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Cremona, Teatro Ponchielli – Il turco in Italia

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È stata un’ottima mossa, da parte di OperaLombardia, l’aver affidato la regia de Il turco in Italia di Gioachino Rossini a un veterano della scena lirica quale è Alfonso Antoniozzi, baritono specializzato nel genere “buffo”, che negli ultimi anni ha affiancato alla carriera di cantante quella di regista. Il mondo di Rossini e il sostrato culturale da cui il teatro musicale del pesarese trae origine sono ben noti ad Antoniozzi, il quale realizza uno spettacolo fruibile, godibile, e caratterizzato da una linea di demarcazione che mantiene scena, costumi e recitazione costantemente entro la soglia del buon gusto, non risultando mai, nemmeno per un attimo, al di sopra delle righe. Si disquisisce ormai da molto tempo sull’efficacia delle videoproiezioni applicate al teatro d’opera, alcuni considerandole solo come un furbo escamotage per contenere i costi di produzione secondo il principio del “massimo risultato con il minimo sforzo”. Io, come altri, credo che laddove i video vengano utilizzati con intelligenza e significati plausibili, siano del tutto benvenuti, sia in assenza di scenografie strutturali (come è questo il caso), sia in presenza delle stesse (ad esempio, nel Samson e Dalila torinese). Sul palco del Ponchielli di Cremona, il fondale e le due grandi quinte posizionate lateralmente fungono da schermo sul quale scorrono immagini che non solo illustrano, raccontano, spiegano, ma anche “arredano” lo spazio scenico. Già durante la Sinfonia, agli spettatori viene mostrato l’antefatto della vicenda, ovvero la genesi del libretto di un “dramma buffo” attraverso l’utilizzo di figure che prendono forma dai tratti veloci di una penna intinta nel calamaio. E nel prosieguo dell’opera, le proiezioni, mutevolissime, definiscono ora il tempo e il luogo dell’azione, ora incantano e ipnotizzano attraverso icone e simboli di squisita eleganza (la scena della mascherata). Il filo conduttore ravvisabile nella visione del regista è un’interpretazione fortemente metateatrale della storia, dove quanto accade sul palco sembra essere nient’altro che una proiezione mentale di Prosdocimo, impegnato a dare forma a personaggi cui infonde vita tramite un gestualità da prestigiatore. Naturalmente Antoniozzi è anche abilissimo nel gestire le coreografie e, manco a dirlo, l’interazione tra i protagonisti, come pure nel suggerire succose controscene (impagabili quelle riservate a Geronio).

Note meno liete per quanto riguarda il versante musicale. Christopher Franklin, alla guida dei Pomeriggi Musicali, si occupa prevalentemente di tenere tempi meccanicamente inquadrati, agendo ben poco sul potenziale di una partitura che viceversa si distingue per un dinamismo e una tavolozza cromatica ben più articolati. Inoltre, non mi pare nemmeno che il gesto del direttore sia del tutto comprensibile, a giudicare da alcune sfasature che si verificano tra buca e palco. Assai riusciti e molto più fantasiosi, invece, i recitativi sostenuti al fortepiano da Michele D’Elia che, con tocco leggero e attraverso ammiccanti citazioni, accompagna gli artisti sulla scena.

Il cast si compone di artisti indubbiamente valevoli sul piano scenico, ma che nel loro insieme non sono in grado di valorizzare in maniera altrettanto convincente l’aspetto vocale, facendomi convenire ancora una volta sulla massima “Rossini non è per tutti”.

