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Chailly e Livermore riportano Don Pasquale alla Scala

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Va in scena al Teatro alla Scala dal 3 aprile al 4 maggio per nove rappresentazioni Don Pasquale di Gaetano Donizetti con la direzione del Maestro Riccardo Chailly e la regia di Davide Livermore. Le scene sono firmate da Davide Livermore e Giò Forma, i costumi da Gianluca Falaschi e le luci da Nicolas Bovey. Protagonisti sono Ambrogio Maestri come Don Pasquale, Rosa Feola come Norina, René Barbera al debutto scaligero come Ernesto, Mattia Olivieri come Malatesta e Andrea Porta nella parte del Notaro.
Dopo l’apertura della Stagione con Andrea Chénier di Umberto Giordano, Riccardo Chailly giunge alla sua ventesima opera alla Scala dirigendovi per la prima volta un titolo di Gaetano Donizetti: non a caso Don Pasquale, incontrato per la prima volta negli anni del Cantiere di Montepulciano e proposto nel 1979 al Covent Garden con Geraint Evans e Ileana Cotrubas. Prosegue così un percorso attraverso il repertorio italiano che ha visto il Direttore Musicale alternare titoli del grande repertorio spesso presentati in versioni inedite o nuove per la Scala (Turandot con il Finale di Luciano Berio, Madama Butterfly nella prima versione milanese, La fanciulla del West con l’orchestrazione originale di Puccini) a opere meno rappresentate (Giovanna d’Arco di Verdi) e capolavori a lungo assenti dal Piermarini (La gazza ladra di Rossini).

Riccardo Chailly
Il suo debutto alla Scala risale al 1978 con I masnadieri di Verdi: nel 2018 festeggia quindi 40 anni di attività scaligera, nel corso dei quali ha diretto opere di Rossini, Verdi, Puccini, Prokof’ev e Bartók. Don Pasquale è il suo primo titolo donizettiano al Piermarini. Con Aida ha inaugurato la Stagione 2006/2007, con Giovanna d’Arco la Stagione 2015/2016, con Madama Butterfly la Stagione 2016/2017 e con Andrea Chénier la Stagione 2017/2018. Il suo impegno con il Teatro milanese si concentra sul repertorio italiano secondo un progetto culturale volto a valorizzarne la ricchezza e la complessità, dal Belcanto al Verismo. Proseguirà anche il ciclo di opere di Puccini iniziato nel maggio 2015 con Turandot, evento inaugurale di Expo, cui sono seguite nel 2016 La fanciulla del West e Madama Butterfly. Un’attenzione particolare è rivolta alle opere presentate alla Scala in prima assoluta: è il caso de La gazza ladra, tornata alla Scala con la regia di Gabriele Salvatores a 200 anni dalla prima, e dello stesso Andrea Chénier. Il Maestro Chailly ha intensificato l’attività con l’Orchestra scaligera creando con i musicisti un sodalizio artistico sempre più stretto: nel 2017 ha guidato la Filarmonica per la seconda estate consecutiva in tournée toccando con successo diverse tappe europee tra cui il Festival di Lucerna, il debutto ai Proms e al Festival di Edimburgo e il ritorno alla Philharmonie di Berlino; nel gennaio 2018 è seguito un nuovo tour che ha incluso tra l’altro il Musikverein di Vienna. Dopo l’inaugurazione della Stagione della Filarmonica della Scala lo scorso novembre, il Maestro Chailly è salito sul podio del secondo concerto della Stagione Sinfonica del Teatro con la Messa per Rossini, omaggio collettivo dei compositori italiani al Pesarese nel primo anniversario della sua scomparsa che non era mai stato eseguito alla Scala, ed è tornato in febbraio con una memorabile Terza Sinfonia di Gustav Mahler.

