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San Carlo di Napoli: grande attesa per La Gioconda con Netrebko, Kaufmann e Tézier

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Cast extra lusso in prima come in seconda formazione, rispettivamente guidato dalla Gioconda di Anna Netrebko, dall’Enzo Grimaldo di Jonas Kaufmann (entrambi protagonisti nella recentissima edizione diretta da Pappano al Festival di Pasqua di Salisburgo) e dal Barnaba di Ludovic Tézier, quindi dalla terna Lianna Haroutounian, Angelo Villari ed Ernesto Petti, un direttore d’orchestra gran leone del podio dal rigore assoluto qual è Pinchas Steinberg, masse artistiche al completo in campo e un giovane ma già in auge regista, Romain Gilbert, che non ha voluto raccontare o sovrapporre al libretto di Boito un’altra storia né un’ambientazione da “postcard”. Quanto riprodurre, piuttosto, l’esatta Venezia del Seicento, sensuale ma anche buia e misteriosa, sporca, vissuta. Con tanto di doge, bocca di leone per le denunce segrete, canali e maschere della coeva Commedia dell’arte (Colombina, Pantalone e Arlecchino) così come messo in piedi dalle scene di Etienne Pluss, con le luci di Valerio Tiberi, le coreografie di Vincent Chaillet.

Il tutto per un atteso titolone tardo Ottocento del grande repertorio di un tempo, assente dalle scene del Teatro San Carlo di Napoli da ben 47 anni e che va al contempo a tenere a battesimo, per coadiuvare il lussuoso stilista francese Christian Lacroix, re della nouvelle couture qui autore dei sontuosi costumi, l’incarico appena assegnato alla neo nominata responsabile della sartoria della Fondazione lirica partenopea, Daniela Ciancio, napoletana, classe 1965, attivissima fra cinema, teatro, opera e tv, vincitrice del Ciak d’oro con Il resto di niente (2004) e del Premio Donatello per gli abiti del film di Paolo Sorrentino La grande bellezza. Completano la compagnia di canto Eve-Maud Hubeaux in alternanza con Anna Maria Chiuri (Laura Adorno), Alexander Köpeczi (Alvise Badoèro), Kseniia Nikolaieva (La Cieca), Lorenzo Mazzucchelli (Zuàne, Un cantore e Un pilota), Roberto Covatta (Isèpo), Giuseppe Todisco (Un barnabotto) accanto al Coro preparato da Fabrizio Cassi, al Balletto diretto da Clotilde Vayer e al Coro di voci bianche curato da Stefania Rinaldi.

Non solo rarità di punta della stagione, insomma, ma per lo speciale dream team si annuncia come una bomba La Gioconda di Amilcare Ponchielli a breve in scena al Teatro San Carlo nella coproduzione inedita con il Gran Teatre del Liceu di Barcellona, a partire dalla recita straordinaria del prossimo 7 aprile (inserita in calendario per festeggiare i trent’anni di carriera lirica della diva russa Netrebko) e fino al 17, per un totale di sette spettacoli da tutto esaurito.
«Un grande impegno e una sfida importante che necessita di un cast di prima grandezza quanto di un vero Maestro sul podio» ha sottolineato il sovrintendente Stéphane Lissner in apertura della conferenza stampa tenutasi al Café Opera del Teatro. Ricordandone le precedenti rappresentazioni al San Carlo partite dall’aprile del 1881, con le vette raggiunte fra gli anni Cinquanta e Settanta con le protagoniste Anna De Cavalieri (Arena Flegrea, 1953), Renata Tebaldi (1967), in tournée al Teatro Municipal di S. Paulo do Brasil (1969) con il Verdi del Nabucco e di Otello, nell’ultima edizione diretta da Patanè (1977) con la Gioconda di Grace Bumbry, ha quindi espresso particolare soddisfazione per il ritorno del titolo e per l’impegno di tutte le masse artistiche della Fondazione, aggiungendo una lode speciale per il Coro di voci bianche da anni guidate con particolare dovizia da Stefania Rinaldi.

