Catania, Teatro Massimo Bellini – Turandot

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Audentes fortuna iuvat. Viene da pensare all’esortazione del re dei Rutuli, nell’esemplare formulazione virgiliana, assistendo alla Turandot con cui il Teatro Massimo Bellini di Catania avvia la sezione autunnale del suo cartellone lirico: tali sono i rischi che comporta l’estremo, gigantesco frammento pucciniano, che con altri componimenti lirici di primo Novecento – dal coevo Doktor Faust di Ferruccio Busoni fino a Moses und Aron di Arnold Schoenberg, passando per Lulu di Alban Berg – condivide uno stato di incompiutezza che non è segnale di resa, bensì certificato di una crisi di linguaggio difficile da risolvere. Rispetto agli altri titoli prima enunciati, Turandot gode, tuttavia, degli unanimi consensi del pubblico, che anche in questa occasione è accorso numeroso, assicurando l’atteso sold out alla produzione dell’opera, assente dalle scene catanesi dalla primavera del 2004. L’odierna ripresa, peraltro, si inquadra in un più ampio percorso – che forse sarebbe utile illustrare adeguatamente – di approfondimento del fenomeno dell’esotismo attraverso il prisma di Franco Alfano, di cui verrà proposta, esattamente tra un mese, La leggenda di Sakuntala.

E proprio l’orientalismo di Turandot è il primo scoglio con cui deve misurarsi la messinscena dell’opera. Si deve a Pier Luigi Pizzi l’ormai proverbiale rigore del segno scenico dello spettacolo, prodotto da Macerata Opera Festival. Due imponenti, gigantesche scalee conducono alle soglie del palazzo imperiale, così separando le più nobili presenze della corte da quelle del popolo (da bravo sinologo e reporter ante litteram, Simoni non aveva potuto tacere di quei «quattrocento milioni di bocche che […] macinano parole da mane a sera»), che qui assurge a un impatto non immemore delle soggioganti esperienze musorgskijane. E se certo si rimane sorpresi, di fronte alla divinità indù che campeggia al centro della scena, forse questa deve far pensare a una figura di mantide letale, immagine di quell’icona di femme fatale che incarna la principessa cinese. Un prezioso gioco di chiaroscuri connota le luci di Vincenzo Raponi, pronte a cedere il passo a sinistri bagliori sanguigni, di cui s’illumina la notte dorata degli enigmi.

Meno convince l’impronta dei costumi – dovuti allo stesso Pizzi – non solo per il coro, per il quale ha disegnato austere fogge novecentesche in odor di Rivoluzione culturale, ma soprattutto per il personaggio della protagonista, alla quale riserva i morbidi drappeggi di un’opulenta Madonna del Quattrocento. Pur se di maniera, l’insieme è tuttavia abbastanza mosso ed elegante e il colpo d’occhio d’effetto, benché la staticità dell’impianto scenico rischi, alla lunga, di ingenerare stanchezza nello spettatore. Ad animare la scena interviene la regia, qui ripresa da Massimo Gasparon: che forse avrebbe dovuto maggiormente focalizzare l’attenzione sulle masse, bloccate in una disposizione oratoriale; e che invece si concentra sul terzetto delle maschere. Di primo acchito si ha la sensazione che i ministri assumano una connotazione macchiettistica, volta a riannodare le fila dell’omaggio alla Commedia dell’arte auspicato da Carlo Gozzi; ma soprattutto nel primo quadro del secondo atto si comprende invece che il riferimento è un altro: e cioè al carattere «canzonettistico» e «rivistaiolo» con cui già Massimo Mila aveva ironicamente qualificato le tre maschere, secondo una prospettiva profondamente innovativa, legata alle arti dello spettacolo contemporaneo.

