1

Cent’anni fa nasceva Astor Piazzolla, l’uomo che reinventò il tango

Non tutti i divertimenti sono allegri e spensierati. Esiste un modo di passare il tempo a suon di musica in cui si dà fondo all’esperienza della malinconia assoluta, al paradosso del divertimento triste. Il tango è per esempio l’espressione trionfante del dolore danzato: “un pensiero triste che si balla”, secondo la definizione coniata da Enrique Santos Discepolo e parafrasata in “un pensiero triste che si suona” da Astor Piazzolla (1921-1992), il grande compositore di cui oggi ricorre il centenario della nascita.

Le origini del tango si collocano nei bassifondi di Buenos Aires, dove si incrociano e si fondono musicalmente elementi armonici europei, ritmi africani e stilemi latino americani. Se fino ai primi del Novecento il tango rimane una voce tramandata, non essendoci partiture ufficiali scritte, gli anni ’20 e ’30 vedono invece l’espansione di questo genere musicale, interpretato magistralmente dalla voce di Carlos Gardel, il leggendario cantante che dai sobborghi di Buenos Aires porta la musica portegna a New York e in Europa. Siamo nella prima epoca del tango, caratterizzata da pezzi indimenticati, come La cumparsita, El choclo, Caminito, Por una cabeza. Dopo la “Nuova Guardia” degli anni ‘40, altre correnti innovative emergono negli ambienti tangueri nel corso del decennio successivo. Artisti come Mariano Mores e Aníbal Troilo iniziano a sperimentare e a proporre nuove sonorità. Ma l’innovatore indiscusso del tango sarà Astor Piazzolla, nato a Mar del Plata nel 1921 da una famiglia di origine italiana.

Piazzolla alterna serate di musica classica al Teatro Colón a notti di tango ed esibizioni come bandoneonista e arrangiatore dell’orchestra di Troilo. Facendo leva su una fusione tra diverse influenze, introduce nel tango armonie dissonanti e intense basi ritmiche. Il risultato è una trasformazione radicale del genere, che produce forti attriti tra tradizionalisti e innovatori: Piazzolla viene considerato un trasgressore e traditore del tango tradizionale, di cui sembra mettere in discussione l’identità stessa. Dà vita a importanti lavori come le Las cuatro estaciones porteñas (Le quattro stagioni portegne), la serie dell’Angelo (tra cui la Milonga del ángel e La muerte del ángel), a pagine celeberrime come Libertango, Adiós nonino (video), Oblivion (ascolto), Balada para un loco, Balada para mi muerte (incisa con Mina – ascolto). Autore di circa 2000 composizioni, introduce nelle orchestre di tango strumenti innovativi mai utilizzati, come chitarra elettrica, basso elettrico, tastiera, batteria e sassofono, dando spazio a contaminazioni jazz.

“La mia musica? Dieci per cento di tango puro, novanta musica classica contemporanea” ha sempre sostenuto Piazzolla, pur non ripudiando la tradizione nazionale della danza sudamericana nata dall’incontro tra la malinconica milonga argentina e l’habanera di origine cubana, poi diffusa in Spagna. Una musica dove la contaminazione la fa da padrona. Musica scritta, liberamente interpretata, a tratti improvvisata in sede esecutiva: guidata dal bandoneon – lo strumento “voce” di Piazzolla – a ricostruire caratteri aspri, ritmi ossessivi e seduzioni timbriche malinconiche, virate di swing e tinte jazzistiche, di stilemi colti della musica moderna.

Per il teatro, Piazzolla compone una operita-tango su poesie di Horacio Ferrer: Maria de Buenos Aires (1968). Una piccola opera in cui in realtà non c’è una narrazione vera e propria. Ne è protagonista Maria, nata “in un giorno in cui Dio era ubriaco”. Una donna segnata da un tragico destino, che percorre senza colpa tutti i gradi della degradazione a testa alta, per poi rigenerarsi: una volta morta, rinasce come propria ombra e procrea una progenie di Marie a sua immagine e somiglianza: la vita e la disperazione continuano, come una maledizione. La sua Buenos Aires è popolata di borghesi e sottoproletari, ladri, ruffiani e prostitute: una sorta di Beggar’s Opera latino-americana immersa nel tango. Piazzolla gioca anche le sue carte colte, fa il contrappuntista, introduce glissandi tormentosi, volute melodiche caldissime di archi e, insieme, continua a trafiggere i suoi tanghi con violente cesure timbriche, armoniche e ritmiche.

Sullo sfondo di questa come di tutte le altre composizioni di Piazzolla, ci sono i rivolgimenti politici del mondo latino americano, le rivoluzioni e le dittature, dal musicista sempre vissute con insofferenza (“non sono né yankee né marxista”, sosteneva “sono un bandoneonista”) e con il desiderio di dedicarsi unicamente a quel Nuevo tango che a partire dagli anni ‘60 e ’70 conoscerà una straordinaria popolarità. La fama di Piazzolla oltrepasserà infatti i confini argentini affermandosi a livello internazionale e stimolando collaborazioni e incontri artistici – fra gli altri con Gerry Mulligan, Salvatore Accardo, Gidon Kremer, Mina, Milva – che sono ormai diventati pezzi di storia della musica del Novecento.