Palermo, Teatro Massimo – Jenůfa

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Terra. Terra ovunque. Sul piancito in pendenza, una sorta di precipizio pericolosamente inclinato verso la platea. Ma anche tra le mura di casa, nel bel mezzo di porte e finestre trasparenti, quasi a voler ricordare che non esistono segreti, misteri, intimità. Sembra di assistere al Sacre du Printemps di Pina Bausch, al Teatro Massimo di Palermo, quando, entrando in sala, il palcoscenico è già pieno di quella terra di cui sono impastati sentimenti e anime di Jenůfa, il primo capolavoro della maturità di Leóš Janáček. E in fondo si tratta di un’intuizione geniale – non si sa quanto immaginata come tributo alla grandissima coreografa renana – non solo perché ha il merito di catapultare lo spettatore in medias res, ma soprattutto perché ricorda quanto questa storia di vita dei campi della Moravia nasca dal confronto con i canti popolari e con il parlato scabro e aguzzo della regione; quanto restituisca odori e profumi selvatici, a cominciare da quel rosmarino che tenace fiorisce tra le mani della protagonista; quanto ricordi lo stretto legame – praticamente una costante nell’arco compositivo di Janáček – con il succedersi delle stagioni e il ciclo della vita, che si rinnova nonostante l’insorgere delle avversità.

A firmare un allestimento – originariamente prodotto nel 2004 dalla Vlaamse Opera di Anversa – a un tempo così essenziale eppur coinvolgente è Robert Carsen, che al musicista cèco ha dedicato molti spettacoli di successo. Al suo (tardivo) debutto siciliano è da ascrivere la teatralità travolgente di un’impostazione che rinuncia a qualsiasi riferimento spazio-temporale per raccontare una storia fatta di piccoli gesti ma di grandi slanci, di spazi chiusi che – grazie ai formidabili tagli di luce, disegnati dal regista canadese insieme a Peter Van Praet – improvvisamente si schiudono verso l’esterno, dove tempeste e gelate sembrano fare eco alla progressiva desolazione che invade la quotidianità dei personaggi. E tanto più il segno scenico di Patrick Kinmonth mira a una linearità primaria (ante di porte e finestre, poche seggiole e una branda per accogliere il sonno inquieto di Jenůfa), tanto più la direzione degli attori risulta puntuale e calibrata, con punte di autentico virtuosismo per le masse corali, dirette con grande cura da Piero Monti, nelle due grandi scene dei coscritti e delle nozze.

Insieme alla componente visiva, gran parte del merito della riuscita spetta alla bacchetta di Gabriele Ferro, direttore musicale del teatro siciliano, a suo agio nelle partiture del primo Novecento. Jenůfa lo appassiona, e si sente non solo per la coesione della compagine orchestrale, ma soprattutto per la cura con cui accompagna i cantanti, le cui voci acquistano consistenza nel corso dello spettacolo, superando le difficoltà di una scena sempre ‘aperta’ e come tale acusticamente assai pericolosa. Del capolavoro di Janáček poco lo interessa l’aspetto folclorico, quanto lo scarto drammatico tra le scene di colore più rustico e quelle in cui scava nella psicologia dei personaggi: cosa che avviene grazie alla valorizzazione dei silenzi – assolutamente magistrale la lunga corona d’attesa che prelude al duetto finale tra i due protagonisti – e, soprattutto, a una ricerca timbrica che enuclea spunti tematici, suggestioni sonore che si rincorrono e si intrecciano, dalla fossa al palcoscenico, dall’incalzare dello xilofono iniziale allo struggente assolo del violino che accompagna la preghiera di Jenůfa. Magmatica, la massa orchestrale lentamente lievita fino alla lacerante violenza fonica del secondo atto, per poi stemperarsi nelle tinte nostalgiche del finale.

