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Si è spento a 97 anni Gianfranco de Bosio. Rilanciò l’Arena di Verona

È morto a Milano, all’età di 97 anni, il regista e sceneggiatore Gianfranco de Bosio, protagonista di spicco del teatro italiano del secondo dopoguerra, a cui si deve la riscoperta del Ruzante e la valorizzazione dell’Arena di Verona, di cui fu sovrintendente.

Veronese di nascita, classe 1924, Gianfranco de Bosio durante la Resistenza fu fra i primi e più attivi componenti del Comitato di Liberazione Nazionale. Dopo la guerra, concluse gli studi in Letteratura francese nel 1946, presso l’Università degli Studi di Padova dove, ancora studente, aveva fondato il Teatro universitario. A lui si deve la ricerca pioneristica, completa e filologica del teatro di Ruzante, per cui si impose tra gli studiosi e i registi italiani di riferimento internazionale per la prosa negli anni ’50 e ’60, quindi nel mondo del cinema (Il terrorista, 1963, La Betìa, 1971), della televisione e dell’opera lirica.

Queste esperienze, figlie di un’attività mai interrotta come regista sui palcoscenici di tutto il mondo, lo portarono alla direzione del Teatro Stabile di Torino per oltre un decennio fino al 1968, per poi essere nominato Sovrintendente dell’ente lirico nella natia Verona. In anni culturalmente e socialmente cruciali, introdusse in Arena prospettive di respiro europeo, affidando nuovi allestimenti alle visioni innovative di Vilar, Squarzina, Ronconi, Damiani, Pizzi, Bolognini, portando per la prima volta interpreti di rilievo ancora attesi al Festival (fra cui Plácido Domingo, ritrovato più volte, anche nel gala scenico del ’94 di cui curò la regia) o riportandone altri amati e da molto assenti.

In Arena debuttò come regista nel 1977 per la prima volta di Romeo e Giulietta di Charles Gounod (in italiano), per tornarvi con Mefistofele di Boito nel 1979 e con le verdiane Otello (1982) e La Traviata (1987). Ma l’immaginario del grande pubblico è stato catturato da due produzioni leggendarie, riprese con successo negli anni e diventate un classico del repertorio del Festival areniano: Aida (dal 1982) e Nabucco (dal 1991). La prima, regina dell’Arena, nacque dall’idea di ricostruire l’originaria regia dell’opera secondo le disposizioni sceniche che Verdi stesso curò, con le scenografie di Ettore Fagiuoli ricreate da Vittorio Rossi e la realizzazione dei costumi di August Mariette, secondo quanto poteva aver visto il pubblico delle prime rappresentazioni in Arena nel 1913 e la prassi teatrale in vigore con le indicazioni originali dei primi autori: in questa veste colossale ma perfettamente integrata agli spazi dell’Anfiteatro quale monumento, Aida è stata ripresa fino al 1986, nel biennio ’88-’89, quindi ininterrottamente dal ’92 al ’98, e con cadenza quasi biennale dal 2008 al 2019. Nabucco, con la scena dominata dall’imponente torre di Babele stilizzata da Rinaldo Olivieri, ha avuto quasi altrettanta fortuna, con un primo quinquennio di rappresentazioni e una ripresa dal 2011 al 2015. Gianfranco de Bosio fu naturalmente attivo anche al Teatro Filarmonico, con la regia della rara Axur Re d’Ormus di Salieri (1994, all’interno del primo Festival di Primavera dedicato ai compositori veneti, tenutosi durante gli anni del suo secondo mandato alla guida dell’ente lirico) e con una Turandot di Puccini (2009) con molti giovani interpreti destinati a fortunate carriere.

Negli ultimi decenni aveva intensificato la sua attività di insegnante, lucido e appassionato, forte delle proprie esperienze ma sempre aperto ai giovani studenti incontrati, frequentemente sia alla Scuola del Piccolo Teatro di Milano, sia all’Accademia per l’Opera di Verona.

«All’arte, all’etica e alla persona di Gianfranco de Bosio, l’Arena di Verona deve molto di ciò che è stata e di ciò che è tuttora – ricorda il sovrintendente e direttore artistico Cecilia Gasdia – indicando la via ideale di quello che l’Arena potrà essere. Nella mia carriera ho avuto l’onore di incontrarlo più volte, ancora giovanissima come artista guidata da lui sul palcoscenico, sono tornata in Arena sotto la sua sovrintendenza, l’ho incontrato nuovamente come docente mentre dirigevo l’Accademia per l’Opera veronese, e ho potuto recentemente affidare alle sue amorevoli cure la storica Aida: anche negli ultimi anni, in cui emergeva la fatica fisica, non trattò mai nessuna ripresa come mero repertorio, al contrario era sempre alla ricerca di nuove soluzioni, perché il teatro fosse sempre vivo, mai museale. Ricordo personalmente con immenso affetto la sua competenza, la sua misura, la memoria di ferro e la volontà inscalfibile, unite ad uno dei caratteri più gentili e sobri mai incontrati in tutta la mia vita professionale. Oltre a questo, a tutti i lavoratori e a tutti gli spettatori resta la sua arte, segnata dal rispetto assoluto per gli autori e per i luoghi a cui le opere erano destinate. Insieme a tutti i lavoratori della Fondazione Arena di Verona, mi stringo alla famiglia di Gianfranco, nostro maestro, in un grazie senza fine».