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Bologna, Teatro Comunale – Rigoletto

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Rigoletto è forse l’opera più drammatica e nichilista di tutto l’Ottocento. Non perché Giuseppe Verdi abbia un’attrazione verso il negativo e il distruttivo. Al contrario, Verdi è l’uomo dei valori certi, un portatore di massime morali, religiose e politiche che esprime nelle sue opere in modo perentorio. Non vive il disorientamento filosofico e metafisico di fine secolo, quando Nietzsche annuncerà la morte di Dio nella coscienza dell’uomo occidentale, con il conseguente crollo dei valori e delle certezze.
In Rigoletto, tuttavia, le certezze sembrano già vacillare e Verdi spalanca, forse senza volerlo, una finestra sull’abisso. E a differenza di Hugo, che in Le roi s’amuse è più interessato a sottolineare il malcostume politico e la depravazione del potere, crea un’opera che ha per protagonista un padre senza redenzione, per il quale non c’è riscatto né speranza, ma solo il vortice della maledizione, un cerchio del male da cui non può uscire. Un personaggio a doppia esistenza, capace di sentimenti nobili e di macchinazioni criminose.
In un’epoca di relativismo etico e culturale come la nostra, Rigoletto viene allora recepito, più che in passato, per quello che realmente è: un’Opera al nero in cui Verdi insinua il dubbio tremendo che un codice etico infallibile, universale e razionalmente fondato, forse non esiste.
In Rigoletto la vita conta meno di niente, il malvagio si salva ed è premiato, mentre l’innocente soccombe. Per alcuni aspetti, sembra di ritrovarvi un’eco delle tesi di Justine, dove l’agghiacciante sistema erotico-funerario di De Sade nega la possibilità di qualsiasi morale, dove il vizio è sempre e comunque trionfante e la virtù vittima di se stessa, delle sue illusioni e rinunce. Si capisce perché la critica dell’Ottocento – molto più lucida di quella novecentesca – considerasse questo capolavoro verdiano moralmente ributtante.

Negli ultimi tempi, alcuni registi hanno voluto sottolineare proprio l’anima nera di Rigoletto e l’ambivalenza che contraddistingue il suo protagonista, cercando quindi di trasmettere il turbamento morale che interessava a Verdi. In questa particolare direzione si muove solo in apparenza l’allestimento ideato per il Teatro Comunale di Bologna da Alessio Pizzech, che cerca di individuare tematiche, situazioni, appigli per agganciare il capolavoro verdiano al gusto e alle problematiche contemporanee. Ma lo fa mettendo troppa carne al fuoco e, a mio avviso, senza centrare il bersaglio, ovvero il cuore drammaturgico dell’opera.
Le idee sono molte, a partire da quella – che ha fatto scalpore sui social – di presentare all’inizio dell’opera il protagonista con bustino in pelle, calze a rete e tacchi a spillo, metà buffone e metà donna. In un contesto scenico attualizzato e surreale, Rigoletto è un padre con una concezione molto borghese della famiglia: abitualmente indossa giacca e cravatta, e gira con la valigia come un commesso viaggiatore, ma per far ridere il boss (cioè il Duca) e la sua corte è costretto ad assumere un look androgino. Nell’ottica di Pizzech, fare il buffone in versione drag rappresenta, per un padre borghese, il massimo del degrado e dell’umiliazione.
Inutile dire che la festa del primo atto ha una impronta orgiastica: tutti mimano accoppiamenti secondo le posizioni di un grottesco Kamasutra. Colpisce il modo in cui vengono ritratte le donne, ridotte a bambole meccaniche, considerate meri oggetti sessuali da parte del Duca e dei suoi cortigiani, più che mai lussuriosi e machisti. Anche Gilda è un fantoccio senz’anima, una sorta di incrocio tra Barbie e Olympia: una bambola che Rigoletto tiene gelosamente chiusa in una teca insieme ad altre bambole. La presa di coscienza e quindi il passaggio da marionetta a donna saranno per lei devastanti.
Già da queste soluzioni visive si intuiscono le tematiche a cui allude Pizzech: il conflitto (forse più pirandelliano che verdiano) tra vita e forma, tra la maschera che si indossa in società e quello che veramente siamo; la scissione tra corpo e anima, e l’incapacità di amare; la mercificazione del corpo femminile e la sottolineatura degli stereotipi femminili tipici del melodramma ottocentesco, con evidenti parallelismi tra finzione e realtà e tra passato e presente. E, ancora, l’idea – molto novecentesca – che Rigoletto sia un emarginato, vittima del potere e del sistema, oltre che del suo disegno di vendetta.
Ma Rigoletto è un personaggio schizofrenico, a doppia esistenza, non ha una natura uniforme: il bene e il male sono in lui strettamente intrecciati. E quello che rende ancor più potente il tutto è che è consapevole di questo: Rigoletto spalanca l’abisso della propria anima e confessa i suoi tormenti fin dall’inizio. Quando incontra Sparafucile, vede in lui il suo doppio, il lato criminale, e percepisce la spinta verso la distruzione. Oltre a essere un padre amorevole, è una carogna e sa di esserlo.
Quando i recensori dell’epoca rimproverano a Verdi di “cercare il bello nei delitti più atroci e ributtanti” e tacciano l’opera di “immoralità” (ma sarebbe più esatto parlare di a-moralità), colgono nel segno. Intuiscono e sottolineano, anche se in chiave di condanna, un aspetto fondamentale di questo capolavoro che il tempo, la routine esecutiva e l’ottusità di certa critica novecentesca annacqueranno fin quasi all’occultamento.
Il problema dello spettacolo, pertanto, non sono i tacchi a spillo, le orge mimate, le bambole, le riflessioni sul femminile; il problema non sono le presunte trasgressioni visive né l’immoralità, quanto piuttosto la mancata percezione della a-moralità. Pizzech gira attorno a Rigoletto (è al suo quarto allestimento dell’opera), trova tante idee, alcune in sé anche interessanti, ma non fa capire in che cosa consista la vera potenza e l’attualità di questo melodramma disperato e sconvolgente che, in tempi di nichilismo trionfante, ci parla dell’ambivalenza costitutiva dell’essere umano, e che è pure l’ambivalenza della morale.
Visivamente, le scene di Davide Amadei e i costumi di Carla Ricotti contribuiscono a rendere lo spettacolo di Pizzech esuberante e affastellato, quando non caotico e dispersivo. Citazioni e rimandi si sprecano: si va dalla riproduzione in bianco e nero dell’affresco di Giulio Romano La caduta dei giganti, che domina il fondo della scena, alla dimensione estetica tra il pop e il Kitsch a cui sono improntate la festa alla corte del Duca (dove troneggia un lettone che non sfigurerebbe in una installazione di Jeff Koons) e la casa di bambola in cui è segregata Gilda. E se un sipario rosso e altri dettagli richiamano l’immaginario circense (Pizzech ha lavorato nel circo per qualche anno), un’atmosfera espressionista, con sparsi tocchi grandguignoleschi, avvolge invece il mondo degli emarginati evocato nel terzo atto, dominato da una locanda-barcone frequentata da tossici e alcolizzati.

