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Lucca, Teatro del Giglio – Così muore Mimì

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Nell’ambito della terza edizione del festival Lucca Puccini Days, è stato rappresentato il dramma musicale Così muore Mimì, ideato in esclusiva per il Teatro del Giglio da Cristina Mazzavillani Muti, che ne ha curato regia, scene e costumi. «Attraverso la musica sempre oltremodo contemporanea di Puccini  ̶  sostiene la regista  ̶  è possibile infrangere i confini in cui generalmente la si contiene: si può sognare di spingersi oltre il naturale palcoscenico operistico e avere l’audacia di lasciarsi trasportare da questa musica, con tutta la sua poesia, la sua commozione, il suo urlo, la sua ironia».
Dopo La bohème di apertura della stagione con un cast quasi esclusivamente composto da giovani cantanti, questo nuovo appuntamento decisamente anticonvenzionale con Puccini conferma la linea coraggiosa e controcorrente del teatro lucchese, deciso a offrire di Puccini una serie di proposte innovative e qualitativamente interessanti. Scelta che condividiamo in pieno, trattandosi non già di operazioni meramente pubblicitarie, ma di un progetto con una ricerca di contenuti e di modalità espressive degne di essere comunque prese in considerazione, anche quando non si condividono in pieno. Come nel caso di questo spettacolo.
Così dice la regista: «L’arrivo di Musetta, che sappiamo seguita da Mimì ormai morente, risuona come un colpo di fucile nel grido di Marcello che l’accompagna. Ma forse non è che l’esplosione di una bomba ad orologeria, che aveva cominciato a irrompere fin dai primi momenti sulla scena, da quella prima apparizione di Mimì sulle scale, da quella candela spenta, da quel respiro affannoso. Una conclusione che rompe tempo e spazio, eppure è stata preparata ad arte proprio da quella danza sempre più parossistica che si stringe di cerchio in cerchio attorno alle parole sangue, sbudella, barella, cimiter, così da gran guignolesca diviene macabra preveggenza».

Una premessa che non riesco a comprendere alla luce sia del testo di Murger che dell’opera di Puccini. I giovani bohémien incontrano la morte, e ciò che ne deriva e significa in termini esistenziali, solo all’epilogo di una storia vissuta nella più totale, assoluta, sincera spensieratezza che nulla toglie ai dolori quotidiani di una esistenza povera, a quelli di amori non condivisi o terminati, ai sogni spesso rimasti tali. Una spensieratezza che fa pensare alla vita come se non avesse termine e al tempo come a un accessorio che esiste ma non è capace di condizionare la vitalità, l’entusiasmo, la fiducia e la speranza. Una vita, la loro, che non contempla in alcun modo la morte e che proprio per questo, quando giunge, viene a rompere inesorabilmente e irreversibilmente una stagione felice.
Ciò che invece ci ha proposto la regista è un’atmosfera cupa e malinconica nella quale incombe fin dall’inizio, pesante, il senso della morte e della fine. Nulla in quel locale dove si svolge la storia è realmente vivo e capace di dar vita: né i protagonisti della storia, né i ballerini, né gli attori.
Si ha quasi l’impressione, mi si perdoni l’ardire, di essere in un locale di morti-viventi dove il tempo scorre con una lentezza angosciante e dove ogni attimo è reso a suo modo “fatale”.
Nulla dei personaggi di Puccini che conosciamo appartiene a quelli che Cristina Mazzavillani Muti ci propone; in questo contesto così plumbeo a angoscioso, persino le romanze più belle dell’opera pucciniana assurgono a drammatiche elucubrazioni esistenziali, solipsismi che interrogano più che dialogare.
Una situazione che non lascia quasi alcun margine a quella leggerezza che invece caratterizza La bohème di Puccini e che nega la possibilità di avere un appoggio reale e propositivo dalla presenza di un altro, amico o amante che sia.

