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Alla Scala, Myung Whun-Chung dirige il Fidelio con la regia di Deborah Warner

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Dal 18 giugno al 7 luglio il Maestro Myung-Whun Chung dirige per la prima volta in versione scenica Fidelio di Ludwig van Beethoven, dopo aver conquistato il pubblico scaligero con recenti letture delle Sinfonie. L’inno beethoveniano all’amore e alla libertà torna nello stesso allestimento maestoso ed essenziale firmato da Deborah Warner per la regia e Chloé Obolensky per scene e costumi che nel 2014 segnò l’ultimo 7 dicembre di Daniel Barenboim come Direttore musicale. La versione dell’opera prescelta, come nel 2014, è in massima parte l’ultima del 1814 con i dialoghi di Treitschke ma con una differenza nella scelta dell’Ouverture, che sarà Leonore n° 3 invece della n° 2 che era stata preferita da Barenboim.
Nell’ottantesimo anniversario delle leggi razziali del 1938, che colpirono tanti artisti ebrei in Italia, il Teatro alla Scala dedicherà la prima di Fidelio alla memoria di Vittore Veneziani ed Erich Kleiber. Nel 1938 Veneziani, allora Direttore del Coro del Teatro, fu allontanato proprio in ragione della sua origine ebraica. Erich Kleiber, che avrebbe dovuto dirigere Fidelio quell’anno, rinunciò per solidarietà con il collega. Sarà poi Toscanini a imporre il reintegro di Veneziani dopo la guerra.
Nella parte di Leonore si alternano Ricarda Merbeth, già splendida Marie in Wozzeck alla Scala, e Simone Schneider, che dopo i primi passi come soprano lirico si sta affermando nei principali ruoli straussiani e beethoveniani: sarà infatti nuovamente Leonore a Berlino e Amburgo nei prossimi mesi. Florestan è Stuart Skelton, tenore australiano che ha recentemente interpretato Tristan con Sir Simon Rattle e i Berliner Philharmoniker e presto sarà Otello a Baden Baden con Daniele Gatti. La parte del malvagio Don Pizarro è affidata a Luca Pisaroni, applaudito dal pubblico scaligero come Leporello nel 2017 e conteso dai grandi teatri tra cui il Metropolitan, dove sarà Don Giovanni. Marzelline è Eva Liebau, ascoltata pochi mesi fa come Ännchen in Der Freischütz diretto da Chung, e il padre Rocco è interpretato da Stephen Milling il cui prossimo impegno è Hagen a Londra con Antonio Pappano. Infine Don Fernando è Martin Gantner, che sarà tra l’altro Beckmesser con Petrenko a Monaco.
Lo spettacolo è firmato dalla regista britannica Deborah Warner, che dopo essersi imposta nella prosa grazie alla sua collaborazione con la Royal Shakespeare Company si è dedicata con sempre maggiore assiduità all’opera realizzando tra l’altro una produzione di Death in Venice di Britten che aveva conquistato il pubblico del Piermarini nel 2011. E ancora con Britten la Warner si è aggiudicata l’International Opera Award 2018 per Billy Budd come migliore produzione, allestimento del Teatro Real di Madrid recentemente ripreso anche dall’Opera di Roma. Scene e costumi sono di Chloe Obolensky, allieva di Lila De Nobili e storica collaboratrice di Peter Brook, le luci di Jean Kalman.

Le versioni del Fidelio

Per la sua unica opera (che non fu tuttavia il suo unico progetto teatrale: da ricordare il balletto Die Geschöpfe des Prometheus del 1800/1801, le numerose musiche di scena tra le quali spicca Egmont del 1809/10 e il progetto per l’opera Vestas Feuer, Il fuoco di Vesta, su libretto di Schikaneder) Beethoven sceglie la forma del Singspiel: una struttura di teatro musicale che alterna brani cantati e parlati e in area tedesca include titoli mozartiani tra cui Die Zauberflöte, ma che all’epoca di Beethoven tornava in auge soprattutto grazie alla voga dell’opéra comique che attraversava l’Europa. Il compositore sceglie infatti un testo francese, Léonore ou l’amour conjugal, scritto da Jean-Nicolas Bouilly nel 1794, poco dopo la caduta di Robespierre, inserendosi nella moda delle pièces à sauvetage (in tedesco Rettungsoper) che mettevano in scena personaggi salvati all’ultimo istante da gravi pericoli. La composizione, iniziata mentre l’autore attendeva alla Terza Sinfonia (1804), è alquanto travagliata e comprende tre differenti versioni:

