Palermo, Teatro Massimo – Madama Butterfly

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Non più la «Casa giapponese, terrazza e giardino», posta in cima alla «Collina presso Nagasaki»: bensì un teatro giapponese, di genere non meglio identificato, dove una turba di assatanati marines assiste a uno spettacolo che è, al tempo stesso, promozione, esposizione, esibizione, vendita di geishe al miglior offerente. È questo lo sfondo su cui Nicola Berloffa colloca la nuova produzione di Madama Butterfly, coprodotta con Macerata Opera Festival, in scena al Teatro Massimo di Palermo per la ripresa autunnale della stagione lirica. La tragedia giapponese di Giacomo Puccini è una sorta di gradito, atteso evento autunnale per il pubblico palermitano: e si ripete con cadenza costante – le ultime, recentissime edizioni datano 2009 e 2012 – nella certezza di un sicuro, caloroso riscontro, che non è mancato neanche questa volta, facendo registrare il prevedibile sold out al botteghino. Quattro anni or sono, peraltro, andava registrata l’ultima presenza sul palcoscenico del capoluogo siciliano della compianta Daniela Dessì, alla cui memoria è stato dedicato questo ciclo di rappresentazioni.

Teatro nel teatro, teatro a teatro è, dunque, la parola d’ordine del Konzept immaginato dal giovane regista piemontese: che da Fabio Cherstich fa disegnare una sala lignea, con tanto di lampioncini al soffitto e palchi laterali, da cui si osserva la scena; mentre i costumi di Valeria Donata Bettella spostano l’azione nel Secondo Dopoguerra, quando il Giappone «si trovava sotto la dura occupazione degli americani», secondo l’interpretazione suggerita dalla drammaturga Alexandra Jud. Lo scontro tra culture non potrebbe essere più flagrante: lo psicodramma di Cio-Cio-San si tinge di desiderio, nel secondo atto, quando da geisha si trasforma in proprietaria di un cinema per yankees, cui non a caso propone Perdutamente tua di Bette Davis; finché sulle note del Coro «a bocca chiusa» s’identifica nell’American dream di Esther Williams, esuberante, moderna Primavera botticelliana della società dei consumi. Proprio questa scena segna forse il momento di massima frattura rispetto alla drammaturgia pucciniana: perché le immagini apertamente confliggono con la lunga notte dell’attesa di Cio-Cio-San, con una pirotecnica, vorticosa girandola di movimenti in luogo dell’agognata stasi che accompagna la quiete notturna. Benché gestita con coerenza e mano sicura, non sono pochi gli scivoloni di questa lettura (meritano almeno una menzione il pigiama che Pinkerton indossa nel finale primo, dopo essersi spogliato della divisa; o il cuscino preso dal letto per fare accomodare Sharpless, per il duetto del secondo atto) che poco confida nell’originale e tutto infarcisce di doppi e controscene, fino a un finale che difficilmente avrebbe potuto essere più confuso: quando Suzuki assiste inerme al seppuku della padrona, prima di consegnare il bambino a Kate Pinkerton, sopraggiunta al posto del pavido consorte.

Altri, dunque, erano i punti di forza dello spettacolo. Dopo un’assenza di sette anni, Hui He è tornata a cimentarsi a Palermo con il ruolo del titolo. Autentica specialista di questo ruolo, l’artista cinese è una professionista inattaccabile: difficile resistere alla vigoria, alla rotondità di un mezzo robusto, a una stoffa vocale che perfettamente combacia alle più riposte pieghe del personaggio. Per questo è un peccato che debba rinunciare al mirabile effetto previsto dall’autore per la sortita di Cio-Cio-San, dapprima fuori scena quindi in graduale avvicinamento, con la folgorante progressione di modulazioni che è specchio fedele del desiderio che accende la fanciulla: qui è in scena – quella del finto teatro – fin dall’inizio, e così fallisce una delle pagine più suggestive della partitura. Non mancano altrove momenti di pregio, soprattutto nel secondo atto, quando la cupa premonizione del futuro («Che tua madre») si colora di un sussulto di emozione. Forse sta proprio in questo la riuscita solo parziale di questa prova: perché la padronanza del ruolo risulta quasi appiattita da una parte da un timbro non particolarmente idiomatico, dall’altro dalla genericità del fraseggio, che di rado riesce a trasmettere sentimenti, turbamenti, commozione.

