È un Riccardo Muti in grande forma quello che si ascolta alla conferenza stampa di presentazione del nuovo allestimento del Macbeth di Verdi che andrà in scena nei prossimi giorni al Teatro Regio di Torino (dal 24 febbraio, con l’anteprima giovani del 20 febbraio), da lui diretto e con la regia della figlia Chiara Muti, punta di diamante di un cartellone che sta proseguendo a vele spiegate, favorito da un vento di alta qualità esecutiva.
Gli interpreti principali saranno Luca Micheletti (Macbeth), Lidia Fridman (Lady Macbeth), Maharram Huseynov (Banco) e Giovanni Sala (Macduff).
A presentare il maestro sono il sovrintendente Mathieu Jouvin e il direttore artistico Cristiano Sandri, visibilmente orgogliosi di averlo ancora una volta a Torino (grazie anche al sostegno di uno sponsor di eccellenza come Reale Mutua) per una produzione operistica, sempre più rara perché, come noto ai più, ormai Riccardo Muti dedica la maggior parte del suo tempo a salire sul podio di poche grandi orchestre (di Vienna, Londra, Berlino e Chicago, mentre in Italia concentra le sue forze per l’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini, che ha creato lui stesso e della quale segue da anni orgogliosamente il cammino) e, quando dirige un’opera, lo fa in forma di concerto. Per il Teatro Regio continua a fare eccezioni, che ovviamente hanno sempre il sapore dell’evento.
A Torino, Muti non nasconde di trovarsi bene, riconosce l’alta qualità delle masse artistiche del Regio e l’estrema gentilezza del personale, che definisce “molto piemontese”. A conferma di come ogni ritorno a Torino sia un evento, sono anche le attenzioni del pubblico (tutte le recite hanno da tempo registrato il tutto esaurito) e la stessa affollatissima conferenza stampa svoltasi il 19 febbraio nel foyer del toro del Regio lo attesta, quando Muti per primo si stupisce di tanto seguito per poi rivolgersi ai presenti affermando ironicamente: “Ma quanti siete! Non ho capito il perché. Torino è così bella, andate in giro!”.
Al di là della battuta, il pubblico è ben attento a tutto ciò che dice e lo applaude ammirandone l’arguzia mentre tuona perentoriamente verità importanti con la leggerezza colloquiale che lo contraddistingue. Il maestro ritorna sui temi che gli sono cari, legati alla grande tradizione dell’opera italiana, che vede come in pericolo perché affidata a esecuzioni che ne sviliscono il valore. Bacchetta anche i giornalisti, distratti e così poco attenti nel sottolineare aspetti che invece sarebbero assai utili per concentrarsi sulla prassi esecutiva delle nostre opere perché ne venga preservata. Muti afferma di aver lottato tutta la vita: “perché l’opera italiana sia considerata non come un piacevole intrattenimento, ma come una forma d’arte di altissima fattura. Quando si va a sentire Wagner, e si va a Bayreuth, o quando si ascolta lo stesso Mozart, il pubblico ha per loro un approccio culturale. Quando si va a sentire Verdi, invece, spesso e volentieri si pensa alla lunghezza dell’acuto, quasi non lo si rispetta, lo si accompagna riducendo tutto a un banale zumpappà. Nulla di più sbagliato. Verdi è molto più profondo, parla all’uomo dell’uomo attraverso la musica, con una assoluta aderenza della parola alla musica grazie a una cura del dettaglio che talvolta sembra quasi impossibile da realizzare come il compositore stesso vorrebbe e indica in partitura. Dietro lo stesso brindisi della Traviata c’è una atmosfera di morte e questo va fatto capire al pubblico con un approccio adeguato. Ignorare tutto questo credo sia un grande insulto alla nostra cultura. Non mi sento di avere la verità in tasca, ma sempre mi sono impegnato perché il nostro repertorio fosse eseguito con maggior rispetto. Il mio è un impegno che dura da una vita. Nel dedicare infatti un’esistenza allo studio e alla esecuzione di Verdi e Mozart ho trovato un punto di incontro fra i due musicisti nel modo che hanno di trattare i recitativi. Non ci sarebbe il recitativo verdiano se non ci fosse stato quello mozartiano. Quest’ultimo, non dimentichiamolo, nacque dalla grande tradizione della scuola napoletana di Cimarosa, Paisiello, Jommelli, Traetta, Piccinni ecc…Noi abbiamo purtroppo abdicato a tutto questo invece di avere maggior consapevolezza di come la nostra tradizione esecutiva richieda il dovuto rispetto”.
