Padova, Teatro Verdi – Die Zauberflöte

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Raffigurazione scenica di una iniziazione a carattere morale, Die Zauberflöte (Il flauto magico) è una fiaba per bambini ispirata a un racconto orientale e, allo stesso tempo, un lavoro denso di significati simbolici. Sopporta l’approccio farsesco, ma accetta anche il taglio interpretativo massonico, esoterico e psicanalitico.
Vero è che l’ultimo capolavoro mozartiano è un tipico esempio della sopravvivenza e della vitalità di un’opera i cui presupposti storici non hanno quasi più alcuna attualità. La farsa fantastica e la commedia popolare viennese, oggi, hanno ben poco da dirci; non parliamo poi della simbologia massonica e della mania per le cose egizie. Non è un caso che registi e scenografi evitino di confrontarsi con tradizioni fortemente legate a epoche e luoghi precisi del passato, e tendano a percorrere altre vie.

È quanto fa anche Federico Bertolani nel nuovo allestimento che, dopo il debutto a Bassano del Grappa, è andato in scena al Teatro Verdi per la Stagione lirica 2016 di Padova. Il regista accantona l’apparato egizio e i significati massonici, come pure i riferimenti all’ethos illuministico e alla psicologia del profondo, e si concentra sull’aspetto favolistico adattandolo al gusto estetico contemporaneo. Il processo di formazione dei due giovani protagonisti si esprime così attraverso un linguaggio figurativo che attinge ai fumetti, ma anche a certe atmosfere cinematografiche. Come in Ghost, per esempio, c’è l’idea del doppio, dell’anima che si distacca dal corpo, anche se solo momentaneamente.
L’anima, com’è ovvio, è quella di Tamino. All’inizio dell’opera il giovane si trova a passare con Pamina in un quartiere periferico tetro e degradato, dove si aggirano prostitute, barboni, poliziotti corrotti. Inutile dire che i due fidanzatini, ragazzi per bene e vestiti elegantemente, finiscono per fare un brutto incontro; e infatti incappano in una gang di sudamericani: lei viene molestata, lui picchiato e steso a terra, dove rimarrà per tutta la durata dell’opera.
Le intenzioni di Bertolani sono chiare: i malviventi non sono altro che il serpente della favola di Schikaneder e a compiere il viaggio di purificazione per raggiungere l’auto-consapevolezza sarà lo spirito di Tamino che lotta tra la vita e la morte. Da questo momento tutto si svolge in una sfera onirica, nel regno di Sarastro e degli illuminati: un mondo antitetico a quello realistico e degradato dell’inizio. Magicamente, le prostitute si trasformano nelle Dame della Regina della Notte, gli sbirri diventano gli armigeri di Sarastro e il mendicante che poco prima se ne stava sul ciglio della strada assume le sembianze di Papageno.
Le scene su due livelli sovrapposti di Giulio Magnetto e i costumi di Manuel Pedretti traducono con coerenza la visione registica. La caratterizzazione dei personaggi è senz’altro gradevole e funzionale all’impostazione, tuttavia dopo un po’ la trovata iniziale sembra quasi accantonata e quasi ci si dimentica della dimensione onirica in cui agiscono i protagonisti. Al termine del suo viaggio spirituale, Tamino viene rianimato e si risveglia, ritrova Pamina e tutto si ricompone. L’attualizzazione non disturba e non è appesantita da particolari forzature, ma è anche vero che non offre prospettive inedite, né spunti di riflessione originali. In alcuni momenti, infine, sarebbero auspicabili più dinamismo scenico e ritmo teatrale.

