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Turandot al San Carlo di Napoli: una favola “dark”. L’inaugurazione va in onda su Rai5

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Una “favola dark”, sospesa oltre il tempo fra la vita e la morte, la nostalgia, il dolore, l’orribile e il meraviglioso. Al centro c’è il concetto-cardine dell’amore fra l’uomo e la donna ma alla luce di un lieto finale che ne celebra la piena umanità. Il tutto registicamente, e di rimbalzo per scene e costumi, riformulato in chiave nuovissima e moderna utilizzando lungo l’innesto di reale e virtuale la tecnica cinematografica dello sliding doors con tre diverse possibilità di chiusa, un’articolazione drammaturgica staccata per “quadri mentali” simili a un cambio di canale in tv e suggestioni che vanno dal Glinka di Ruslan e Ljudmila al film capolavoro Nostalghia di Tarkovskij. Musicalmente il finale ci sarà e sarà quello scritto in forma breve da Franco Alfano.

Nulla di cinese in pratica sul palco né di mai visto, stando a quanto dichiarato da vertici e protagonisti alla conferenza-stampa di presentazione, con la Turandot di Giacomo Puccini proposta al Teatro San Carlo dal 9 al 17 dicembre per l’apertura di stagione dedicata in lieve anticipo ai cent’anni dalla morte del compositore. L’allestimento, inedito, è firmato dal quarantenne regista russo Vasily Barkhatov, artista in veloce ascesa europea, coniuge della già stellare Asmik Grigorian (che a questo punto speriamo di ascoltare presto a Napoli) e, nell’occasione, al suo primo impegno per la lirica in Italia. Le scene sono di Zinovy Margolin, i costumi di Galya Solodovnikova e le luci di Alexander Sivaev. Spettacolo dunque targato Russia ma cast internazionale capitanato da Sondra Radvanovsky, una delle grandi voci del nostro tempo per la principessa Turandot, Yusif Eyvazov nel ruolo del principe Calaf e da Rosa Feola per Liù. In alternanza (10, 13 e 16 dicembre) canteranno Oksana Dyka, SeokJong Baek e Amina Edris. Completano la compagnia di canto, Alexander Tsymbalyuk (Timur), Nicola Martinucci (grande Calaf del passato qui nei panni di Altoum), Alessio Arduini (Ping), Gregory Bonfatti (Pang), Francesco Pittari (Pong), Sergio Vitale (Un mandarino) e, nei ruoli minori, Valeria Attianese (Prima ancella), Linda Airoldi (Seconda ancella), Vasco Maria Vagnoli (Il Principino di Persia). Orchestra, Coro (con la new entry del maestro Piero Monti) più Coro di voci bianche (preparato da Stefania Rinaldi) della Fondazione guidati, sul podio, dal Direttore musicale Dan Ettinger.

«Con Turandot – spiega in lingua madre il regista Vasily Barkhatov ma con traduzione simultanea “d’autore e d’artista” del tenore marito della Netrebko Yusif Eyvazov – Puccini cambia le regole del suo gioco drammaturgico-musicale fin lì messe a segno, puntando su un linguaggio prevalentemente sinfonico. E questo va tenuto in conto unitamente alla questione del finale lieto lasciato in sospeso e al valore di un amore che lega personaggi nuovi e diversi, non più miti di una storia d’amore simili a Romeo e Giulietta o a Otello e Desdemona, bensì persone, più umane e generiche, in bilico come noi sul filo sottilissimo tra infelicità estrema e una felicità assoluta da raggiungere fra i mille ostacoli alla Ruslan e Ljudmila. Dunque partendo da zero e abolendone ogni cliché naturalmente seguendo la drammaturgia dello spartito. Ecco perché mancherà la classica cornice entro cui si è abituati a vedere Turandot. Ho voluto optare, piuttosto, per una sfrondatura della storia dalle tradizionali incrostazioni che, per quanto variate, restano sempre legate alla medesima ambientazione rosso e oro cinese. Scegliendo tutt’altra prospettiva, osserveremo in pratica le storie di queste persone su un duplice piano, reale e mentale, lasciando comunque la sensazione di favola e la grandiosità della storia».

