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Alla Scala di Milano ritorna Il turco in Italia: un Rossini che anticipa Calvino

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Il turco in Italia, tredicesima opera di un ventiduenne Gioachino Rossini scritta per la Scala nel 1814, torna al Piermarini per otto rappresentazioni dal 22 febbraio al 19 marzo in un nuovo allestimento con la direzione di Diego Fasolis e la regia di Roberto Andò, al debutto scaligero. In scena un cast che unisce alle qualità vocali e stilistiche le capacità attoriali richieste dal capolavoro (non solo) buffo di Rossini e Felice Romani: il turco Selim è Alex Esposito, Fiorilla è Rosa Feola, Geronio è Giulio Mastrototaro e Narciso Edgardo Rocha mentre Mattia Olivieri è il poeta Prosdocimo.

Da quest’anno tutte le recite d’opera al Teatro alla Scala sono precedute da un incontro introduttivo nel Ridotto delle Gallerie. Gli incontri su Il turco in Italia saranno tenuti da Cesare Fertonani, professore di Musicologia e Storia della Musica all’Università Statale di Milano. Il Museo Interattivo del Cinema (viale Fulvio Testi 121) presenta dal 3 al 12 marzo la retrospettiva “Il cinema misterioso di Roberto Andò”: sette film che ripercorrono la carriera cinematografica del regista, che incontrerà il pubblico venerdì 6 marzo alle ore 20 – www.cinetecamilano.it

Il turco in Italia sarà eseguito nell’edizione critica della Fondazione Rossini di Pesaro a cura di Margaret Bent. Non sono previsti tagli se non in alcuni recitativi (peraltro non di pugno di Rossini), mentre saranno eseguite le arie di Narciso “Un vago sembiante” (n° 3bis) e di Geronio “Se ho da dirlo avrei molto piacere” (n° 11bis). L’aria di Fiorilla del secondo atto sarà eseguita con le variazioni originali di Rossini.

Il turco in Italia, creazione e riscoperta alla Scala
Il 26 settembre 1812 Alessandro Rolla dirige alla Scala la prima de La pietra del paragone, debutto milanese del giovane Rossini che si era già messo in luce a Roma, Bologna, e soprattutto Venezia. L’esito è un trionfo di proporzioni clamorose, con 53 recite nella sola stagione di Carnevale. Gli ulteriori successi veneziani di Tancredi (Fenice) e L’italiana in Algeri (Teatro di San Benedetto) spingono l’impresario della Scala Benedetto Ricci a commissionare a Rossini altri due titoli, mentre il nuovo Teatro Re si assicura le riprese a Milano dei due titoli veneziani. Nascono così Aureliano in Palmira, che riceve fredda accoglienza nonostante la presenza del celebre castrato Velluti, e appunto Il turco in Italia, entrambi su libretto dell’ancor giovane Felice Romani. Per la nuova opera buffa Rossini e Romani riprendono – a volte quasi alla lettera – Il turco in Italia scritto nel 1789 da Caterino Mazzolà, inserendo una parte per tenore e aggiungendo la nuova scena delle maschere. La prima, il 14 agosto 1814, vede sul podio di nuovo Alessandro Rolla e in scena una sfilata di voci celebri: Filippo Galli come Selim, Luigi Pacini come Geronio, Giovanni David per cui era stata creata la parte di Narciso, Francesca Festa-Maffei come Fiorilla. L’opera ha esito anche meno felice dell’Aureliano. Pesa, racconta Stendhal, l’accusa di aver rifatto l’Italiana: negli anni, argomenta Bruno Cagli, anche la stupefacente fecondità di Rossini che avrebbe di lì a poco prodotto Il barbiere di Siviglia (1816) e La Cenerentola (1817) avrebbe contribuito a lasciare il Turco nell’ombra. Eppure l’opera, a dispetto del libretto a metà riciclato, segnava una svolta nel desiderio di affrancarsi dagli stereotipi dell’opera buffa e della Commedia dell’Arte. Lo dice a chiare lettere Prosdocimo: “han messo in scena / poeti d’ogni razza / sciocco marito, / ed una moglie pazza”. A livello di strutture musicali il tentativo di superare la genericità dei personaggi tradizionali si traduce nello sviluppo dei numeri d’assieme (“opera di ensembles”, la definì Philip Gossett), in cui l’azione prevale sull’espressione degli affetti. Dopo le 12 rappresentazioni del 1814 il Turco esce di scena: alla Scala e pressoché ovunque.