Alla guida dell’Orchestra di Padova e del Veneto, Giuliano Betta imprime all’esecuzione un andamento musicale estroverso e incisivo, dove efficienza e dinamismo sembrano essere gli unici obiettivi. Questo significa che il direttore non arriva ad assecondare e a differenziare la molteplicità degli stili e dei piani espressivi che caratterizzano quello che forse è titolo operistico più eclettico di Mozart. La conduzione è senz’altro efficace sul versante drammatico e nei momenti lirico-patetici, ma alcuni accompagnamenti mancano di fluidità e leggerezza, e compromettono quindi il senso del giocoso, mentre le pagine rituali e iniziatiche procedono senza mistero e solennità.

La compagnia vocale è formata da cantanti giovani e di bella presenza scenica. Tra tutti, la più convincente è Ekaterina Sadovnikova. Solitamente il soprano russo non esibisce grande pathos nel fraseggio, ma qui sembra più immedesimata che in altre occasioni: gli struggimenti musicali ed espressivi della sua Pamina sono resi credibili, oltre che dal timbro delicato e piacevole, anche dalla fluidità dell’emissione e dall’accuratezza della linea di canto.
Nel ruolo della Regina della notte c’è Christina Poulitsi che, come spesso succede, canta meglio la seconda aria della prima. Il soprano greco ha una voce dal timbro abbastanza brunito e dà al personaggio le necessarie screziature drammatiche. E se al centro i suoni non risultano sempre ben appoggiati e omogenei, in compenso la coloratura ha un buon mordente e i sopracuti – come accade appunto in “Der Hölle Rache” – si impongono per volume e nitidezza cristallina.
Tamino è Fabrizio Paesano, che ricordavo come Nemorimo in un Elisir d’amore, sempre a Padova, dove dopo un inizio impacciato riusciva poco a poco a carburarsi. Anche qui parte con qualche incertezza: l’aria del ritratto in particolare gli crea disagio quando si tratta di sfumare e alleggerire le emissioni. Nel corso della recita, tuttavia, acquista sicurezza e si assesta su una buona tenuta vocale.
Nei panni di Papageno c’è invece un baritono americano, John Chest, che non ha una voce particolarmente timbrata e ricca di colori e non si può nemmeno dire sia un interprete elettrizzante. Canta tuttavia con correttezza, è scenicamente disinvolto e riesce insomma a rendere il personaggio simpatico e convincente.
Quanto al tedesco Wihelm Schwinghammer, si tratta di una voce che nei gravi non ha le caratteristiche e il peso di un autentico basso profondo. Il suo Sarastro, non sempre fermissimo nell’emissione, manca di rotondità cantabile e solennità.
Del restante cast, i più convincenti mi sono sembrati l’Oratore di Paolo Battaglia e le tre Dame: Alice Chinaglia, Cecilia Bagatin, Alice Marini.
Venerdì 4 novembre (ore 20.30) e domenica 6 novembre (ore 16), lo spettacolo viene ripreso al Teatro Sociale di Rovigo.

Teatro Verdi – Padova Stagione Lirica 2016
DIE ZAUBERFLÖTE
Opera tedesca in due atti KV 620
Libretto di Emanuel Schikaneder
Musica di Wolfgang Amadeus Mozart

Sarastro Wihelm Schwinghammer
Pamina Ekaterina Sadovnikova
Tamino Fabrizio Paesano
Regina della notte Christina Poulitsi
Papageno John Chest
Papagena Teona Dvali
Prima Dama Alice Chinaglia
Seconda Dama Cecilia Bagatin
Terza Dama Alice Marini
Monostatos Patrizio Saudelli
Oratore Paolo Battaglia
Primo sacerdote/Secondo armigero Carlo Agostini
Secondo sacerdote/Primo armigero Luca Favaron
Fanciulli Stella Capelli, Federico Fiorio, Maria Gioia

Orchestra di Padova e del Veneto
Coro Lirico Veneto diretto da Sergio Balestracci
Direttore Giuliano Betta
Regia Federico Bertolani
Scene Giulio Magnetto
Costumi Manuel Pedretti
Nuovo allestimento in coproduzione con il Teatro Sociale di Rovigo
e Bassano Operafestival
Padova, 30 ottobre 2016

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