Detto questo, e confermato che questa divergenza di visuale rende il giudizio forse meno obiettivo, devo riconoscere allo spettacolo tre grandi pregi: un grandissimo light designer quale Vincent Longuemare che ha reso la scena un capolavoro di emozioni; scene e costumi di Cristina Mazzavillani Muti decisamente suggestivi, e un ensemble musicale di primissimo ordine. Bravissimi tutti, a partire da un grande fisarmonicista Simone Zanchini, che ha curato gli arrangiamenti, per continuare con Mirco Rubegni alla tromba, Alessandro Cosentino al violino, Andrea Alessi al basso, Cristiano Calcagnile alla batteria, Alfonso Santimone alla tastiera.
Arrangiamenti davvero particolari che hanno mostrato il virtuosismo di ogni singolo musicista, ma più ancora il particolare effetto d’assieme che ha creato momenti di grande emozione.
Suggestiva ed efficace la voce del narratore, Franco Costantini che ha curato i testi, complessivamente buone le voci dei protagonisti: Mariangela Aruanno, Mimì, Giulia Mattarella, Musetta, Luca Marconi, Rodolfo, Paolo Gatti, Colline.
Senz’altro efficaci i danzatori di Ravenna Festival, Marta Cicognani, Francesca de Lorenzi, Carlo Gambaro, Giorgia Massaro, Chiara Nicastro; straordiario l’apporto di Miki Matsuse, danzatrice, storica anima dell’Ensemble di Micha van Hoecke.
Buona la perfomance degli attori Ruggiero Lopopolo, Ivan Merlo e Davide Paciolla.

La dedica al ricordo della strage al Bataclan di Parigi, tragico evento che ha segnato la memoria collettiva e che il 13 novembre 2015 piombò in tutta la sua drammaticità sugli artisti in prova al Ravenna Festival per la Trilogia d’autunno dedicata a Bohème, non ci ha particolarmente coinvolti. Quell’entrata in scena piuttosto goffa del terrorista in nero, più somigliante a un ninja che a un membro dell’Isis, con un mitra in mano che uccide tutti i protagonisti dello spettacolo, non riesce né ad entrare nella storia fino ad allora raccontata in scena, né a decontestualizzarla per ricondurla a un presente nel quale, in qualche modo, è già calata.
Rispettiamo comunque la volontà dell’ideatrice che ha voluto giustamente stigmatizzare un momento tragico nel quale la cultura, l’arte e l’umanità sono stati oggetto di una inaudita e gratuita violenza da parte di un gruppo di estremisti desiderosi di affermare a ogni costo il primato delle loro idee su qualsiasi altra idea.
Il pubblico lucchese ha risposto bene a questo spettacolo: dopo un momento di assestamento per capirne il senso, ha applaudito spesso a scena aperta e, con calore, al termine dello spettacolo.

Teatro del Giglio – Stagione lirica 2016/17
COSÌ MUORE MIMÌ
La storia di Bohème nella Parigi di oggi
Dramma musicale per ensemble e voci rivisitato da Simone Zanchini
Ideazione, regia, scene e costumi di Cristina Mazzavillani Muti
Testi di Franco Costantini
Light designer Vincent Longuemare
Sound designer Massimo Carli, BH Audio

Fisarmonica Simone Zanchini
Tromba Mirco Rubegni
Violino Alessandro Cosentino
Basso Andrea Alessi
Batteria Cristiano Calcagnile
Tastiera Alfonso Santimone

Narratore Franco Costantini
Mimì Mariangela Aruanno
Musetta Giulia Mattarella
Rodolfo Luca Marconi
Colline Paolo Gatti

DanzActori di Ravenna Festival: Martina Cicognani, Francesca De Lorenzi,
Carlo Gambaro, Giorgia Massaro, Chiara Nicastro
Attori: Ruggiero Lopopolo, Ivan Merlo, Davide Paciolla
con la partecipazione straordinaria di Miki Matsuse
Lucca, 3 dicembre 2016

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