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Bergamo, Teatro Donizetti – Rosmonda d’Inghilterra

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C’era grande attesa per il recupero di questa Rosmonda d’Inghilterra compiuto dalla Fondazione Donizetti di Bergamo che ne ha commissionato la revisione sull’autografo ad Alberto Sonzogni. Un titolo rarissimo, caduto nell’oblio poco tempo dopo la sua prima rappresentazione a Firenze nel 1834. Ad un primo ascolto, l’opera fatica ad imporsi per qualsivoglia merito, se non per l’aria di Rosmonda “Perché non ho del vento…Torna, torna o caro oggetto”, cavallo di battaglia dei più grandi soprani di coloratura del secolo scorso, nonché brano interpolato al posto della ben altrimenti ispirata “Regnava nel silenzio” nella versione francese di Lucia di Lammermoor, onde permettere alle primedonne di servirsene per fare ulteriore sfoggio del proprio virtuosismo. Oltretutto, il soggetto debole e la scarsa progressione drammatica della vicenda non agevolano la fruibilità di questo lavoro, sospeso a metà fra la precedente Lucrezia Borgia (il confronto/scontro tra Leonora ed Enrico rimanda a quello tra Lucrezia e Alfonso) e la successiva Lucia (il rapporto vittima/carnefice tra Rosmonda e Clifford richiama il duetto di Lucia ed Enrico).

Lo spettacolo firmato da Paola Rota è quasi imbarazzante per la mancanza di un’idea sensata che sia alla base di quanto mostrato sulla scena e viene difatti salutato da un selva di contestazioni durante gli applausi finali. Due pareti nere perpendicolari a un fondale totalmente grigio restringono o allargano lo spazio dell’azione a seconda del momento scenico. I personaggi cantano metà aria, o duetto che sia, da un lato delle parete e la restante metà dall’altro. I coristi intervengono in modalità random ora a spostare le suddette pareti, ora a far la parte di cortigiani/spiòni. Si salvano i costumi ideati da Massimo Cantini Parrini, tra i quali spicca lo splendido abito nero e oro indossato dalla Leonora di Eva Mei, un gioiello che sembra uscito direttamente dal guardaroba di Gloria Swanson.

Sebastiano Rolli dirige la partitura giovandosi del sodalizio che lega felicemente il suo nome a quello di Gaetano Donizetti e che si è costituito in anni di frequentazione dei titoli firmati dal compositore orobico da parte del maestro parmense. Rolli dirige questa Rosmonda a memoria, dopo averla studiata in vista del debutto fiorentino e poi approfondita sia durante quelle recite, sia, successivamente, per questa prima assoluta in forma scenica in epoca moderna al Teatro Donizetti. Il suo gesto, sempre chiaro e misurato, guida l’Orchestra Donizetti Opera attraverso i molteplici stacchi di tempo che animano una partitura costituita da un susseguirsi di numeri chiusi. L’attenzione del maestro, alla buca e al palco, è costante e preziosa. Oltre ai consueti rispetto e sensibilità nei confronti della poetica musicale donizettiana, ho stavolta percepito un piglio affatto nuovo nelle pagine di maggior vigore strumentale.