E qui sta il punto: la modernità di Turandot. Che a Catania ha trovato un interprete di spessore in Antonio Pirolli, alla guida di un’orchestra in forma smagliante, finalmente consapevole delle peculiarità linguistiche della partitura pucciniana. Certo si può discutere sul formidabile, imponente impatto dell’assieme, particolarmente evidente nelle scene in cui il coro, diretto da Ross Craigmile, dispiega un autentico, travolgente tsunami sonoro, che rischia di far crollare il teatro dalle fondamenta. Ma tutto questo rivela la costruzione di un’imponente architettura drammatica, con uno sfolgorio timbrico, una martellante percussività che attestano quanto la lezione del fauvismo del Sacre du Printemps di Stravinskij sia stata perfettamente assimilata dal musicista toscano. Non si pensi, tuttavia, a una scelta univoca: perché basta prestare attenzione all’impercettibile, morbida vaporosità che sempre accompagna il personaggio di Liù; all’elegiaca tinta cinese che punteggia l’apparizione dei Ragazzi – il delizioso Coro di voci bianche “Gaudeamus igitur” Concentus, guidato da Elisa Poidomani; o infine al magico incanto della scena delle maschere, un notturno trapunto con i sortilegi di iridescenze raveliane; basta pensare a tutte queste scelte, dunque, e si comprenderà quanto Turandot rappresenti per Pirolli uno spartiacque, un nec plus ultra che neanche Puccini stesso riuscirà a condurre in porto.

Peccato, allora, che una scelta più oculata delle voci sul palcoscenico non assecondi questa lettura, d’indubbio interesse. Perché a vestire i panni dell’altera principessa è Susan Neves, certo a suo agio con l’aggressività martellante del canto di Turandot e mai avara della zampata dell’artista; ma che abilmente tenta di dissimulare l’usura di uno strumento mai torrenziale, gli scabri scarti di registro, l’articolazione laboriosa del fraseggio, soprattutto un vibrato non sempre controllato. Gioca le sue carte con grande intelligenza il tenore Sung Kyu Park, un Principe ignoto che abilmente mette a profitto le zone più sonore del palcoscenico. Ma se il successo d’ordinanza gli viene garantito dall’attesissimo «Nessun dorma!», pure si rimane perplessi di fronte alla genericità di un’interpretazione rinunciataria, che elude le vette del pentagramma (il do di «Ti voglio tutta ardente d’amor!», certo facoltativo ma al quale pochissimi evidentemente rinunciano) e con esse il piglio spavaldamente eroico del personaggio. Nei panni di Liù, Rosanna Savoia opportunamente lavora di bulino: e se la voce è piccola supplisce con il controllo dei fiati, con la ricercatezza e con l’intensità dell’espressione, particolarmente in un «Signore, ascolta!» tutto giocato sulla suggestione dei filati. Certo Liù è ruolo breve: ma tale da far immaginare una sua consentaneità al repertorio di primo Novecento, qui particolarmente evidente. Di rilievo l’accorato Timur di Andrea Comelli, che nel finale fa emergere una bella ricerca del legato. Dal terzetto delle maschere, invece, ci si sarebbe attesa maggiore incisività, che si riscontra solo quando svetta l’agile Pang di Saverio Pugliese: perché né il greve Ping di Giovanni Guagliardo, né il flebile Pong di Gianluca Bocchino, al di là di un’accorta caratterizzazione scenica, riescono a trasmettere le mille, cangianti opportunità riservate a questi ruoli. Completano il cast Giuseppe Costanzo, austero, appropriato Altoum, e Paolo La Delfa, nei panni del Mandarino.

Teatro Massimo Bellini – Stagione lirica 2016
TURANDOT
Dramma lirico in tre atti e cinque quadri su libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni
Musica di Giacomo Puccini

La principessa Turandot Susan Neves
L’imperatore Altoum Giuseppe Costanzo
Timur Andrea Comelli
Il principe ignoto (Calaf) Sung Kyu Park
Liù Rosanna Savoia
Ping Giovanni Guagliardo
Pang Saverio Pugliese
Pong Gianluca Bocchino
Un Mandarino Paolo La Delfa

Orchestra e Coro del Teatro Massimo Bellini di Catania
Coro di voci bianche “Gaudeamus Igitur” Concentus
Direttore Antonio Pirolli
Maestro del coro Ross Craigmile
Maestro del coro di voci bianche Elisa Poidomani
Regia, scene e costumi Pier Luigi Pizzi
Regia ripresa da Massimo Gasparon
Luci Vincenzo Raponi
Catania, 13 ottobre 2016

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