Non mancano, durante la conferenza stampa, le consuete stoccate al Regietheater, anche se Riccardo Muti ricorda le sue passate esperienze con registi che hanno fatto la storia del teatro del Novecento, a partire da Giorgio Strehler fino a Graham Vick. Il discorso sulla regia scivola sulla fiducia riposta nel lavoro svolto dalla figlia, Chiara Muti, che il maestro ritiene non essere solo sua figlia: “nessun nepotismo per carità, Chiara è una preparata e talentuosa donna di teatro; è colta, si è formata con grandi registi e mi ha dimostrato di essere profondamente calata nell’intimo sentire del Macbeth”.
La conferma si ha ascoltando le parole di Chiara Muti, la quale sottolinea come, in diverse lettere, Verdi ritenesse necessario servire prima il poeta e poi il compositore, dando una importanza grandissima a Shakespeare. Da qui è partito il suo lavoro, che fa riferimenti diretti alla “tragedia shakespeariana dalla quale – sottolinea la regista – sono partita. Verdi, lo sappiamo, adorava Shakespeare. Fu molto toccato quando la critica, dopo la prima parigina di ‘Macbeth’, lo accusò di non capire niente del suo teatro. C’è una lettera nella quale lui dice che si può dire di tutto su di lui, tranne che non ami profondamente e non conosca Shakespeare che ebbe occasione di leggere e studiare fin dai primi anni di gioventù. Lo si percepisce dalle tinte che Verdi trova in tutte le sue opere: con le tinte e coi colori riesce a rappresentare un mondo, come all’inizio del ‘Macbeth’, con il suono gracchiante che ricorda appunto il mondo delle streghe. Le streghe sono il nostro inconscio, sono quella parte di noi che può indurci verso il male. Non sono il male in se stesso, sono i mormorii appunto gracchianti che ognuno di noi sente quando deve prendere una strada o decidere per una scelta e può, per questo, sbagliare. Le streghe sono al limite tra il mondo del buono e del cattivo, fra il bello e il brutto. La scelta sulla via da intraprendere spetta poi a noi. All’inizio della tragedia abbiamo due cavalieri che sono amici, ma Banco sceglie il bene, mentre Macbeth, che in origine è un uomo buono, forse per un senso anche di inadeguatezza della vita o per fragilità, sceglie il male. Macbeth perde se stesso anche perché ha al suo fianco una donna sbagliata, ‘infertile di luce’ come dice Shakespeare, generatrice di morte e materia stessa delle streghe”.
Rifacendosi a Shakespeare, Chiara Muti precisa che, per il suo spettacolo torinese del Macbeth verdiano, “è entrata nell’idea che visivamente siamo all’interno di uno spazio che è come fosse un occhio, che è poi un muro che delimita il mondo reale da quello immaginario. Macbeth, per la sua scelta, è destinato alla sconfitta. La tragedia racconta la sensazione profonda dell’uomo che diventa assassino e rimane intrappolato in una spirale dalla quale non riesce più a uscire. Tutto comincia con la meditazione dell’atto omicida e, una volta compiuto l’assassinio, il pensiero di averlo fatto diventa ossessivo, totalizzante. Macbeth resta prigioniero di quell’atto, incapace di liberarsene. Ho voluto sottolineare l’idea di un pensiero fisso, di un uomo chiuso dentro se stesso. Le streghe rappresentano la materia grigia del suo cervello in ebollizione: una mente che cerca disperatamente di giustificarsi fino alla fine. La battaglia conclusiva non è solo uno scontro fisico, ma un suicidio programmato, l’esito inevitabile di una coscienza che si autodistrugge. Lady Macbeth, scaricando progressivamente la propria coscienza, scivola nella follia: porta fino in fondo la colpa, trascina l’uomo con sé e alla fine diventa puro sguardo, uno sguardo cieco e folle. Al contrario, lo sguardo di Macbeth, paradossalmente, si fa lucido e finalmente aperto nel momento della rivelazione finale, quando scopre che Macduff è ‘non nato di donna’. In quell’istante Macbeth comprende di essere stato ingannato: riconosce di non aver saputo leggere ciò che le profezie gli stavano sussurrando, perché erano mezze verità, ambigue e ingannevoli, proprio come gli oracoli del mondo greco”.
La conferenza stampa si è conclusa con le parole del sovrintendente del Regio, Mathieu Jouvin, che ha ringraziato ancora Muti per la sua presenza e per il lavoro svolto con un’attenzione assoluta al perseguimento della qualità; un lavoro esigente, si è detto, “ma che ci ha resi tutti migliori, perché è dall’essere esigenti che nasce la qualità”.