Ascoltai Jessica Pratt per la prima volta nel 2007 in una Lucia di Lammermoor a Brescia; ricordo di aver pensato allora che mi trovavo di fronte a una giovane cantante dotata di mezzi non comuni, piuttosto spartana nel canto e molto acerba dal punto di vista interpretativo e attoriale. Nove anni e alcune recensioni dopo, continuo a sostenere in gran parte il medesimo assunto, pur con alcuni distinguo. Innanzitutto Donizetti: un compositore che appare particolarmente congeniale alla vocalità e all’espressività del soprano australiano, in questo senso molto più confacente rispetto, ad esempio, a Bellini, di cui la Pratt non ha ancora dimostrato di possedere il sublime legato, il languore, lo struggimento. Poi il gusto: finalmente la cantante capisce che tenendo a bada certo desiderio di “strafare” – ovvero di buttarsi a capofitto in uno show off di sovracuti e variazioni arbitrarie – riesce a comporre più elegantemente la linea vocale del personaggio. L’aria di sortita, nell’esecuzione che ne dà la Pratt, si ascolta con grande piacere: le dinamiche sono ben gestite e l’emissione controllata a dovere; i piani e i pianissimi, profusi a piene mani durante l’opera, sono intonati, limpidi e timbrati. I trilli veloci che adornano la prima frase (e che qui sono dei veri trilli, cioè il rapido susseguirsi di due note attigue e non una modificazione del vibrato su di una singola nota, come spesso mi accade di sentire) sono eccellenti. I sovracuti, presenti nella misura prevista dalla revisione critica, risultano più perlacei e a fuoco rispetto a prove passate. Lo strumento era e resta sostanzialmente quello abbastanza monocromatico del soprano leggero, cui però l’imponenza fisica della cantante dona una notevole cassa di risonanza. Di contro, quello che ancora manca è una completa autorevolezza nel sostenere la performance nella sua totalità e soprattutto una verve scenica che sia anche solo minimamente convincente. Ciò non toglie che a livello vocale, la Pratt dipinga una Rosmonda che posso ritenere soddisfacente.
Nei panni dell’antagonista, Eva Mei manca della pasta vocale necessaria a rendere prima l’orgoglio ferito della donna tradita, poi la sete di vendetta della sovrana oltraggiata. La tessitura di Leonora è troppo centrale per una cantante come la Mei, la cui voce di soprano si caratterizza per un timbro dalla filigrana quasi trasparente. E difatti, quando il personaggio è chiamato ad esprimere accenti veementi nella fascia mediana della scrittura, il soprano non può far nulla per dissimulare l’evidente “buco” di suono. Ciononostante, la Mei canta benissimo, con un registro acuto che corre nella sala e con un legato d’alta scuola, così come emerge dalla sezione centrale del duetto con Enrico. Sorprendentemente, la cantante è capace anche, laddove richiesto, di scendere a note di petto compatte e vellutate.
Raffaella Lupinacci si conferma come uno dei mezzosoprani belcantisti più brillanti dell’attuale panorama operistico. Il suo Arturo esibisce un colore brunito omogeneo e uniforme su tutta la gamma, ad eccezione forse degli estremi acuti che sono solo lievemente più chiari ma ugualmente smaltati. La linea del suo canto è immacolata e sempre sostenuta da ottimo gusto.

L’Enrico di Dario Schmunck delude sotto diversi punti di vista. La voce sarebbe giusta per il ruolo, ma il cantante si perde in una ridda di suoni sforzati e sovente ingolati, tanto da farmi sospettare di uno stato di salute precario, sebbene nulla in proposito sia stato annunciato prima dell’inizio dello spettacolo. Ma ad irritarmi è il pressappochismo musicale esibito dal tenore, che in molti, troppi momenti procura “grattacapi ritmici” al direttore.
Clifford è il basso Nicola Ulivieri il quale, pur non esente da qualche sporcatura del suono, compone un ritratto vocalmente e scenicamente autorevole.
Solo discreta la prova del Coro Donizetti Opera, diretto da Fabio Tartari.

Teatro Donizetti – Donizetti Opera 2016
ROSMONDA D’INGHILTERRA
Melodramma serio in due atti. Libretto di Felice Romani.
Musica di Gaetano Donizetti

Enrico Dario Schmunck
Leonora Eva Mei
Rosmonda Jessica Pratt
Clifford Nicola Ulivieri
Arturo Raffaella Lupinacci

Orchestra Donizetti Opera
Coro Donizetti Opera
Direttore Sebastiano Rolli
Maestro del coro Fabio Tartari
Regia Paola Rota
Scene e luci Nicolas Bovey
Costumi Massimo Cantini Parrini
Nuova produzione e allestimento della Fondazione Donizetti
Bergamo, 25 novembre 2016

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