Sul versante esecutivo, non convince la conduzione di Renato Palumbo, direttore che pure ha molta dimestichezza con il repertorio verdiano. Si ha l’impressione di un Rigoletto disomogeneo, incoerente non solo dal punto di vista filologico (sono sforbiciati i “da capo”, mentre le puntature di tradizione vengono tagliate o inserite senza un criterio preciso), ma anche nell’impostazione dei tempi e nel collegamento dei diversi episodi. L’intenzione di sganciarsi dalla tradizione del rigore ritmico che tutto appiattisce, dell’implacabile patazum-patazum di tanti imitatori toscaniniani, induce Palumbo a staccare tempi ora abbondantemente larghi ora frettolosi e meccanici, alternandoli in un continuo tira e molla. Un andamento a fisarmonica che in più punti finisce per non assecondare il fraseggio vocale e mettere in difficoltà sia il coro che i cantanti.

Applauditissimo dal pubblico, Vladimir Stoyanov – che nella recita da me seguita sostituiva l’indisposto Marco Caria – è un convincente Rigoletto. Per quanto la voce non sia voluminosa né ammaliante nel timbro, e qualche sparsa emissione risulti in alto un po’ opaca o leggermente calante, l’interprete si impone per il fraseggio analitico e introspettivo, estraneo a gigionate e concessioni veriste. È un Rigoletto che rispetta i segni d’espressione e sa cantare a fior di labbra, restituendo la dimensione paterna affettuosa e dolente del personaggio. Ma Stoyanov risulta credibile, pur lasciando a desiderare a tratti più incisività, pure quando si tratta di rendere l’aspetto vendicatore e giustiziere di Rigoletto.
Si fa acclamare anche Irina Lungu, che è una Gilda credibile più come donna consapevole e disillusa che non come bambola-oggetto. Nel “Caro nome” e nel duetto con il Duca le emissioni non sono sempre levigatissime, qualche sopracuto suona asprigno. Tuttavia la prova è in crescendo e nel secondo e terzo atto la sua Gilda è coinvolgente per linea di canto, qualità di fraseggio e spontaneità espressiva.
Il Duca è Celso Albelo che, quanto ad accenti e inflessioni nasali, “krauseggia” forse più del solito e inoltre pasticcia il testo nell’aria del secondo atto. La voce resta tuttavia apprezzabile per volume e gradevolezza timbrica, gli acuti sono sicuri e il fraseggio risulta vario e sfumato, anche se potrebbe essere ulteriormente curato e approfondito.
Antonio Di Matteo è uno Sparafucile efficiente, dalla voce adeguatamente scura, con qualche inflessione qua e là cavernosa. Di scarso impatto la prova di Andrea Patucelli, un Monterone opaco e che sbianca i suoni nel registro alto. Non persuade la Maddalena sopra le righe e vocalmente disomogenea di Rossana Rinaldi. Nell’insieme modeste le parti di fianco.
Alla fine, grande successo per tutti, ovazioni in particolare per Stoyanov.

Teatro Comunale – Stagione d’opera 2016
RIGOLETTO
Melodramma in tre atti su libretto di Francesco Maria Piave
da “Le roi s’amuse” di Victor Hugo
Musica di Giuseppe Verdi

Il Duca di Mantova Celso Albelo
Rigoletto Vladimir Stoyanov
Gilda Irina Lungu
Sparafucile Antonio Di Matteo
Maddalena Rossana Rinaldi
Giovanna Beste Kalender
Il Conte di Monterone Andrea Patucelli
Marullo Raffaele Pisani
Matteo Borsa Pietro Picone
Il Conte di Ceprano Hupo Laporte
La Contessa di Ceprano/Un paggio Marianna Mennitti

Orchestra e coro del Teatro Comunale di Bologna
Direttore Renato Palumbo
Maestro del coro Andrea Faidutti
Regia Alessio Pizzech
Scene Davide Amadei
Costumi Claudia Ricotti
Luci Claudio Schmid
Movimenti scenici Isa Traversi
Nuova produzione del Teatro Comunale di Bologna
Bologna, 13 novembre 2016

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