Padova, Castello Carrarese – I Capuleti e i Montecchi

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Liszt considerava I Capuleti e i Montecchi “un venerabile prodotto di una scuola antiquata”. Non aveva tutti i torti. Dal punto di vista drammaturgico si tratta di un’opera ibrida e irrisolta, sospesa tra una musica sublime e un testo modestissimo.
Felice Romani scrive il libretto nel 1825 per Giulietta e Romeo di Nicola Vaccaj e, cinque anni dopo, lo riadatta per Vincenzo Bellini modificando il titolo. Della tragedia shakespeariana resta ben poco: il testo si concentra sulla parte conclusiva della vicenda, isolando i due amanti dal contesto generale che viene relegato a semplice fondale.
Oltre a questo, c’è un altro aspetto da considerare: da un lato, la vena lirica di Bellini (che si forma alla scuola di Zingarelli, pure lui autore di una versione di Giulietta e Romeo) ha origini settecentesche ed è legata alla scuola napoletana. Dall’altro, la partitura segna l’inizio di una nuova stagione della musica belliniana e della stessa storia del melodramma italiano. Anche se l’impianto generale rispetta gli schemi formali della tradizione e viene ancora una volta utilizzata una voce femminile per il ruolo di Romeo (con grande indignazione di Berlioz), nei Capuleti emerge una inedita sensibilità romantica, evidente nella purezza di una vocalità intensa e spianata. Rilevanti il nuovo equilibrio fra lo stile declamatorio e quello fiorito, l’uso solistico di strumenti a preparazione e commento di scene salienti, il cromatismo quasi “tristaneggiante” di alcune volute melodiche.

Ciò detto, è evidente che per cogliere la cifra stilistica di un’opera contesa tra conservazione e apertura al nuovo, e compensarne in qualche modo la debolezza drammaturgica, bisogna disporre soprattutto di voci votate al belcanto che la rendano vitale e attraente, oltre che di un direttore che abbia adeguate cognizioni filologiche e conoscenza del repertorio.
All’edizione andata in scena nel cortile del Castello Carrarese nell’ambito della Stagione Lirica 2016 di Padova (una coproduzione con Bassano Opera Festival), bisogna riconoscere anzitutto l’omogeneità e il buon livello complessivo della compagnia vocale. È emersa in particolare Annalisa Stroppa nei panni en travesti di Romeo. Voce di soprano corto, ben timbrata e pastosa al centro, ha affrontato il ruolo con fraseggio vario e analitico, dimostrando sensibilità negli intensi abbandoni lirici dei duetti d’amore, ma anche grinta e fierezza adeguate negli accenti marziali della cabaletta del primo atto e del confronto con Tebaldo. Certo qualche nota grave, soprattutto nella cavatina “Se Romeo t’uccise un figlio”, non aveva la pienezza desiderabile, così come i Si naturali della cabaletta “La tremenda ultrice spada” sono stati catturati più che non emessi con naturalezza. Tuttavia bisogna considerare che gli ampi salti della linea vocale previsti da Bellini sono oggettivamente ardui e nel complesso la Stroppa, anche per quanto riguarda le agilità, se l’è cavata con onore. Nel secondo atto, poi, la resa è stata eccellente sia sotto il profilo vocale che interpretativo.

La parte di Giulietta era affidata alla vocalità esile, timbricamente chiara ma comunque gradevole, di Ekaterina Sadovnikova. Tolta qualche leggera tensione negli estremi acuti, la fonazione è parsa sostanzialmente corretta; si sono apprezzati la linea di canto, il legato, nonché la capacità di sostenere le lunghe arcate melodiche di “Oh quante volte”. Come già notato in alcune esibizioni veneziane, il soprano russo non è un’interprete in grado di sfoggiare fraseggi vari e di grande pathos: la sua Giulietta risultava infatti diafana, giocata prevalentemente sugli accenti nostalgici e delicati. Nondimeno, per quanto fortemente angelicato, il personaggio è parso convincente e stilisticamente in regola. Da aggiungere che nei duetti con Romeo la vocalità della Sadovnikova legava molto bene, sotto il profilo timbrico, con quella della Stroppa.