  1. Fidelio oder Die eheliche Liebe, opera in tre atti: prima rappresentazione 20 novembre 1805, Theater an der Wien. Libretto di Joseph Ferdinand Sonnleithner. L’ouverture eseguita è quella oggi conosciuta come Leonora n° 2. La prima, a una settimana dall’entrata dei francesi a Vienna, è un disastro: il pubblico, formato soprattutto da ufficiali occupanti, capisce assai poco. Dopo due repliche a teatro vuoto l’opera viene ritirata. Gli amici di Beethoven, in una riunione a casa del principe Lichnovsky, gli consigliano una radicale revisione.
  2. Leonore oder Der Triumph der ehelichen Liebe, opera in due atti; prima rappresentazione 29 marzo 1806, Theater an der Wien. Il titolo annunciato, nonostante il volere di Beethoven, è sempre Fidelio, per timore di un conflitto di diritti con il compositore Paër che aveva presentato la sua Leonore nel 1804 (la dizione Leonore sarà però ripristinata nell’edizione per canto e pianoforte della versione 1806 realizzata da Carl Czerny e pubblicata nel 1810 da Breitkopf & Härtel). Il libretto di Sonnleithner è rimaneggiato da Stephan von Brauning e l’aria di Marzelline collocata prima del duetto Marzelline – Jaquino. L’ouverture eseguita è la Leonore n° 3 e la rappresentazione è un successo. Un litigio di Beethoven con il barone Braun, direttore del Teatro, porta a una nuova interruzione delle recite. Una ripresa dell’opera viene progettata a Praga nel 1807: è probabilmente questo il contesto in cui Beethoven compone una nuova ouverture, più agile delle precedenti. Il progetto resta però incompiuto e l’ouverture viene pubblicata postuma nel 1838 come Leonore n° 1 op. 138: la numerazione dipende dal fatto che la si è considerata una prima versione della n° 2, opinione oggi abbandonata dalla maggior parte dei commentatori.
  3. Fidelio, opera in due atti; prima rappresentazione 23.5.1814, Kärtnertortheater. Libretto rivisto da Georg Friedrich Treitschke: il finale non si svolge più nel carcere ma all’aria aperta, dopo il definitivo salvataggio dei due coniugi, accentuando insieme ai nuovi, ottimistici finali delle arie di Leonore (per la quale viene composto anche il nuovo recitativo accompagnato “Abscheulicher!”) e Florestan, gli aspetti simbolici di una liberazione “universale”.

Si esegue l’ouverture Fidelio in mi maggiore (Beethoven però non la finisce in tempo per la prima, ove si esegue l’ouverture “Le rovine di Atene”), che a differenza delle precedenti non contiene citazioni dirette dell’opera tornando così alla tradizione settecentesca, e si taglia il terzetto del I atto “Ein Mann ist bald genommen”. Il nuovo cambio di scena prima del finale è probabilmente all’origine dell’uso ottocentesco, consolidato da Gustav Mahler e proseguito fino ad anni recenti, di interpolare l’imponente Leonore n° 3 (circa 14 minuti di musica) come anticipazione sinfonica dell’epilogo.

Fidelio alla Scala

Fidelio, titolo sconosciuto all’Italia ottocentesca (in tutto il secolo si contano solo una rappresentazione a Bologna e una a Milano) è opera di costante se non frequente rappresentazione alla Scala ed è, per tradizione e per necessità, appannaggio dei più grandi Maestri. Il debutto avviene solo nel primo centenario della morte di Beethoven, nel 1927, auspice Arturo Toscanini e con Francesco Merli e Elisabetta Ohms Pasetti. Nel 1939 Wilhelm Sieben dirige Iva Pacetti e Giovanni Voyer in uno spettacolo di Mario Frigerio, scene di Nicola Benois; l’opera torna per l’ultima volta in italiano dieci anni più tardi con Jonel Perlea sul podio, scene e costumi di Felice Casorati e un cast di lusso: Maria Rigal e Mirto Picchi sono affiancati da Boris Christoff, Giuseppe Taddei e Hilde Güden. Nel 1952 Herbert von Karajan è direttore e regista della prima produzione scaligera in tedesco, che schiera Martha Mödl e Wolfgang Windgassen nelle parti principali; ancora Karajan nel 1960 si avvale della regia di Paul Hager con Birgit Nilsson e Jon Vickers in palcoscenico. Il titolo torna per l’inaugurazione della Stagione 1974/75: dirige Karl Böhm, la regia è di Günther Rennert, cantano Leonie Rysanek e James King. Nel 1977 la Scala accoglie i complessi della Wiener Staatsoper che, guidati da Leonard Bernstein, presentano lo spettacolo di Otto Schenk con Gundula Janowitz e René Kollo protagonisti. Fidelio resta assente dalla Scala fino al 1990, quando Lorin Maazel dirige Jeanine Altmeier e Thomas Moser nello spettacolo di Giorgio Strehler; ancora Thomas Moser, accanto a Waltraud Meier, è protagonista nove anni più tardi dell’inaugurazione di stagione diretta da Riccardo Muti con la regia di Werner Herzog. L’ultima apparizione del titolo nella sala del Piermarini prima dell’edizione già citata del 7 dicembre 2014 diretta da Daniel Barenboim è un’esecuzione in forma di concerto realizzata dai complessi della Wiener Staatsoper guidati da Franz Welser-Möst il 9 settembre 2011 con Nina Stemme e Peter Seiffert.

Ulteriori informazioni: Teatro alla Scala

Photo credit: Marco Brescia & Rudy Amisano

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