Su Rai5, una serata tra opera e sinfonica con Michele Mariotti e Fabio Luisi

Dal Teatro Comunale di Bologna, Rai Cultura propone Cavalleria rusticana di Mascagni, nell’allestimento firmato da Emma Dante, in onda giovedì 28 marzo alle ore 21.15 su Rai5. Sul podio, Michele Mariotti. Nel cast, Marco Berti, Carmen Topciu e Gezim Myshketa. A seguire, Fabio Luisi dirige l’Orchestra della Toscana in un concerto che si apre con la Sinfonia “Al Santo Sepolcro” di Vivaldi, composizione liturgica sulla Passione di Cristo. A seguire la Quarta Sinfonia di Mahler in versione da camera con la voce del soprano Carmela Remigio. Poi, Valentin Uryupin, stella nascente della direzione d’orchestra russa, dirige l’ouverture da Prima la musica e poi le parole di Salieri, il Quinto Concerto per violino K.219 di Mozart e la Sinfonia Tragica di Schubert. Solista Alexandra Conunova. Riproponiamo qui la recensione, a firma Roberto Mori, di Cavalleria rusticana allestita al Comunale di Bologna da Emma Dante e diretta da Michele Mariotti.

Teatro Comunale di Bologna. In un palcoscenico nero, quasi vuoto, tre piccole strutture mosse da figuranti creano i luoghi dell’azione: un terrazzo, il balcone di Lola, l’osteria di mamma Lucia, l’altare e le scalinate della chiesa. Non un contesto realistico. Per Emma Dante, Cavalleria rusticana non evoca cartoline o i luoghi comuni dell’iconografia verista, ma un clima di passione pasquale percorso da tristezza sconsolata, violenza e, soprattutto, da un senso religioso preminente e opprimente. Anche se non mancano momenti di ironia e giocosità (le danzatrici-cavalle impennacchiate di Alfio), Dante trasforma di fatto Cavalleria in una sacra rappresentazione. E qui la sua chiave di lettura non quadra del tutto. Fin dall’inizio appare un Cristo nero che trascina la croce sotto le frustate del centurione, seguito da Maria e dalle pie donne, percorrendo le tappe di una Via Crucis che si concluderà con l’identificazione fra il pianto di mamma Lucia e quello della Madonna e quindi con un evidente, quanto forzato parallelismo fra il martirio di Cristo e quello di Turiddu (che agnello sacrificale proprio non è). Il tutto suggellato dalla citazione del Compianto sul Cristo morto di Niccolò Dell’Arca. In questa discutibile cornice sacra, si affastellano così momenti bellissimi (il duetto-sfida fra Turiddu e Alfio coi suoi picciotti) e altri meno convincenti, come il brindisi-baccanale che si conclude con uno svenimento collettivo. Tuttavia, al di là delle forzature e di alcune soluzioni meno riuscite, si tratta pur sempre di uno spettacolo ben gestito, che conferma, se mai ce ne fosse bisogno, la capacità di Emma Dante di fare vero teatro.

Quanto a Michele Mariotti, la peculiarità della sua direzione è di non rifarsi ad alcuna tradizione interpretativa, ponendosi con un atteggiamento per così dire vergine rispetto alla partitura di Mascagni. Questo comporta un fraseggio orchestrale del tutto originale, capace di sottolineature analitiche e di particolari inediti che sono lontani dalle esteriorità espressive più banali, dalle sonorità enfatiche e debordanti. Il verismo di Mariotti non è viscerale e congestionato, ma lineare e razionale, quasi una atmosfera morale, che vive comunque di forti contrasti coniugando la potenza drammatica, emendata dalla retorica vecchio stampo, con la trasparenza e la dolcezza. Vero è che l’originalità sconfina a tratti con l’eccentricità, con accelerazioni e rallentamenti fin troppo marcati, ma che la conduzione asciutta e allo stesso tempo incisiva di Mariotti porti una ventata di freschezza è fuori discussione.

I cantanti si inseriscono in questa cornice inedita ciascuno secondo le proprie possibilità. L’unico a possedere i requisiti vocali per affrontare il repertorio verista è Marco Berti, che interpreta Turiddu. Lo squillo del suo registro acuto, in rapporto alle dimensioni della sala del Comunale e al volume delle altre voci, è quasi impressionante. Il tenore risulta inoltre più attento e misurato nel fraseggio rispetto ad altre occasioni. Purtroppo i tentativi di alleggerire e sfumare le emissioni si traducono pressoché sistematicamente in stimbrature e, soprattutto, in cali di intonazione (in particolare nell’Addio alla madre).
La vocalità di Carmen Topciu non è invece l’ideale per il ruolo di Santuzza: oltre che di peso specifico difetta di pastosità al centro e di timbratura negli acuti, che risultano duri e forzati. Senza dubbio, l’interprete si dimostra molto ligia all’impostazione di Mariotti e quindi riesce a farsi valere a tratti per gli accenti dolenti e l’espressione intimizzata. Nondimeno, farebbe meglio a frequentare più prudentemente altri ruoli e repertori.
Nemmeno Gezim Myshketa è nato per cantare il verismo: negli acuti è costretto ad aprire e forzare i suoni. Devo dire però che raramente mi è capitato di ascoltare in teatro un Alfio così originale, fraseggiato senza sbracature, con nervosismo e incisività drammatica, ma soprattutto capace di intuizioni e risvolti inediti. Uno su tutti, lo strepitoso “Nel nome di Dio, Santa, che dite?”, intonato, con un misto di smarrimento, implorazione e dolore, come se in quel momento il mondo gli crollasse addosso all’improvviso.
Ricordo infine l’efficace Mamma Lucia di Claudia Marchi e la Lola scenicamente credibile ma vocalmente modesta di Anastasia Boldyreva. Positiva la prova del coro diretto da Andrea Faidutti. (Bologna, 21 aprile 2017)