Milano, Teatro alla Scala – Madama Butterfly

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Ha fatto benissimo Riccardo Chailly a portare alle luci della ribalta internazionale questa Madama Butterfly originale, nella sua prima edizione del 1904, ricca di intuizioni musicali prepotentemente novecentesche e di dettagli drammaturgici che si sono in parte persi nei successivi rimaneggiamenti della partitura. Ascoltando oggi la versione milanese – che contiene pagine successivamente sfrondate nell’edizione definitiva pubblicata nel 1907 e correntemente in uso – si notano innanzitutto gli inserti narrativi che amplificano la dimensione folcloristica del primo atto. La sfilata dei parenti, in questa insolita e più approfondita forma, non è certamente una “burletta”, come lo stolto Pinkerton si diletta a definire, ma una vera festa nuziale della tradizione giapponese. Nella lunga scena, Puccini si destreggia con abilità e con l’eleganza che gli è propria nella definizione di un esotismo timbrico e di un’agogica balzellante che calzano a pennello e che Chailly e l’Orchestra del Teatro alla Scala rendono con insuperabile maestria. Il ripristino del personaggio di Yakusidé, zio “beone” di Cio-Cio-San, funge da formidabile trampolino di lancio per l’entrata in scena del suo autorevole e autoritario corrispettivo, lo zio Bonzo, il quale si scaglia su Butterfly interrompendo la buffa canzonetta del brillo omuncolo con un contrasto di sonorità dal magnifico impatto. Al secondo atto, Pinkerton, privato dell’aria composta successivamente, appare ridisegnato nel carattere e più conforme, nell’atteggiamento e nelle parole, allo squallore che ne contraddistingue l’operato. Assume particolare interesse, poi, la figura della moglie Kate che da presenza-fantoccio diviene un personaggio meglio definito, capace di confrontarsi nel breve ma intenso scambio di battute con la sua involontaria antagonista; un dialogo che si rivela utile ai fini di una più completa comprensione sia della pietà sincera che caratterizza la sposa americana, sia del nobile senso dell’onore di Cio-Cio-San. La scena conclusiva dell’opera è stata quasi totalmente riscritta dal compositore, che, nell’edizione del 1907, ha preferito puntare sull’incisività e sul sentimentalismo. Su questo punto specifico, si sono sentite e lette un po’ ovunque, in questi giorni, critiche o considerazioni dettate più dalla pancia che dalle orecchie, giacché il finale milanese, se ascoltato con attenzione e non con la memoria, rivela invece tutto il proprio potenziale drammatico e musicale. Sotto la bacchetta di Chailly, le battute orchestrali che accompagnano il suicidio della protagonista si sviluppano in spire che avvolgono, quasi come in una struttura “a canone”, il rituale dello Jigai, dando forma a una marcia funebre al contempo solenne e lancinante.

Alvis Hermanis realizza uno spettacolo che, se a un primo sguardo può apparire fin troppo tradizionale e didascalico, possiede in verità diversi punti di forza. A dare quell’effetto di déjà vu sono principalmente i video di Ineta Sipunova, ma tale effetto si riferisce soltanto a quelle proiezioni con cui si intendono rievocare i paesaggi nipponici, laddove le immagini floreali e le eleganti figure di geishe evidenziano invece una ricerca iconografica più originale. I costumi di Kristine Jurjane non risultano mai pesanti all’occhio, nonostante la foggia ampia ed elaborata. Le scenografie che il regista firma insieme a Leila Fteita, sono costituite principalmente da pareti e pannelli scorrevoli la cui fattura si ispira alle geometrie delle tele di Mondrian. Meno piacevole a vedersi, ma comunque pertinente a livello narrativo, la trasformazione dell’ariosa casa di Butterfly in una opprimente dimora occidentale, il cui color seppia rimanda alle fotografie ingiallite di epoca vittoriana.
La Cio-Cio-San che Hermanis ha in mente è una donna che pensa e agisce secondo le regole assorbite durante l’apprendistato come geisha (e chiunque abbia visto il film Memorie di una geisha di Rob Marshall può meglio cogliere il mio riferimento). Questa Butterfly non esprime gioia o dolore come un occidentale si aspetta che faccia; il suo volto è una maschera imbiancata e le emozioni traspaiono da sguardi e gesti che sono piccoli, contenuti. È l’anziana serva Suzuki a piegarsi afflitta al posto della sua padrona, comunicando con la prostrazione fisica quanto Cio-Cio-San, per orgoglio e dignità, non lascia trapelare.