A propiziarne la rinascita è Gianandrea Gavazzeni, che nel 1950 lo ripropone al Teatro Eliseo di Roma con Maria Callas: un gioioso trionfo che spinge il direttore a disporre una registrazione con i complessi del Teatro alla Scala nell’estate 1954 (con Rossi-Lemeni, Gedda, Stabile) e una ripresa scenica nel marzo successivo, con regia, scene e costumi di Franco Zeffirelli. La Callas, idolatrata come tragedienne ma in genere poco apprezzata nella commedia, vi celebra il suo trionfo (insieme a una silhouette molto cambiata rispetto alle recite romane) a dispetto del sanguinoso taglio di “Squallida veste e bruna” che oggi ci pare scritta per lei. Accanto alla Callas, Nicola Rossi-Lemeni, Cesare Valletti e, nella parte del poeta, Mariano Stabile, il Falstaff di Toscanini. Altro trionfo, per gli interpreti tutti e soprattutto per Rossini e Romani, visti come alfieri di un teatro musicale moderno, spregiudicato, arguto e melanconico che precorre Pirandello. Lo spettacolo viene ripreso nel 1957 al Festival di Edimburgo e nel 1958 alla Piccola Scala con Eugenia Ratti come Fiorilla, Sesto Bruscantini come Selim e Luigi Alva come Narciso. Passano altri quarant’anni prima che il Turco torni alla Scala, questa volta nell’edizione critica curata da Margaret Bent per la Fondazione Rossini di Pesaro, grazie alla passione per il titolo di Riccardo Chailly. L’allestimento di Giancarlo Cobelli sottolinea l’aspetto di “fabula de structuris” ovvero la valenza metateatrale del testo, il cast schiera Mariella Devia come Fiorilla, Michele Pertusi come Selim, Alfonso Antoniozzi come Geronio e Paul Austin Kelly come Narciso. Le recite al Piermarini sono del marzo 1997; nel 1998 Decca pubblica una nuova incisione con i complessi scaligeri diretti da Chailly, protagonisti Cecilia Bartoli, Michele Pertusi, Alessandro Corbelli e Ramón Vargas, che include anche le arie 3bis e 11bis.

Oggi il nuovo allestimento di Roberto Andò promette di indagare l’unicità del Turco in Italia non dal punto di vista della metateatralità pirandelliana, peraltro già presente in Mazzolà e in numerose opere settecentesche, ma da quello dell’incolmabile iato tra fantasia, desiderio e realtà. Scrive Andò nelle sue note di regia: “Con la sua genialità, assecondando il libretto, Rossini afferma che in amore regna la fantasia, la legittima pulsione a fantasticare su quello che ci piacerebbe accadesse. Più che Pirandello, cui da sempre è accostata, Il turco in Italia sembra poeticamente molto vicina a Italo Calvino, all’autore di quel romanzo dei romanzi che è Se una notte d’inverno un viaggiatore. Un capolavoro che riflettendo sulle molteplici possibilità offerte dalla fantasia, decretava l’impossibilità di giungere a una conoscenza effettiva della realtà. A Rossini e Romani non interessa il dilemma pirandelliano dell’essere e dell’apparire, ma la complementarietà tra la commedia che il poeta spera di scrivere e le cose che accadono”.

Ulteriori informazioni: Teatro alla Scala

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