Lo spettacolo
Dopo il clamoroso successo del debutto scaligero con l’allestimento di Tamerlano di Händel lo scorso settembre, Davide Livermore torna al Piermarini per una nuova produzione ricca di riferimenti cinematografici. Se per Tamerlano il riferimento era Eizenstejin, la scena di Don Pasquale si arricchisce di elementi tratti dal cinema italiano degli ultimi anni ’50, quando realismo e sogno, patetismo e comicità si fondevano in uno stile di commedia assai simile al “mezzo carattere” dell’opera di Donizetti. L’ambiente è una Roma in bianco e nero, elegante e fantastica, tra rovine, pini marittimi, nuovi palazzi in costruzione e l’ingresso di Cinecittà. Spiega il regista: “Cadute le maschere, in Don Pasquale emergono i personaggi: sullo sfondo rimangono i brandelli dei ‘tipi’ della commedia dell’arte”. Dopo le recite di Don Pasquale, Livermore sarà a Mosca per un nuovo allestimento de Un ballo in maschera al Teatro Bol’soj cui seguiranno Tosca a Valencia, Norma a Bilbao, Manon Lescaut a Barcellona e Aida a Sidney.
Come per Tamerlano, la scenografia è affidata allo Studio Giò Forma (Florian Boje e Cristiana Picco), un team capace di mettere le tecnologie più avanzate al servizio del teatro, ma anche di grandi eventi come Expo o dei più spettacolari palcoscenici del pop e del rock.
I costumi sono firmati da Gianluca Falaschi, uno dei più richiesti e talentuosi costumisti italiani, già vincitore del Premio Abbiati per Ciro in Babilonia, che a Pesaro nel 2012 aveva segnato l’inizio della riflessione di Livermore sulla permanenza degli stilemi dell’opera nello sviluppo della settima arte.

I protagonisti
Sempre applauditissimo alla Scala, l’ultima volta nella scorsa Stagione come Falstaff, Ambrogio Maestri è uno dei baritoni più apprezzati del nostro tempo per doti vocali, personalità e carisma scenico. Con Riccardo Muti ha interpretato una galleria verdiana che include Don Carlo ne La forza del destino (in tournée a Tokyo), Falstaff, Renato, Jago e Germont, per poi tornare alla Scala come Dulcamara, Tonio e Amonasro. Tra i suoi prossimi impegni Rigoletto a Los Angeles a maggio e ancora Falstaff alla Staatsoper di Vienna a giugno.
Protagonista l’anno scorso de La gazza ladra scaligera diretta da Riccardo Chailly, Rosa Feola è tra le giovani soprano più promettenti, e ha già lavorato con artisti come Riccardo Muti, Zubin Mehta e Fabio Luisi. Tra i prossimi impegni Rigoletto alla Bayerische Staatsoper in giugno e Gianni Schicchi al Münchner Opernfestspiele in luglio.
Il debutto alla Scala nella parte che fu di Schipa e Kraus è per René Barbera uno dei punti culminanti di un anno che ha segnato un decisivo sviluppo della sua carriera con il ragguardevole record di nove debutti in una sola stagione: alla Deutsche Oper di Berlino come Edgardo, a Dallas come Alfredo, a Dresda come Duca di Mantova, a Zurigo come Tonio, a Parigi come Almaviva (Rossini), a Monaco come Ramiro, a Trieste come Lindoro, a Valencia come Tito e a Stoccarda come Riccardo (Puritani).
Già di casa al Piermarini è invece Mattia Olivieri, che ha debuttato qui come Schaunard nel 2015, diretto da Gustavo Dudamel (parte ripresa nel 2017 con Evelino Pidò) ed è tornato sempre nel 2015 come Belcore ne L’elisir d’amore diretto da Fabio Luisi in scena e nella trasferta televisiva a Malpensa, e infine nel 2017 Masetto nel Don Giovanni diretto da Paavo Järvi. Ha recentemente riscosso un successo personale nella parte di Alphonse XI ne La Favorite a Firenze, che riprenderà a luglio a Barcellona.