La vita del mulino irrompe sulla scena nelle sue mille sfaccettature, in una molteplicità di figure, ora appena sbozzate, ora come intagliate in brevi ma essenziali cammei. Al di fuori della famiglia Buryja, ad esempio, meritano almeno una menzione l’animato Stárek di Italo Proferisce come l’accorata Barena di Daniela Denschlag; bene si disimpegna la coppia buffa Rychtář, composta da un azzimato Luca Gallo e da una piccante, esilarante Valeria Tornatore, accompagnati dalla limpida Karolka di Maria Hilmes; mentre lo Jano di Viktorija Bakan – il pastorello che Jenůfa si preoccupa di alfabetizzare – diventa chiave di volta verso il tragico epilogo della vicenda. Ma è tra le mura di casa che si consuma il dramma, in tutta la sua evidenza: sotto l’occhio vigile e affettuoso dell’anziana Starenka, cui Gabriella Sborgi presta il morbido drappeggio di un avvolgente timbro contraltile. Lo scontro tra le due voci tenorili impegna Martin Šrejma e Peter Berger, che si differenziano notevolmente, sotto il profilo scenico e vocale. Il primo incarna uno Števa collerico e impulsivo, nel primo atto, perfetto in quella tessitura di hohen Tenor che ai primi del Novecento traduce una personalità borderline, ai confini dell’isteria; ma poi diventa mansueto, negli ultimi due atti, vittima delle sue debolezze. Il secondo, invece, perfettamente coglie la parabola emotiva di Laca, grazie alla franchezza e alla freschezza di uno strumento ora violento e fin quasi brutale, ma che poi abbraccia un canto disteso e appassionato, da vero, autentico innamorato, quale diventa in corso d’opera.

Ma è Kostelnička la chiave di volta della società matriarcale descritta in Jenůfa: Ángeles Blancas Gulín giganteggia in questo ruolo, ma con un approccio interpretativo inedito e accattivante. La sua Sagrestana, infatti, non è una vecchia megera, un’arpia o una strega: è ancora una donna piacente, attenta alle strategie di posizionamento sociale della famiglia, calcolatrice e scrupolosa nella gestione dell’impresa familiare. E tutto questo mirabilmente si traduce nel suo canto, perché – per una volta – non si ascolta una cantante a fine carriera, che pretende di trasformare l’urlo in scelta interpretativa, ma un’artista in possesso di un mezzo vocale opulento, rigoglioso, capace di valorizzare un’ampia gamma espressiva, che non raggiunge mai l’isteria ma, semmai, la disperazione, poi la rassegnazione, infine la ricerca del perdono. Per quella terra lei ha sempre lavorato, per quella terra si è sacrificata, in quella gelida terra cancella i frutti della colpa.

Ed è a quella terra che lavora la Jenůfa di Andrea Danková: anche lei tetragona alle avversità della fortuna, ma con una speranza, un’attesa che sempre traspaiono dalle screziature di una vocalità meno severa perché più giovane e trepidante. Sin dalle prime battute, l’artista slovacca disegna un personaggio pragmatico, sempre attenta all’hic et nunc di una quotidianità alla quale occorre sapersi adattare: la sua preghiera è un’oasi di puro lirismo, ma che si affretta a trovare corrispondenze tra le ambasce della Madre celeste e quelle che la attanagliano. Forse, se occorre cercare un limite alla sua visione, è che a volte dovrebbe interiorizzare il dramma, distaccarsene, sublimarlo. Ma è una scelta che non le appartiene, proprio perché il suo vissuto è impastato di quella terra, di quelle convenzioni sociali che la circondano e la opprimono. Per questo risplende nel finale: quando la liberazione della confessione e del perdono cancellano ogni traccia umana; la scena rimane sgombra, libera da ogni ingombro, dagli errori del passato. Mentre una pioggia sottile irriga di nuova linfa il futuro di Jenůfa e di Laca, la vita continua e riprende a scorrere: trasfigurata da una delle pagine più ispirate di Janáček, aperto alla speranza di un domani migliore.

Teatro Massimo – Stagione di opere e balletti 2016
JENŮFA
Opera in tre atti
Libretto e musica di Leóš Janáček

Starenka Buryjovka Gabriella Sborgi
Kostelnička Buryjovka Ángeles Blancas Gulín
Jenůfa Andrea Danková
Laca Klemeň Peter Berger
Števa Buryja Martin Šrejma
Stárek Italo Proferisce
Rychtář Luca Gallo
Rychtářka Valeria Tornatore
Karolka Maria Hilmes
Pastuchyňa Lorena Scarlata
Barena Daniela Denschlag
Jano Viktorija Bakan
Tetka Natasa Katai

Orchestra e Coro del Teatro Massimo
Direttore Gabriele Ferro
Maestro del coro Piero Monti
Regia Robert Carsen
Scene e costumi Patrick Kinmonth
Luci Robert Carsen e Peter Van Praet
Allestimento Vlaamse Opera, Anversa
Palermo, 30 ottobre 2016

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