Chiudi

Londra, tempi bui e prospettive da incubo per i teatri inglesi

Condivisioni

Il governo inglese, tramite il suo segretario alla cultura Oliver Dowden, ha annunciato una roadmap in cinque fasi per la riapertura di teatri e sale da concerto, chiusi ufficialmente dal 23 marzo. L’annuncio fa seguito alle dichiarazioni del Primo Ministro Boris Johnson il quale, annunciando la graduale rimozione delle misure di lockdown, ha anche dichiarato che teatri e sale da concerto potranno riaprire al pubblico dal 4 luglio, ma con il divieto di esecuzioni dal vivo. Ulteriori linee guida per cori e orchestre verranno rese pubbliche il prima possibile.

Nonostante Dowden si sia detto determinato a rendere i teatri operativi quanto prima, a oggi non esiste alcuna tempistica certa per la riapertura effettiva e, come se non bastasse, nessun piano concreto in termini di aiuti finanziari per il settore è stato annunciato. Proprio questo sembrava il problema più critico sollevato dai rappresentanti di categoria. Circa il 70% dei teatri inglesi, come riportato da The Guardian, ha lanciato l’allarme di una chiusura entro fine anno (o addirittura in autunno) per mancanza di liquidità. Secondo uno studio di Oxford Economics, lo scenario sarebbe quello di una catastrofe culturale con circa 400.000 posti di lavoro persi e una perdita di 74 miliardi di sterline in entrate annuali per l’intero settore delle arti creative.

Nel dettaglio, le cinque fasi del piano del governo sono le seguenti:
Fase 1: avvio di prove e formazione senza pubblico e nel rispetto del distanziamento sociale;
Fase 2: avvio di esecuzioni in assenza di pubblico per trasmissione televisiva o streaming nel rispetto delle misure di distanziamento sociale tra artisti sul palcoscenico;
Fase 3: avvio di esecuzioni all’aperto con pubblico opportunamente distanziato e simultaneamente, avvio di alcuni test di esecuzioni al chiuso, con pubblico razionato;
Fase 4: avvio di esecuzioni all’aperto e al chiuso con pubblico distanziato;
Fase 5: avvio di tutti i tipi di esecuzione, sia all’aperto che al chiuso, senza limiti di pubblico.

L’avanzamento da una fase all’altra dipenderà dall’ottenimento del via libera da parte degli esperti scientifici del governo, in base all’evoluzione della pandemia. Le misure sono reversibili e in ogni momento si potrebbe ritornare a misure restrittive. In realtà le prime due fasi sono già operative da qualche settimana. La Wigmore Hall sta proponendo una serie di concerti e recital trasmessi in streaming senza pubblico. Lo stesso vale per la Royal Opera House che sabato 27 giugno ha concluso un ciclo di 3 concerti in streaming senza pubblico, con il coinvolgimento del corpo di ballo, del maestro Antonio Pappano e alcuni artisti di spicco (Gerald Finley, Louise Alder e Sarah Connolly tra gli altri).

Le nuove misure, pur dando un primo timidissimo segnale di ripresa, sono state aspramente criticate e considerate insufficienti dai rappresentanti di settore, sindacati e direttori delle principali istituzioni artistiche e culturali del Paese. Molte sale o teatri, senza gli incassi dei biglietti, non potranno permettersi di pagare il personale e gli artisti. Senza una chiara visibilità in termini di date per le fasi 3-5, per molti non sarà possibile pianificare nessuna stagione. Inoltre, nessun suggerimento è stato dato su come garantire la sostenibilità finanziaria o riconcepire i modelli di business dei teatri.
Alcune istituzioni si sono già portate avanti per la fase 3 e 4. Abbiamo già riferito qualche tempo fa dell’iniziativa Drive-in Opera ad Alexandra Palace lanciata da ENO per quest’estate (qui l’articolo). In settimana è stato reso pubblico il piano della Glyndebourne Opera House per una serie di concerti e opere in formato ridotto all’aperto, nel pieno rispetto delle misure di distanziamento sociale. Si tratta di una sede ideale in quanto il teatro è circondato da dei bellissimi giardini e spazi verdi. La prima opera a essere rappresentata sarà Mesdames de la Halle di Offenbach in un solo atto. Non ci sarà il coro e solo 12 cantanti saranno impegnati sulla scena, accompagnati da 13 musicisti, mentre il pubblico verrà limitato a 200 persone. Unico rischio: in caso di maltempo, probabilità non remota nel Regno Unito, le performance verranno cancellate. Altri concerti con l’Orchestra of the Age of Enlightenment sono in programma, ma le date sono ancora da definirsi. Solo un mese fa il teatro aveva annunciato la cancellazione della sua stagione estiva lanciando una campagna urgente di raccolta fondi.

Sempre ENO ha annunciato in settimana una stagione operistica concepita sulla base della riduzione delle regole di distanziamento da 2 metri ad 1 metro. Verranno eseguite opere in forma scenica ridotta e con un uso della capacità del teatro minore del 50%, che per opere di bassa scala con taglio dei costi e organico ridotto, viene ritenuto sostenibile. Al pubblico verrà richiesto di indossare maschera e guanti e di arrivare a orari scaglionati, utilizzando tutti gli ingressi disponibili, anche le uscite d’emergenza.
Per quanto riguarda invece il principale teatro lirico del Paese, la Royal Opera House (uno degli ultimi teatri d’opera a chiudere in Europa lo scorso marzo interrompendo un’acclamata nuova produzione di Fidelio), rimane grande incertezza sulle tempistiche e sulla programmazione della prossima stagione. Un altro ostacolo per la pianificazione al momento è rappresentato dalle restrizioni agli ingressi nel Regno Unito. Secondo alcune anticipazioni, queste misure restrittive potrebbero essere presto rimosse, il che renderebbe notevolmente più facile la pianificazione e gli ingaggi di artisti stranieri, che al momento sarebbero costretti a due settimane di quarantena.

Se è vero che il Regno Unito è stato uno degli ultimi Paesi in Europa a essere colpito dal Coronavirus (quasi un mese di ritardo rispetto all’Italia), sembra anche essere uno degli ultimi in Europa a uscirne. Finora i teatri sono sopravvissuti grazie a sostegni simili alla cassa integrazione italiana ma, in assenza di un fondo unico d’emergenza per le arti e la cultura, tempi bui si prospettano per tutto il settore, con l’incubo della Brexit a fine anno a causare ulteriore isolamento economico e culturale. Una taskforce del governo è al lavoro ma è ora di annunci concreti, prima che sia troppo tardi. È impensabile pensare a Londra senza il suo brulicare di teatri (prosa, lirica e musical) e sale da concerto, un vero e proprio distretto culturale e un settore molto importante per l’economia cittadina. Sarebbe una perdita enorme e snaturerebbe per sempre una città che ha legato il suo nome alla creatività e al mondo del teatro.

image_pdfimage_print
Connessi all'Opera - Tutti i diritti riservati / Sullo sfondo: National Centre for the Performing Arts, Pechino