Appropriata è la partecipazione degli altri interpreti. Convince lo squillo, oltre che la figura, di Brian Jagde, Pinkerton aitante e fin scanzonato, travolgente nell’arioso finale, che mette in bella evidenza la luminosità di un timbro particolarmente seducente. Convince anche Giovanni Meoni, nei panni del console Sharpless, con una menzione particolare per la cura di quel canto di conversazione, che è essenziale nella scena della lettera: con un gioco di accenti sempre penetrante, pregnante, incisivo. E costruisce con bel crescendo il personaggio, fino al terzetto con Pinkerton e Suzuki, in cui emerge tutto il calore di una profonda, toccante umanità. Merita una riflessione anche la Suzuki affidata ad Anna Malavasi: che sempre più si conferma comprimaria di rango, non solo per le screziature di un velluto incline alla pastosità dei gravi, ma soprattutto per quel filo di inquietudine che pervade anche il duetto dei fiori, lieve premonizione della tragedia imminente. Non solo garrula ancella, qui conquista un ruolo di primo piano, moira implacabile in attesa della catastrofe. Nei ruoli di contorno emergono il tonante zio Bonzo di Manrico Signorini e l’efficace Yamadori di Vittorio Albamonte, meno l’affaticato Goro di Mario Bolognesi e la Kate Pinkerton dura e gutturale di Milena Josipovic. Tratteggiano un gustoso cammeo, infine, il Commissario imperiale e l’Ufficiale del registro impersonati da Cosimo Diano e Antonio Barbagallo, qui nelle ammiccanti, incomprensibili pose dei Blues Brothers…

Con l’accorto intervento del coro, come di consueto preparato da Piero Monti, provengono dalla fossa orchestrale le migliori sorprese. Direttore dal gesto misurato ed elegantissimo, Jader Bignamini, prima ancora che soffermarsi sulla raffinata paletta strumentale, possiede in sommo grado l’arte di raccontare: di mantenere sempre elevato il passo narrativo, ottenuto grazie alla creazione di grandi campiture, di vaste architetture che rivelano quanto Madama Butterfly abbia tagliato il cordone ombelicale con l’opera romantica italiana. Non è un caso, allora, se l’applauso scatta unicamente in un paio di irrinunciabili occasioni: perché il resto è un flusso ininterrotto, un continuum iridescente, sontuoso ma mai eccessivo, drammaticamente calzante. Ed è particolarmente suggestiva la ricerca di quelle singole frasi (da «Io seguo il mio destino» al catturante «Sotto il gran ponte del cielo», con l’esplosione di quell’autentico climax che è «Trionfa il mio amor!») di cui Bignamini opportunamente coglie tutto il turgore melodico, ma unicamente per farne il sensibile termometro dello stato di salute mentale di Cio-Cio-San, quasi un sentiero luminoso indispensabile per cogliere il senso ultimo delle cose. Che cali la tela, dunque, tra le due sezioni del secondo atto, è un momento benvenuto: perché da un lato rallenta il precipitare degli eventi, ma dall’altro squaderna quel lontano gioco di echi, la ripetizione di idee tematiche fluttuanti che si schiudono sull’ultima alba di Butterfly.
Perché poi verrà il mattino: quando svanisce l’illusione di un sogno, la speranza di un’altra vita.

Teatro Massimo – Stagione di opere e balletti 2016
MADAMA BUTTERFLY
Tragedia giapponese in due atti su libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica
Musica di Giacomo Puccini

Madama Butterfly (Cio-Cio-San) Hui He
Suzuki Anna Malavasi
Kate Pinkerton Milena Josipovic
F.B. Pinkerton Brian Jagde
Sharpless Giovanni Meoni
Goro Mario Bolognesi
Il principe Yamadori Vittorio Albamonte
Lo zio Bonzo Manrico Signorini
Il commissario imperiale Cosimo Diano
L’ufficiale del registro Antonio Barbagallo
Lo zio Yakusidé Alfio Marletta
La madre di Cio-Cio-San Carmen Ghegghi
La zia Damiana Li Vecchi
La cugina Manuela Ciotto

Orchestra e Coro del Teatro Massimo
Direttore Jader Bignamini
Maestro del coro Piero Monti
Regia Nicola Berloffa
Scene Fabio Cherstich
Costumi Valeria Donata Bettella
Luci Marco Giusti
Video Paul Secchi
Drammaturgia Alexandra Jud
Palermo, 18 settembre 2016

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