Milano, Teatro alla Scala – The Turn of the Screw

Condivisioni

In una calda serata di metà settembre è andata in scena, al Teatro alla Scala, la première di The Turn of the Screw, opera in un prologo e due atti dai risvolti horror musicata da Benjamin Britten nel 1954, quando vide la sua prima assoluta al Teatro La Fenice di Venezia, diretta dal compositore medesimo. Su libretto della britannica Myfanwy Piper, che collaborò col musicista anche in occasione di altri titoli (quali Owen Wingrave e Death in Venice), la trama è tratta dal racconto Il giro di vite di Henry James: storia di fantasmi e turbe della psiche, di morti misteriose e di infanzie violate, di vittime innocenti e perversi carnefici. Uno dei fattori di interesse della proposta scaligera di questo titolo è l’esecuzione in lingua originale, mai realizzata a Milano: quando fu messa in scena nel 1969 e nel 1970 alla Piccola Scala venne difatti presentata nella traduzione ritmica in italiano di Roberto Sanesi.

Lo spettacolo – in scena fino al 17 ottobre – è stato occasione di importanti ed attesi debutti al Piermarini. In primis, quello del regista danese Kasper Holten, ai più probabilmente noto per il suggestivo Ring wagneriano di Copenhagen o per il discusso film Juan, rilettura in chiave contemporanea del Don Giovanni mozartiano cantato, però, in inglese. Rimarrà deluso chiunque si aspetti un’interpretazione controversa: servendosi di un linguaggio estremamente raffinato e misurato, a tratti asettico ed algido, Holten ha prediletto una lettura fortemente psicanalitica e cinematografica, nella quale non sono mancati però momenti di morboso erotismo (si citino lo scambio di velate effusioni saffiche fra l’Istitutrice e Miss Jessel o il bacio sulla bocca dato dalla donna al piccolo Miles) o gli effetti splatter. Affiancato da Steffen Aarfing (scene, costumi e video), Ellen Ruge (luci) e Gary Kahn (drammaturgia), il regista danese ha concepito uno spettacolo atemporale seppur con rimandi all’età vittoriana – specialmente nella foggia degli austeri vestiti, improntati a nuances spente – , pervaso da un’atmosfera soffocante e tesa ma, al contempo, fredda. A questo generale clima di raggelata eleganza ha contribuito pure la scena fissa costituita, a sinistra, da un luminoso salone con tendaggi chiari sovrastante un asfissiante locale sotterraneo, a destra da tre claustrofobiche ed anguste camere da letto, dalle pareti specchiate, che si sviluppano in verticale; i locali dell’abitazione erano di volta in volta inquadrati o celati da sipari e pannelli mobili, sui quali spesso erano proiettati video dinamici o statici in bianco e nero.

Sul podio dell’Orchestra del Teatro alla Scala, per l’occasione in formazione “da camera”, il settantaseienne Christoph Eschenbach, direttore e pianista di origini tedesche: con cura meticolosa e acribia filologica, Eschenbach ha prediletto una direzione brillante, smaltata nel suono, potentemente tragica e drammatica, alternando sonorità dense e corrusche ad altre di soffuso lirismo. Tra i momenti maggiormente pregnanti, la Scena VIII del II Atto, contraddistinta da una violenta tensione parossistica sfociata nello straziante grido di Miles “Peter Quint, you devil!” e nella successiva, toccante nenia “Malo, malo!”.

Di notevole livello il cast, a partire dall’Istitutrice del soprano svedese Miah Persson, già acclamata Poppea monteverdiana nella scorsa stagione scaligera: vocalità luminosa e di gradevole colore, sicura nell’emissione, ha cantato con molto gusto ed espressività, aderendo perfettamente alla visione del personaggio voluta dal regista Holten, quella cioè di una donna mentalmente fragile ed insicura, combattuta fra pulsioni sessuali a stento represse, sensi di colpa, gelosie e fantasie insondabili. Nei doppi panni del Prologo e del demoniaco Peter Quint, il tenore inglese Ian Bostridge, al suo debutto alla Scala in un ruolo operistico (essendo stato sostituito, nel 2011, da un altrettanto valido John Graham-Hall come Gustav von Aschenbach): cantante britteniano e liederista di fama internazionale, in possesso di una voce piccola e di timbro di non particolare appeal, si è distinto per l’estremo scavo della parola, cesellata con vigore espressivo e sofisticata intelligenza, conferendo al fraseggio magnetico ed intimistico ipnotismo. Grazie anche al fisico emaciato ed allampanato, è parso perfetto nella parte del fantasma del malvagio e vizioso servitore della tenuta di Bly. Ben caratterizzata la Miss Jessel del mezzosoprano britannico Allison Cook, specialista del repertorio contemporaneo, tagliente e metallica in acuto, volitiva e conturbante in scena. Mrs. Grose era interpretata da Jennifer Johnston, vocalità da mezzosoprano imponente e di buona pasta. A ricoprire le parti di Miles e Flora, due componenti del Trinity Boys Choir, diretto da David Swinson: Sebastian Exall, voce minuta e sottile, convincente come bambino innocente, e Louise Moseley.

Il pubblico presente in sala, a onor del vero non numeroso, ha riservato una calorosa accoglienza a tutti gli interpreti, con punte di affettuoso entusiasmo per Christoph Eschenbach, Miah Persson, Ian Bostridge e, in misura minore, Kasper Holten. Alla luce dei tanti, troppi posti vuoti in teatro, una domanda sorge sua sponte: davvero la musica del Novecento fa ancora così paura agli spettatori? 

Teatro alla Scala – Stagione d’opera 2015/2016
THE TURN OF THE SCREW
Opera in un prologo e due atti su libretto di Myfanwy Piper
Musica di Benjamin Britten

Il Prologo/Quint Ian Bostridge
L’Istitutrice Miah Persson
Miles Sebastian Exall
Flora Louise Moseley
Mrs. Grose Jennifer Johnston
Miss Jessel Allison Cook

Orchestra del Teatro alla Scala
Trinity Boys Choir (direttore David Swinson)
Direttore Christoph Eschenbach
Regia Kasper Holten
Scene, costumi e video Steffen Aarfing
Luci Ellen Ruge
Drammaturgia Gary Kahn
Milano, 14 settembre 2016

Download PDF