A seguire il direttore d’orchestra israeliano Pinchas Steinberg ha chiarito molto bene il ruolo non meno protagonista dell’orchestra e gli obiettivi messi a punto per restituire al meglio attraverso i pentagrammi la complessità della trama e della relativa azione, tra l’altro nell’equilibrio di uno stile non facile in quanto teso fra grand-opéra francese e tradizione verdiana. «La Gioconda è un’opera dalla partitura ampia, elaborata e difficile non solo da un punto di vista tecnico – ha tenuto a precisare dall’alto della sua immensa esperienza il maestro – ma qui è innanzitutto il peso espressivo e narrativo a contare. Ho chiesto a tutti, cantanti e strumentisti, di pensare e lavorare sulla maniera di esporre il suono, di parlare attraverso il linguaggio della musica, di comprendere e dettagliare ogni nota e ogni personaggio. E così che anche il celebre balletto della Danza delle ore non sarà per nulla scontato o di mera superficie decorativa. È questo, in fondo, il grande miracolo dell’opera. Se dalla musica in buca e dal canto in scena escono lo stile e il senso più autentico del racconto, vuol dire che abbiamo vinto».

Quanto ai dettagli di quel che si vedrà, le parole del regista Romain Gilbert rassicurano e non poco sulla sapienza della nuova produzione: «La Venezia del XVII secolo c’è e sarà riprodotta non con soluzioni fantastiche o con colori da cartolina – premette – ma secondo la verità di quel tempo, a metà tra i fulgori della festa e la vita più povera, di strada. Una Venezia fra luci e ombre, fra lusso e fango. Di qui anche l’idea di una doppia visione scenica, laddove il bello ha sempre sotto qualcosa di torbido, esattamente come l’anima umana. I costumi, di conseguenza, ben scolpiscono lo status sociale dei diversi ruoli, con una Gioconda cantatrice naturalmente in abiti più poveri e vissuti rispetto ai tessuti sontuosi della ricca Laura Adorno, mentre per le maschere della Commedia dell’Arte e per i saltimbanchi i costumi saranno sporchi e come usati più volte».

E qui interviene brevemente la nuova responsabile della sartoria della Fondazione subentrata al lungo incarico fin qui svolto da Giusy Giustino. «Partendo da un assoluto rispetto per l’epoca in cui ha luogo l’azione e non dimenticando la fondamentale lezione ricevuta da Piero Tosi – spiega una Daniela Ciancio dettasi onorata di esordire al fianco di Lacroix in quella che è di fatto la prima produzione per il suo nuovo impegno in Fondazione – abbiamo lavorato applicando uno sguardo creativo, ossia di recover sulle forme del tempo, giocando con i colori, sull’invecchiamento dei tessuti e creando per ciascuna figura, persino per ogni corista, un abito specifico».

Infine, unico cantante del cast presente al tavolo dell’incontro con la stampa, interviene il tenore Jonas Kaufmann. «Perché La Gioconda di Ponchielli non è così frequente nei cartelloni del nostro tempo? Perché sono necessari sei interpreti diversi ma tutti di pari rango qualitativo. La parte per noi cantanti è difficilissima e attraversa veramente ogni spettro dell’animo umano. C’è aggressività e gelosia, amore e speranza, generosità e perfidia. È un’opera a forti tinte, d’impronta scapigliata, in cui ben oltre il libretto (firmato con l’anagramma Tobia Gorrio) si avverte con forza la mano di Arrigo Boito. E c’è, oltre al modello drammaturgico-musicale francese, tanto Verdi, dal Don Carlo ad Aida e fin all’Otello futuro. Insomma – conclude Kaufmann – una gran bella opera che è un enorme gioiello».

Ulteriori informazioni: www.teatrosancarlo.it

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