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Cecilia Bartoli debutta al San Carlo di Napoli con un recital operistico

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Dalle fiorite volute barocche scolpite per la funambolica vocalità dei castrati sublimando scintille della tecnica e “affetti” d’ira o sentimento, sdegno, paragone e quant’altro in seno agli statuari eroi piumati di Vivaldi, Porpora e Händel, alle più umane e palpitanti creature teatrali in scena fra l’ultimo Settecento di Mozart e il primo Ottocento del Rossini sia serio che comico.
È dunque un volo virtuoso e articolatissimo fra stili, altezze in pentagramma e dinamiche espressive molteplici, ma pur sempre disegnato in mirato aggancio con i suoi ruoli teatrali emblematici e le fondamentali radici della Scuola musicale napoletana, il bel percorso “Arie d’opera tra Settecento e Ottocento” scelto dal mezzosoprano stellare Cecilia Bartoli per il suo atteso debutto sul palcoscenico del Teatro San Carlo, venerdì 8 marzo (ore 18) in data unica nel giorno dedicato alle donne, dopo aver raccolto trionfi ovunque nel mondo e nel corso di una carriera già trentennale con il doppio record di cinque Grammy Awards e dodici milioni di dischi venduti. Al suo fianco, nell’occasione, ci sarà l’Orchestra barocca Les Musiciens du Prince da lei stessa fondata e artisticamente guidata in collaborazione con il direttore dell’Opéra De Monte-Carlo, Jean-Louis Grinda, sotto l’alto patronato del Principe Alberto II e della Principessa Carolina di Monaco.

L’ampio itinerario in ascolto, diretto da Andrés Gabetta, inizia pertanto dall’era dei castrati proponendo arie di Vivaldi (“Quell’augellin” dal dramma pastorale La Silvia, l’intensa “Non ti lusinghi la crudeltade” con oboe obbligato dal Tito Manlio, “Gelosia, tu già rendi” dall’Ottone in Villa e “Sol da te mio dolce amore” dall’Orlando furioso), di Porpora (“Nobil onda” dall’Adelaide) e di Händel (“Lascia la spina”, così simile alla più celebre “Lascia ch’io pianga”, dall’Oratorio Il Trionfo del Tempo e del Disinganno più l’aria “Mi deride … Desterò dall’empia dite” dall’Amadigi di Gaula). Quindi, passando al secondo Settecento, la Bartoli canterà due esempi di diverso segno dal teatro mozartiano (l’arietta di Cherubino “Voi che sapete” dalle Nozze di Figaro e l’aria di Sesto “Parto, parto” dalla Clemenza di Tito), fino a toccare un doppio Rossini fra Napoli e Roma, negli anni 1816 e 1817: quello dell’Otello (Canzone del salice e Preghiera di Desdemona “Assisa a piè d’un salice” – “Deh, calma, o Ciel nel sonno”), opera in scena in quello stesso Teatro Mercadante ex Teatro del Fondo che ha tenuto a battesimo i primi due ruoli napoletani della Bartoli, per culminare infine con l’Angelina della Cenerentola (“Tutto è deserto … Un soave non so che”, più scena e rondò “Nacqui all’affanno… non più mesta”), in vetta fra le massime interpretazioni del mezzosoprano romano naturalizzato svizzero. Il tutto, inframmezzato da pagine strumentali in studiata liaison quali il primo Allegro dalla Primavera di Vivaldi, l’Allegro assai con moto dalla Sinfonia op. XII, n 4 di Boccherini, l’Ouverture dall’Ariodante di Händel e, in collegamento ancor più interessante, l’Ouverture dal Don Chisciotte di Manuel García, compositore e tenore di origini sivigliane molto attivo e apprezzato in Europa, scritturato sulla scena partenopea dall’impresario Barbaja per i Reali Teatri negli anni di Rossini (dal 1812 al 1816) interpretando con voce da baritenore il primo Achille nell’Ecuba di Manfroce, il primo Norfolk nell’Elisabetta, regina d’Inghilterra del Pesarese esordiente a Napoli nonché, sembra, il primo esecutore del fatidico do di petto strappandone il primato all’invece passato alla storia Duprez.

Nel complesso un programma, quello per la “prima” della Bartoli al San Carlo ma non a Napoli – nel marzo 1990 ricordiamo che interpretò Giannetta nelle deliziose Cantatrici villane di Valentino Fioravanti al Teatro Mercadante con targa San Carlo e, nel giugno del medesimo anno e sullo stesso palcoscenico, Despina nel Così fan tutte di Mozart per le Settimane di Musica d’Insieme dirette da Salvatore Accardo – che nel dettaglio si rivela senz’altro ideale per porne in luce la sapiente duttilità e la specificità di una voce rara in termini di fluidità, forza e velluto, dall’intonazione infallibile quanto dai fiati calibrati ad arte nel tornire e sostenere raffiche di note, sfumature timbriche e affondi emotivi entro ogni fascia di un registro dall’ampiezza sorprendente. In realtà silloge perfetta anche per illustrarne, come in sintesi e a paradigma, i tasselli di un percorso artistico da sempre selezionato con intelligenza fra titoli e progetti sostanzialmente estranei alle scontate logiche del mercato quanto, piuttosto, in linea con la volontà di massima valorizzazione e divulgazione soprattutto fra i giovani di quel repertorio canoro barocco che aveva reso celebre l’Italia, e in special modo la Napoli capitale settecentesca dal cui sistema di Conservatori e Teatri aveva avuto origine, nell’Europa intera. Un repertorio, così come ribadito in sede d’intervista rilasciataci e pubblicata lo scorso giugno, di cui «noi tutti dovremmo imparare – aveva sollecitato – ad essere ben più attenti ed orgogliosi».
Ed in effetti, il suo primo evento per il San Carlo, secondo capitolo realizzato grazie all’iniziativa di sponsorizzazione denominata “Concerto d’Imprese”, nasce quale prologo al più ampio progetto triennale sul Barocco partito ancora da una sua idea e da realizzare secondo un’intesa fin qui senza precedenti fra la Scala e il San Carlo. Obiettivo, produrre una triade di titoli di Händel (Giulio Cesare in Egitto, Semele e Ariodante) attivando un vero e proprio scambio di competenze e condivisioni, attraverso la musica, fra due grandi poli della lirica italiana per la prima volta insieme verso il mondo.

Ulteriori informazioni: Teatro San Carlo

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