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Piacenza, Teatro Municipale – La bohème

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Nel centoventesimo anniversario della prima assoluta del capolavoro di Giacomo Puccini e dopo l’allestimento apripista delle celebrazioni, andato in scena a Torino lo scorso mese, anche il Teatro Municipale di Piacenza propone una sua Bohème.

Cristina Mazzavillani Muti, regista dello spettacolo, preferisce evocare piuttosto che rappresentare, e ci riesce grazie a una scenografia scarna, costituita da pannelli scorrevoli che fungono da tela alle suggestive pennellate di colore date dalle videoproiezioni di David Loom. Sul fondo del palco, un grande occhio rivela ciò che i protagonisti vedono o percepiscono, come pure il loro stato d’animo: la luna durante l’aria di Rodolfo, un acquerello di fiori mentre Mimì racconta la sua storia, la neve che cade alla Barriera d’Enfer o, sul finale, un cielo pieno di nuvole che muterà in uno stretto fascio luminoso sulle note conclusive dell’opera. Tutta la narrazione si caratterizza visivamente per un’atmosfera che è funebre già a partire dalle prime scene, immersa com’è nelle tonalità scure dei costumi di Alessandro Lai e nelle luci fioche e livide firmate da Vincent Longuemare. Nonostante i movimenti scenici ricalchino sommariamente le indicazioni del libretto, mi sembra che della storia troppo sia lasciato solamente ad intendere, costringendo così lo spettatore meno ferrato in materia a supporre quanto la regia decide di non mostrare.

Nicola Paszkowski, pur non distinguendosi per personalità o estro particolari, si dimostra concertatore sapiente e misurato, soprattutto per quanto concerne il bilanciamento del volume orchestrale in rapporto alle voci.

Nel valutare la performance di Benedetta Torre, non posso non considerare quanto “coraggioso” (per usare un eufemismo) sia il voler affrontare una delle eroine simbolo del teatro pucciniano, nonché di tutto il melodramma, da parte di una cantante nata, udite udite, nel 1994. Sgombrerei immediatamente il campo da eventuali dubbi, dicendo che la Torre possiede una voce di timbro assai gradevole, uno strumento il cui colore diviene piacevolmente ambrato nel medium e nelle prime note di un registro grave che risuona ben immascherato e naturale e, perciò, sulla carta particolarmente adatto a Mimì. La vocalità di questo giovanissimo soprano lascia sin d’ora presagire uno sviluppo fisiologico che, se non corrotto da inopportune scelte di repertorio, potrebbe, negli anni, portare la cantante a risultati apprezzabilissimi. Negli anni, appunto. C’è però già molto di buono: l’emissione “alta” e la dizione chiara, ad esempio, sono virtù da non trascurare. Di contro, ho notato qualche frase spoggiata qua e là, e alcune fissità nelle dinamiche improntate al piano, come pure un calo della resa abbastanza evidente durante le due arie, e quasi certamente dovuto all’incapacità di dominare l’emozione. Ottimo invece quasi tutto il resto del terzo atto, segnatamente il bellissimo confronto con Marcello dove, per assurdo, cantanti più mature sovente annaspano. Per tutti questi motivi, al momento posso dire di aver ascoltato “solo” una bella promessa. Particolarmente interessante, per quanto mi riguarda, è poi il confronto con la vocalità invece sicura, spavalda, praticamente infrangibile di Damiana Mizzi, una Musetta perfetta scenicamente e caratterizzata da un canto davvero da manuale. Non c’è momento in cui la Mizzi non faccia ascoltare delizie vocali: picchiettati, smorzature (impeccabile la filatura sul si naturale alla fine del valzer), e, più in generale, un’emissione “verticale” che mantiene tutti i suoni nella giusta posizione. Strepitosa.

Il Rodolfo di Alessandro Scotto di Luzio spara quasi tutte le sue cartucce nella “gelida manina”, che difatti riesce piuttosto bene, do acuto compreso. Molto buono anche l’atto di Momus, dove il cantante sa dare il giusto risalto ai suoi incisi, soprattutto nelle frasi che sfogano in acuto. Altrove, il tenore sembra giocare di rimessa, non riuscendo difatti a dissimulare una certa stanchezza che lo porta, soprattutto al terzo e quarto quadro, a forzare un poco di gola. Male in arnese il baritono Matias Tosi che confina il suo Marcello in una dimensione vocale e interpretativa un po’ gretta e pesante. Più simpatico lo Schaunard di Daniel Giulianini, che nonostante il vibrato irregolare, proietta con facilità le sue frasi, mentre mi è parso innaturalmente cavernoso Luca Dall’Amico nei panni del filosofo Colline.

Di basso profilo, forse troppo, il Benoit di Giorgio Trucco e, al contrario, molto riuscita la caratterizzazione scenica e vocale di Graziano Dallavalle (Alcindoro/un sergente). Bravo il Coro del Teatro Municipale di Piacenza (salvo per le lattivendole, tanto approssimative nell’intonazione), come pure i ragazzi delle Voci bianche del Coro Farnesiano di Piacenza.

Teatro Municipale – Stagione lirica 2016/2017
LA BOHÈME
Opera in quattro quadri
Libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica
dal romanzo Scènes de la vie de Bohème di Henry Murger
Musica di Giacomo Puccini

Mimì Benedetta Torre
Rodolfo Alessandro Scotto di Luzio
Musetta Damiana Mizzi
Marcello Matias Tosi
Schaunard Daniel Giulianini
Colline Luca Dall’Amico
Benoît Giorgio Trucco
Parpignol Ivan Merlo/Roberto Toscano (voce)
Alcindoro/Sergente dei doganieri Graziano Dallavalle

Orchestra Giovanile Luigi Cherubini
Coro del Teatro Municipale di Piacenza
Voci bianche del Coro Farnesiano di Piacenza
Direttore Nicola Paszkowski
Maestro del Coro Corrado Casati
Maestro del Coro di voci bianche Mario Pigazzini
Regia e ideazione scenica Cristina Mazzavillani Muti
Visual designer David Loom
Visual programmer Davide Broccoli
Light designer Vincent Longuemare
Costumi Alessandro Lai
Coproduzione Ravenna Festival – Teatro Alighieri di Ravenna, Lithuanian National Opera and Ballet Theatre di Vilnius, Fondazione Teatro Coccia di Novara
Fondazione Teatri di Piacenza
Piacenza, 6 novembre 2016

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