La scelta di affidare il ruolo di Fiorilla a un soprano soubrette come Paola Leoci, benché ampiamente praticata fin dai tempi del recupero di questo titolo verso la metà del secolo scorso, mi sembra interlocutoria. Donna Fiorilla deve certamente possedere un carattere piccante e civettuolo, spesso associato alla vocalità acidula e pungente di cui sopra, ma dovrebbe altresì esprimere attraverso il proprio timbro un pizzico di sensualità in più rispetto a quelle che sono le possibilità concrete dei “sopranini”. Se poi si passa a valutare la scrittura e i risvolti virtuosistici della parte, sarebbe preferibile optare per una cantante ben più versata nel canto di agilità di quanto la Leoci non si riveli in questo contesto. In tal senso, delude la cavatina d’ingresso, le cui quartine ora rabberciate, ora scivolate (ma la colpa è in gran parte del tempo rapido scelto dal direttore, che poco tiene in conto le esigenze del soprano) privano un brano adorabile della fioritura vocale che lo rende tale. E se le cose non migliorano di molto nei successivi duetti, inaspettatamente la Leoci si riscatta nel rondò conclusivo, dove la dimensione scenica da aria da concerto o aria di bravura – cioè con la cantante in proscenio, rivolta verso il direttore e verso il pubblico – permette al soprano di realizzare un buon compromesso che, pur non esaltando l’ascoltatore più smaliziato, riesce a trascinare il pubblico in un lungo e festoso applauso. È però doveroso da parte mia aggiungere che l’artista in questione è molto giovane e, con ogni probabilità, “si farà” nel tempo e con l’esperienza.

Il poeta Prosdocimo ha il gradevole appeal scenico del baritono Vittorio Prato il quale, tuttavia, non mi è mai sembrato vocalmente tanto chiaro, diciamo pure tenorile, come in questa occasione. Il cantante si disimpegna, mentre l’attore risulta simpaticamente comunicativo. Il contributo scenico di Marco Bussi come Don Geronio è indispensabile alla buona riuscita dello spettacolo. È su di lui che si nota il lavoro approfondito da parte di Antoniozzi, che moltissime volte ha impersonato Geronio e nel quale infonde tutto il suo vissuto artistico. Bussi è sempre divertente, mai stucchevole e tantomeno caricaturale. Il baritono appare anche sufficientemente disinvolto dal punto di vista vocale, emergendo in particolare nel vorticoso sillabato del duetto con Selim, il quale ha la voce di Fabrizio Beggi. Questo Turco esibisce una vocalità di basso molto robusta, che il cantante pena un poco nel gestire, come dimostrano alcune dinamiche grossolanamente dosate; ciononostante, Beggi risulta complessivamente persuasivo su tutti i fronti, non da ultimo quello relativo all’appropriatezza tecnica nel rendere l’agile scrittura rossiniana. Il russo Ruzil Gatin (Don Narciso) ha dalla sua un registro acuto estesissimo che porta la sua voce di tenore a do e perfino a un re sovracuto “grande così”, tenuto peraltro per diversi secondi. Per quanto mi riguarda, poco importa l’avere acuti del genere se poi ci si arrabatta per tutto il resto dell’opera, evidenziando mende (che non sono disposto a perdonare nemmeno di fronte alla giovane età o a un’eventuale mancanza di esperienza) quali intonazione approssimativa, musicalità fallace e un’idea del canto di agilità che è lontanissima dalla realtà.

Molto carina ma anche molto acerba Marta Leung nei panni di Zaida e funzionale nei suoi brevissimi interventi l’Albazar di Stefano Marra.

Teatro Ponchielli – Stagione Opera 2016
IL TURCO IN ITALIA
Opera buffa in due atti. Libretto di Felice Romani.
Musica di Gioachino Rossini

Selim Fabrizio Beggi
Donna Fiorilla Paola Leoci
Don Geronio Marco Bussi
Don Narciso Ruzil Gatin
Prosdocimo Vittorio Prato
Zaida Marta Leung
Albazar Stefano Marra

Orchestra I Pomeriggi Musicali di Milano
Coro OperaLombardia
Direttore Christopher Franklin
Maestro del coro Giuseppe Califano
Maestro al fortepiano Michele D’Elia

Regia Alfonso Antoniozzi
Collaborazione video design Daring House
Scene Monica Manganelli
Costumi Mariana Fracasso
Luci Nando Frigerio
Nuovo allestimento, coproduzione dei Teatri di OperaLombardia
Cremona, 27 novembre 2016

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