L’opera
Don Pasquale, settantunesima delle 74 opere di Gaetano Donizetti, va in scena il 3 gennaio 1843 al Théâtre des Italiens di Parigi con un cast leggendario formato da Luigi Lablache, Giulia Grisi, Mario e Antonio Tamburini. Impegnato in diverse produzioni, dalla nuova Caterina Cornaro per Vienna (progetto poi abbandonato e ripreso più tardi per Napoli) alle revisioni di Linda di Chamounix e Maria Padilla per Parigi e alla Maria di Rohan ancora per Vienna, Donizetti lavora alacremente: “Don Pasquale – scrive – mi è già costato più di dieci giorni di fatica”; e ancora: “Sai tu che in 24 ore ho fatto due atti (non strumentati, veh!)? Quando il soggetto piace, il core parla, la testa vola, la mano scrive…”. Di queste righe occorre ritenere soprattutto l’attaccamento del compositore al soggetto: lui stesso aveva scelto di far riscrivere da Antonio Ruffini il libretto di Angelo Anelli per il Ser Marc’Antonio musicato da Stefano Pavesi per la Scala nel 1810, e si era poi accanito sul suo poeta con tante critiche, tagli e rifacimenti che il Ruffini aveva rinunciato alla firma e sul libretto finale erano rimaste solo le iniziali M.A., da alcuni erroneamente riferite al factotum di Donizetti, Michele Accursi. Alla cura dei versi corrispondeva, pur nell’infernale rapidità, la cura delle note: “Figuratevi – scrive ancora Donizetti – se l’autore buttava giù per Parigi e per Vienna”. Don Pasquale, salutato alla prima da appalusi dopo ogni pezzo e da un autentico trionfo alla fine, è in effetti un capolavoro, come d’altra parte Maria di Rohan nel campo dell’opera seria. L’apparente ossequio alla tradizione e alle forme dell’opera buffa vi è contraddetto da un’inedita estensione dell’elemento sentimentale, mentre i personaggi virano dagli stereotipi di tradizione (il senex amans, la coquette, l’amoroso) per acquistare spessore psicologico e rilievo drammatico in un quadro di crudelissimo disincanto: non a caso Donizetti volle fortemente che l’azione fosse ambientata “nella Roma contemporanea” con costumi “alla borghese moderna”.

Don Pasquale alla Scala
Don Pasquale approda per la prima volta alla Scala il 17 aprile 1843, a pochi mesi dalla prima parigina, per inaugurare la Stagione di Pasqua. Guidata al cembalo da Giacomo Panizza, la versione scaligera si avvale di Napoleone Rossi e Ottavia Malvani nelle parti principali e regge 26 rappresentazioni; altre dieci seguiranno nel 1847 e una sola nel 1861. Poi silenzio per 43 anni: occorrerà attendere il 1904 perché la Scala torni a schierare, per 20 rappresentazioni, le sue carte migliori: Cleofonte Campanini sul podio, Antonio Pini-Corsi e Rosina Storchio, con Giuseppe De Luca come Malatesta. Ancora la Storchio, con Dino Borgioli come Ernesto, canta nel 1918, mentre del 1930 è il debutto di Toti Dal Monte, che torna nel 1933 diretta da Franco Ghione insieme allo storico Ernesto di Tito Schipa. Schipa torna, a fianco di Margherita Carosio, negli allestimenti diretti da Gino Marinuzzi nel 1936 e nel 1944. L’edizione del 1950 porta la firma di Giorgio Strehler e schiera Tancredi Pasero, Alda Noni e Giacinto Prandelli sotto la direzione di Franco Capuana; Nino Sanzogno dirige la ripresa di due anni dopo con Melchiorre Luise e Dora Gatta. Ancora Sanzogno tiene a battesimo l’edizione 1959 firmata da Franco Zeffirelli con Sesto Bruscantini, Graziella Sciutti e Luigi Alva. Alfredo Kraus è Ernesto con Margherita Guglielmo come Norina nelle edizioni del 1965 con la regia di Sandro Bolchi e la direzione di Francesco Molinari Pradelli e del 1973 con la regia di Margherita Wallmann e la direzione di Piero Bellugi. Undici anni dopo l’allestimento di Antonello Madau Diaz con la direzione di Roberto Abbado si segnala, oltre che per il ritorno di Sesto Bruscantini e la Norina di Lucia Aliberti (nel 1985 sarà Luciana Serra), per i costumi di Gianni Versace. Nel 1994 Riccardo Muti dirige Ferruccio Furlanetto, Nuccia Focile, Gregory Kunde e Lucio Gallo in uno spettacolo di Stefano Vizioli. L’ultima apparizione scaligera del titolo, del 2012, vede Enrique Mazzola dirigere l’Orchestra dell’Accademia in uno spettacolo di Jonathan Miller con Michele Pertusi, Pretty Yende e Celso Albelo.

Ulteriori informazioni: Teatro alla Scala

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