Nel ruolo di Tebaldo figurava Giordano Lucà, che proprio a Padova, in un Rigoletto del 2011, aveva debuttato sulle scene liriche. Devo dire che, rispetto a quell’esordio, il tenore romano – ora ventottenne – ha fatto notevoli progressi. La voce, dal timbro chiaro e piacevole, è sostenuta da una tecnica più salda e di fatto, in un ruolo da tenore di grazia, dove la passionalità e l’ardore guerriero cedono spesso a momenti di lirismo contemplativo, Giordano ha senz’altro convinto. Nel primo atto, sia nei morbidi vocalizzi del cantabile di sortita che nella successiva cabaletta, l’esibizione è stata ineccepibile. Qualche discontinuità è emersa nell’acceso duetto con Romeo del secondo atto, senza tuttavia compromettere la validità complessiva della prova.
Funzionali i contributi dei due bassi comprimari: Matteo d’Apolito (Lorenzo) e Daniel de Vicente (Capellio).

Alla guida dell’Orchestra di Padova e del Veneto, Andrea Albertin è partito con spigliatezza, cogliendo la tinta solare e rossiniana della Sinfonia, brano che oggettivamente contrasta con il misto di elegia e romanticismo tormentato tipico del resto dell’opera. Poi però la sua direzione si è orientata, nello stacco dei tempi, verso una lentezza a tratti molto accentuata, con l’intenzione di far risaltare il carattere elegiaco e patetico delle arie soliste, dei grandi ariosi e di alcuni preludi concertanti. Albertin ha assecondato inoltre la scarna essenzialità dell’orchestrazione di Bellini, dando alla linea vocale un sostegno sobrio e leggero che potesse valorizzarne lirismo ed espressività. Va anche detto che negli accompagnamenti delle cabalette, o nelle pagine marziali e dall’atmosfera guerresca, si sarebbero desiderati più incisività e mordente.

L’allestimento era firmato integralmente da Paolo Giani. Il precario equilibrio di quest’opera bifronte, che guarda al passato belcantistico e contemporaneamente a una cantabilità romantica incanalata nel composto rigore di un fraseggio classico, era tradotto in palcoscenico dalla classicità ferita e dalla caducità winkelmanniana di un imponente torso maschile e di una grande testa reclinata ispirati alle sculture di Igor Miroraj.
L’azione si svolgeva non solo attorno a questi due elementi, simbolici delle fratture, della fragilità e della perdita di identità dell’essere umano, ma coinvolgeva anche altri spazi del cortile del castello, come il porticato e la balconata, dove i Capuleti e i Montecchi – impersonati da coristi e figuranti – si aggiravano ora ieratici e guardinghi, ora pronti a darsi battaglia. Nei movimenti lenti e rituali delle masse si notava l’impronta della lezione di Stefano Poda, di cui Giani è stato assistente e aiuto regista. Accurato e senz’altro più personale il lavoro sui singoli personaggi, che ha contribuito a rendere convincente la tenuta teatrale del tutto.

Lo spettacolo sarà replicato sabato 6 agosto nel Teatro al Castello “Tito Gobbi” di Bassano del Grappa.

Castello Carrarese – Padova Stagione Lirica 2016
I CAPULETI E I MONTECCHI
Tragedia lirica in due atti.
Libretto di Felice Romani
Musica di Vincenzo Bellini

Giulietta Ekaterina Sadovnikova
Romeo Annalisa Stroppa
Tebaldo Giordano Lucà
Lorenzo Matteo d’Apolito
Capellio Daniel de Vicente

Orchestra di Padova e del Veneto
Coro Città di Padova diretto da Dino Zambello
Direttore Andrea Albertin
Regia, scene, costumi e luci Paolo Giani
Padova, 31 luglio 2016

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