L’interpretazione e la recitazione di Maria José Siri si inseriscono mirabilmente nel contesto voluto dal regista. Il soprano uruguaiano canta la parte con grande autocontrollo; ogni suono risulta ben calibrato, grazie all’emissione uniforme che valorizza uno strumento di per sé piuttosto avaro di colori. La sua voce funziona meglio in acuto (ottimo sia il re bemolle dell’entrata, sia il do che sigla il duetto d’amore), mentre tende a svuotarsi nella fascia centrale e nel registro grave, quest’ultimo parecchio debole. Se volessi instaurare un paragone, dovrei allora dire che la Butterfly della Siri guarda vocalmente più alla fragile chiarezza di una de Los Angeles che alla intensa rotondità di una Freni.
Bryan Hymel ha grossi problemi nell’articolare correttamente la pronuncia italiana ed è questo il limite maggiore del suo Pinkerton. Nonostante il timbro poco seducente, il tenore canta al meglio delle sue possibilità in un ruolo palesemente inadatto alle sue caratteristiche vocali; viceversa, lo Sharpless di Carlos Álvarez, molto applaudito durante i saluti finali, dimostra già dalle prime frasi quale giovamento si possa trarre da un’emissione raccolta e immascherata a dovere.
Nei panni di Suzuki, una festeggiatissima Annalisa Stroppa diviene un sensazionale alter ego della protagonista, cui dona una vocalità tornita e una singolare verità espressiva.
Una lode speciale va a Carlo Bosi, un Goro stupefacente per lo squillo della voce e per la dizione migliore dell’intero cast.
Tra i ruoli minori, tutti ottimamente caratterizzati dai rispettivi interpreti, spicca lo Yakusidé cantato benissimo da Leonardo Galeazzi, il Commissario imperiale dalla vocalità autorevole di Gabriele Sagona e l’impressionante zio Bonzo di Abramo Rosalen. Molto buona la prova del Coro del Teatro alla Scala preparato da Bruno Casoni.

Teatro alla Scala – Stagione d’Opera e Balletto 2016/2017
MADAMA BUTTERFLY
Tragedia giapponese in due atti. Libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica
Versione originale del Teatro alla Scala del 17 febbraio 1904
Musica di Giacomo Puccini

Madama Butterfly (Cio-Cio-San) Maria José Siri
Suzuki Annalisa Stroppa
Kate Pinkerton Nicole Brandolino
F.B. Pinkerton Bryan Hymel
Sharpless Carlos Álvarez
Goro Carlo Bosi
Il principe Yamadori Costantino Finucci
Lo zio Bonzo Abramo Rosalen
Yakusidé Leonardo Galeazzi
Il Commissario imperiale Gabriele Sagona
L’Ufficiale del registro Romano Dal Zovo
La madre di Cio-Cio-San Marzia Castellini
La zia Maria Miccoli
La cugina Roberta Salvati

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Direttore Riccardo Chailly
Maestro del coro Bruno Casoni
Regia Alvis Hermanis
Scene Alvis Hermanis e Leila Fteita
Costumi Kristine Jurjane
Luci Gleb Filshtinsky
Video Ineta Sipunova
Coreografia Alla Sigalova
Drammaturgia Olivier Lexa
Nuova produzione Teatro alla Scala
Milano, 10 dicembre 2016

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