Per Dan Ettinger, dal podio, sarà d’altra parte fondamentale far avvertire «la forza della novità di un’orchestrazione ottenuta attraverso il geniale impiego degli strumenti occidentali più il solo gong come elemento timbrico caratterizzante della Cina. Non dimentichiamoci – ha precisato il maestro israeliano – che l’opera nasce fra le due grandi guerre e che, anche se presentata come una favola, Turandot si apre come storia di morte e terrore, pari a una favola dark. Poi c’è pur sempre l’amore, ma il messaggio a cui tengo è che il pericolo delle guerre, oggi attuale per tutti noi e da me israeliano particolarmente sentito, risulti sottolineato con vigore in questa occasione, grazie anche alla particolare evoluzione psicologica di Turandot e di Liù».

Per il soprano Sondra Radvanovsky, voce magnifica nel ruolo del titolo, «Turandot è una figura fortemente divisa in due, fra l’essere come una bambina che desidera solo l’amore, avendone al contempo paura, e l’obbligo di essere regina, cattiva, come un’Elisabetta I, costantemente in sospeso fra il mi piace e non mi piace. Il finale incompiuto alla morte di Puccini – conclude l’interprete – non ci svela purtroppo l’esatta conclusione ma, secondo me, lei trova l’amore perché lui c’è». Diversa dal solito sarà anche la Liù interpretata da un bel lirico puro qual è il soprano Rosa Feola, «donna dolce e anche molto forte, come si evince dalle sue ultime parole “per non vederlo più”, pronta alla morte dopo l’amore in lei acceso da un solo e semplice sorriso del principe». Di contrasto eterno e mai risolto con il personaggio di Calaf parla invece il tenore Yusif Eyvazov: «Sono sempre stato in conflitto con un principe pronto a permettere alla fine che l’amore più puro e pulito venga sacrificato e ucciso davanti ai suoi occhi per poi prendere, come se niente fosse, la mano della principessa Turandot, andando a vivere felice. Per fortuna il ruolo ha pagine stupende e, in questa produzione dalla visuale completamente diversa, ho qualche senso di colpa in meno perché Liù non è poi tanto una vittima innocente». Infine conclude: «Sono veramente grato alla direzione del teatro San Carlo per aver messo insieme un simile gruppo di colleghi meravigliosi. Faremo veramente di tutto per far sì che quest’apertura sia degna del Teatro e dello stesso compositore Puccini».

Fra le parole del sovrintendente Stéphane Lissner e del direttore dell’Area artistica Ilias Tzempetonidis, si apprende che la direzione ha lavorato molto e da tempo per offrire al pubblico una grande e nuova Turandot in linea con il respiro qualitativo di una stagione ritenuta ambiziosa sia per titoli che per interpreti. Alla première è stata invitata anche Giovanna Casolla, immensa principessa di gelo del secondo Novecento.

Per comprendere lo spettacolo che tira in ballo anche una macchina incidentata sospesa fra le gotiche pareti di Santa Chiara e un funerale in stile Cavalleria rusticana nella basilica napoletana di San Lorenzo Maggiore, si citano alcuni fondamentali passaggi dalle note di regia di Barkhatov rilasciate nel programma di sala in forma di intervista: «Si tratta di una storia meravigliosa che racconta di come potrà essere salvato lʼamore di Calaf e Turandot. Vista la mia origine, ho pensato immediatamente alla somiglianza con unʼaltra storia operistica, quella di Ruslan e Ljudmila, là dove proprio allʼinizio lei viene rapita il giorno delle nozze e lui deve affrontare sfide e pericoli di ogni tipo per riportare a casa sua moglie. Allo stesso modo, Calaf deve affrontare la sua sfida mortale per conquistare Turandot. Ho quindi inserito allʼinizio un prologo allʼopera in forma di breve film, in cui ho immaginato questo: Calaf e Turandot sono già una coppia, vivono insieme. Si ritrovano con altre persone al funerale del padre di Calaf, Timur (abbiamo girato questa scena nella splendida chiesa di San Lorenzo Maggiore a Napoli). Si rimettono in auto dopo il funerale e scoppia una lite, dalla quale si capisce che Turandot non aveva un buon rapporto con Timur, ma anche che lei ha un problema non risolto con gli uomini, per via della violenza subita dallʼantenata (Lo-u-ling), tanto che Turandot non vuole più sposarsi per paura di diventare anche lei una vittima della violenza maschile. Lʼaltro motivo di scontro tra i due è la morte di Liù, precedente fidanzata di Calaf che lui ha abbandonato per Turandot, per cui la ragazza si è uccisa tagliandosi le vene. Dunque la coppia è entrata in crisi profonda tanto da essere sul punto di separarsi, quando si vede improvvisamente la luce accecante dei fari di un camion di fronte alla vettura e si sente il rumore di un terribile incidente».

