezione.

Gianandrea Noseda dirige il capolavoro pucciniano con una padronanza esemplare, che gli deriva dalla piena consapevolezza di tutti gli aspetti della partitura, unitamente a una passione – assai evidente nel gesto ampio ed elaborato – che fa raggiungere all’Orchestra del Teatro Regio altezze elevatissime. I subitanei mutamenti nelle dinamiche e le infinite gradazioni dello spessore sonoro si fondono con una ricerca approfondita nelle timbriche strumentali e poggiano su una perfezione ritmica dell’insieme che, di rado, mi è capitato di ascoltare in una recita dal vivo. Impressionante.

Irina Lungu canta bene, a tratti benissimo, con un timbro che, nonostante la sua natura di soprano lirico leggero, evidenzia screziature vellutate su tutta la gamma. L’emissione, pressoché impeccabile, inanella morbidamente una nota dopo l’altra, componendo una linea vocale omogenea ed elegante. Inoltre, l’aderenza fisica al personaggio, soprattutto in un contesto visivo di tale contemporaneità, appare davvero convincente. Ciononostante, devo constatare come la Lungu – che giunge all’eroina bohémien partendo sostanzialmente dalle primedonne del Belcanto – tenda costantemente a privilegiare il “bel suono” rispetto alla varietà nel fraseggio e negli accenti, per tacere della dizione nebulosa che fa letteralmente a pugni con il teatro di Puccini. Oltretutto, il suo strumento, risultando molto più flebile nella zona medio-bassa, non può rendere completa giustizia a una scrittura che invece gravita spesso su quella tessitura, dovendo per di più levarsi su uno strumentale ponderoso (si pensi a tutto il terzo quadro, ad esempio). Per tutti questi motivi, la Lungu fa Mimì, ma non è Mimì.
Il tenore Giorgio Berrugi si allinea alla partner sul piano della musicalità, distinguendosi per la garbata espressività con cui caratterizza il personaggio, in un’interpretazione volta a delineare un giovane più timido e introverso di quanto non si ascolti solitamente. Tuttavia, nemmeno il suo Rodolfo riesce a convincere del tutto; le ragioni vanno stavolta ricercate in una vocalità e in un’emissione che non sono completamente a fuoco, soprattutto per quello che riguarda un registro acuto fatto di suoni disuguali nella resa e che “bucano” poco.

Kelebogile Besong sarebbe soltanto una Musetta dalla linea di canto corretta e dalla presenza scenica piacevole, se non ci fosse il direttore d’orchestra a fornirle su un piatto d’argento l’occasione perfetta per emergere dalla mediocrità: Noseda avvolge difatti la scena al Caffè Momus in tali spire sonore di voluttuosa sensualità da condurre la cantante attraverso un’interpretazione sorprendentemente cullante ed erotica della sua aria, dando vita a un momento da ricordare.
Massimo Cavalletti è forse l’unico membro del cast ad apparire pienamente a proprio agio nella gestione dei propri mezzi in relazione all’orchestrazione pucciniana. La voce è grossa, il colore autenticamente baritonale, l’emissione ben proiettata, la dizione scoppiettante. Questo Marcello si fa notare anche per la dote scenica disinvolta ed estremamente comunicativa.

Una bella sorpresa lo Schaunard di Benjamin Cho: ben cantato e, soprattutto, ottimamente reso dal punto di vista attoriale. Una conferma, viceversa, il Colline di Gabriele Sagona, artista in possesso di una bella voce di basso cantabile. La “zimarra” si configura come una vera e propria marcia funebre, alla cui atmosfera efficacemente privata d’inutile retorica strumentale, Sagona risponde con una linea vocale composta e intrisa di una commozione tangibile.
Nei due ruoli di carattere, Benoît e Alcindoro, Matteo Peirone fa valere le ragioni di una solida professionalità, senza mai scadere nella macchietta di una tradizione ormai frusta. Eccellente la prova offerta dal Coro del Teatro Regio e dal Coro di voci bianche del Teatro Regio e del Conservatorio “G. Verdi”, entrambi mirabilmente preparati da Claudio Fenoglio.

Teatro Regio – Stagione Opera e Balletto 2016/2017
LA BOHÈME
Opera in quattro quadri
Libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica
dal romanzo Scènes de la vie de Bohème di Henry Murger
Musica di Giacomo Puccini

Mimì Irina Lungu
Rodolfo Giorgio Berrugi
Musetta Kelebogile Besong
Marcello Massimo Cavalletti
Schaunard Benjamin Cho
Colline Gabriele Sagona
Benoît/Alcindoro Matteo Peirone
Parpignol Cullen Gandy
Sergente dei doganieri Mauro Barra
Un doganiere Davide Motta Fré

Coro e Orchestra del Teatro Regio
Coro di voci bianche del Teatro Regio e del Conservatorio “G. Verdi”
Direttore Gianandrea Noseda
Maestro dei cori Claudio Fenoglio
Regia Àlex Ollé
Scene Alfons Flores
Costumi Lluc Castells
Luci Urs Schönebaum
Nuovo allestimento in coproduzione con il Teatro dell’Opera di Roma
Torino, 16 ottobre 2016

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