«A questo punto – continua il regista – si apre il sipario che mostra, sulla scena, i resti della macchina incidentata, Turandot illesa e il personale di una ambulanza che cerca di intervenire sul corpo terribilmente ferito di Calaf. Ma il pubblico vede Calaf aggirarsi sulla scena senza riuscire a capire perché il suo corpo è lì per terra e perché Turandot non lo vede. Pian piano si rende conto di essere nella tipica situazione intermedia tra la vita e la morte, in attesa che qualcosa accada. A questo punto appare una equipe medica che tenta in una sala operatoria di intervenire sul corpo di Calaf, entrato in coma, mentre lui fissa la sua memoria sulla chiesa dove era appena avvenuto il funerale del padre. Il coma provoca una visione distorta della realtà da parte di Calaf. Naturalmente vi sono tante situazioni intermedie e tutto quello che lui vede nella stanza operatoria si trasforma nel mondo parallelo del coma in una nuova realtà distorta: per esempio i tre medici con le mascherine diventano i ministri Ping, Pang e Pong e la lampada chirurgica si trasforma nella luna nel cielo di Pechino. Questi personaggi parlano di tortura, di morte, e pronunciano la frase che per il mio spettacolo è una chiave fondamentale: “Turandot non esiste!”, tentando di scacciarlo da quel luogo come se volessero rimandarlo nella vita vera, essendo quello solo un miraggio, una fiaba, il nulla. Quindi tutto il primo Atto è visto dalla prospettiva di Calaf che lotta per restare in vita, e così vivere accanto al suo amore Turandot».

«Nel secondo Atto – spiega ancora Barkhatov – succede una cosa strana, prima della scena degli enigmi: Puccini utilizza la stessa musica dellʼinizio dellʼopera, con le stesse parole del Mandarino: “Popolo di Pechino! La legge è questa…”, come se stesse ricominciando tutto. E in quel preciso momento il nostro spettacolo torna alla scena iniziale dellʼincidente, con i fari che abbagliano e il rumore. Tutto come prima ma questa volta Calaf è illeso ed è Turandot che si aggira, mentre il suo corpo combatte tra la vita e la morte. Poi la sala operatoria con i medici che tentano di salvare lei questa volta. Secondo atto e altra possibilità in sliding doors: questa volta la prospettiva è quella di Turandot che lotta per sopravvivere e per restare con Calaf. Il secondo Atto è suo, è il sogno di Turandot tra la morte e la vita. Ho voluto che Turandot indossasse non un bellissimo costume da principessa, ma unʼarmatura, come Giovanna dʼArco, impenetrabile agli uomini. Allo stesso tempo, la scena degli enigmi è fortemente influenzata nei suoi esiti da quel che succede nella sala operatoria». Ancora uno sliding doors, con terza possibilità: «Lui potrebbe morire, ma sappiamo come prosegue e finisce la partitura completata, il duetto dʼamore e il lieto-fine. Loro escono dalla porta posteriore verso non si sa che cosa, un non luogo, e mentre il coro intona il finale, la sala resta vuota e riparte il film, con la scena delle luci accecanti del camion prima dellʼincidente. Ma questa volta non succede nulla, lʼauto si ferma e tutti sono salvi. Tutto quel che i due protagonisti avevano vissuto nella fantasmagorica visione del mondo parallelo era stato un sogno della durata di un istante, il tempo tra lʼarrivo delle luci e la loro fermata. Hanno immaginato tutte le conseguenze di un incidente che non cʼè mai stato. Si guardano lʼun lʼaltro, si abbracciano e realizzano che vogliono vivere il loro amore, non ha senso litigare e combattere tra loro».

Il titolo su libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni, assente dalle scene sancarliane dal 2015, è dedicato anche a Maria Callas nel centenario dalla nascita (1923 – 2023), interprete per la prima volta al Teatro San Carlo nel 1949 proprio nel ruolo di Turandot per tre rappresentazioni.
La serata del 9 dicembre sarà trasmessa da Rai Cultura in prima serata su Rai5 alle ore 21.15 e in diretta streaming sulla piattaforma Medici.tv.

In copertina, da sinistra: Ilias Tzempetonidis, Dan Ettinger, Sondra Radvanovsky,
Rosa Feola, Vasily Barkhatov, Yusif Eyvazov, Stéphane Lissner

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